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NotizieEtiopia: tra golpe e crisi politica

Etiopia: tra golpe e crisi politica

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Tra il 22 e il 23 di Giugno l’Etiopia è stata scossa da un tentato colpo di Stato, subito sventato. Sono ancora poco chiari i motivi che hanno portato a un’azione così violenta, ma a una prima analisi gli attori coinvolti paiono essere molteplici.

I fatti
Il 22 Giugno a Bahir Dar, 500 km a Nord di Addis Abeba, è in corso un meeting negli uffici del governatore della regione dell’Amhara, Ambachew Mekonnen. L’incontro è in corso quando una ‘hit squad’ (così definita dal portavoce del governo etiope, Billene Seyoum) irrompe uccidendo il governatore, il suo consigliere, Azeze Wasse e Migbaru Kebede, alto ufficiale dello stato dell’Amhara che, gravemente ferito, morirà due giorni dopo. A condurre l’operazione è il generale Asamnew Tsige, capo delle forze di sicurezza della regione.
Poche ore dopo nella capitale, Addis Abeba, è condotta un’operazione simile. Seare Mekonnen, il capo di Stato Maggiore delle forze di sicurezza nazionale, è ucciso dalla sua stessa guardia del corpo, mentre si trova nella sua abitazione. Con lui è presente il suo consigliere Gezai Abera, un generale in pensione, morto anch’esso.
Nella mattinata del 23 Giugno, il brigadiere Tefera Mamo, capo delle forze speciali dell’Amhara, comunica che la maggior parte dei golpisti è stata arrestata. Poco più tardi il braccio armato del golpe, Asamnew Tsige, muore in uno scontro a fuoco.
Il bilancio finale è di cinque alti ufficiali colpiti nel giro di poche ore e l’accesso a internet, ripristinato da pochi giorni, bloccato in tutta l’Etiopia. Nella tarda serata del 22 Giugno Abiy Ahmed, il premier etiope appare in televisione, condannando con fermezza l’attacco e invitando la popolazione alla calma. Unanime la condanna internazionale degli eventi (Unione Africana, Nazione Unite, Unione Europea, Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Eritrea, Somalia, Turchia, Qatar).

Tra personalismi, etnie e politica 

È stato chiaro, fin dalle prime notizie, che le due azioni siano state organizzate e gestite dal medesimo gruppo. Nonostante l’assenza di comunicati ufficiali da parte del governo etiope, riguardo al movente del tentato golpe sono state formulate alcune ipotesi. Non tutti gli analisti sono infatti concordi nel definire questa serie di omicidi come colpo di Stato. Il ricercatore Gerard Prunier rileva che non c’è stato un vero e proprio movimento di truppe, tantomeno il tentativo di prendere il controllo di strutture strategiche come aeroporti o media. Per William Davison, analista dell’International Crisis Group, i golpisti non avevano ambizioni nazionali, ma strettamente regionali. In ogni caso, questi eventi hanno riportato sotto gli occhi della comunità internazionale la profonda crisi politica in Etiopia.

Da un’analisi più completa degli eventi emergono alcuni interessanti elementi, che forniscono un quadro variegato, in cui s’intersecano ambizioni personali, scontri politici su base etnica e, forse, potenze regionali.

Il primo elemento da considerare è l’esecutore del tentato golpe: Asamnew Tsige. Il generale era stato scarcerato un anno fa grazie a un’amnistia. Tsige era in carcere dal 2009 per un tentato colpo di Stato. Dopo la scarcerazione gli era stato concesso un incarico elevato, come segno di distensione del clima politico. L’ex capo delle forze di sicurezza dell’Amhara è descritto come etnonazionalista e favorevole all’uso della forza. Una settimana prima del tentato golpe, il generale aveva rilasciato su Facebook un video in cui invitava la popolazione di etnia Amhara a prepararsi per la lotta armata. Il tema al centro del meeting di Bahir Dar era proprio l’allontanamento di Asamnew Tsige. La sua deriva è apparsa irreversibile, dal momento in cui ha iniziato reclutare Amhara per la creazione di una milizia su base etnica.

Il secondo elemento che emerge è l’aspetto politico ed etnico del golpe. Gli eventi del 22 Giugno s’inseriscono in una fase di radicale cambiamento dei quadri dirigenziali. L’Etiopia consta di oltre 80 etnie e altrettante lingue, ma quella ufficiale è l’amarico. La preponderanza politica dell’Amhara ha radici storiche che risalgono al XIII secolo. La profonda disparità tra peso politico e dimensione demografica delle etnie riguarda anche il partito di governo, l’ERPDF (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front). Ben lontano dall’essere un partito unico, l’ERPDF è diviso in sottosezioni: Oromo Democratic Party, Amhara Democratic e Tigray Pepole’s Liberation Front, di fatto le principali componenti della popolazione etiope (a queste sezioni si aggiungo alcuni rami con base regionale). Dal 1991 a oggi, l’Etiopia è stata guidata dalle fazioni Amhara e Tigrina, rispettivamente il 27% e il 4,49% della popolazione. Gli Oromo (25,4%), l’etnia con il maggior peso, hanno ottenuto legittimazione politica solo nel 2018. Dopo due anni di scontri, rivolte, morti e milioni di sfollati, nell’Aprile 2018 è nominato premier Abiy Ahmed, un’oromo. Inizia una nuova fase fatta di amnistie, liberazione di prigionieri politici, dialogo con le opposizioni, apertura delle frontiere e numerose riforme, attuate anche grazie al cambio di dirigenti in settori chiave come l’Intelligence e la Sicurezza. Oggi, il primo ministro si trova a fronteggiare una forte opposizione interna. Nemici che sfruttano l’elemento etnico per fini politici. Gli Amhara, e in misura minore i Tigrini, si sentono defraudati di un potere che per secoli è stato nelle loro mani, mentre oggi è ridistribuito con maggiore democrazia. Nel 2020 sono previste libere elezioni, indette dallo stesso Abiy Ahmed, che potrebbero conferire ulteriore legittimità per un’Etiopia a guida Oromo. Il tentato golpe è stato mosso da questo malcontento, che ha trovato espressione chiara nella figura di Asamnew Tsige: un’esponente Amhara, inserito nelle forze di sicurezza, con idee evidentemente radicali. Un chiaro messaggio per Abiy Ahmed.

Infine, è utile mettere in risalto gli eventi regionali che hanno preceduto il tentativo di golpe. L’Etiopia è l’egemone imperfetto del Corno d’Africa, in quanto aspira a essere la guida della regione, pur non avendone la potenza. Abiy Ahmed ha incarnato questa tendenza volta a rendere l’Etiopia il principale player della regione, cercando di proporsi come mediatore e garante delle crisi nel Corno d’Africa. Attualmente il Sudan è guidato dal CMT, il comitato militare insediatosi alla guida del paese dopo la caduta di Omar al Bashir, storico dittatore del paese. La deposizione è avvenuta l’11 di Aprile dopo mesi di proteste e grazie all’intervento dell’esercito, passato dalla parte dei manifestanti. Da quel momento in poi si è aperta una trattativa tra le opposizioni civili e il CMT. È opinione diffusa che i militari abbiano sacrificato al Bashir come capro espiatorio, per continuare a condurre le sorti del Sudan. La compagine civile, molto eterogenea, ha ottenuto il supporto dell’UA e della comunità internazionale; di contro il CMT è appoggiato, logisticamente ed economicamente, dalla Russia, dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita. Poche ore prima del fallito golpe tra Bahir Dar e Addis Abeba, il CMT ha rifiutato un piano di transizione politica proposto dall’Etiopia, che, invece, era stato accolto con favore dalle opposizioni. Il piano avrebbe previsto un governo formato da esponenti di ambo le parti, delegittimando l’attuale guida sudanese. Questo tentativo di mediazione potrebbe esser stato inteso come un’ingerenza non gradita da parte del Comitato Militare di Transizione e i suoi alleati.

Il tentato colpo di Stato in Etiopia arriva un anno dopo il fallito attentato ad Abiy Ahmed, durante un comizio ad Addis Abeba. Finora il governo etiope è stato capace di rispondere colpo su colpo a questi tentativi di destabilizzazione, è auspicabile che conservi questa capacità per la stabilità e la sicurezza di tutta la regione.

 


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