Etica ed Estetica al 15 Luglio 2016, e 9 mesi dopo

Dal mattino dello scorso 16 luglio è stato chiaro come il fallito colpo di Stato avrebbe determinato un significativo giro di volta al percorso politico della Turchia contemporanea.

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La forte reazione che il Governo ha adottato nei confronti dei golpisti ha un significato molto diverso da quello della semplice risposta dello Stato diretta ad assicurare i colpevoli alla giustizia e a restaurare l’ordine: nel corrente scenario politico e sociale della Repubblica di Turchia, l’occasione del fallimento del golpe ha costituito un potente strumento per giustificare ed accelerare la realizzazione del maggior obiettivo del Partito di governo AKP, ovvero la riforma costituzionale. Un tassello di particolare importanza nel percorso di conversione della Repubblica turca, che è ben lungi dal doversi ritenere completata anche a seguito del successo referendario del 16 aprile.

Uno dei primi segnali di un cambiamento di qualità nel confronto politico turco è stato l’uso, da parte del Presidente e del sue entourage, sin dalla notte dei fattidi un vocabolario maggiormente aggressivo, apertamente violento nella retorica contro i nemici dello Stato. A questo è seguito un adeguamento da parte delle masse le quali, riversatesi nelle strade sul suggestivo invito degli ezanche li chiamavano dalle moschee, hanno ingaggiato nei confronti dei seguaci della confraternitaHizmetun fortissimo scontro, durato alcuni giorni, del quale l’immagine più potente e famosa è stata l’ostensione in Piazza Taksim di un grande manifesto che rappresentava l’imam F.Gülen, nel quale lo sidefiniva“un cane” e lo si minacciava di impiccagione al suo stesso guinzaglio. Il manifesto era affiancato da due ritratti dell’attuale Presidente turco.

E’ forse utile sottolineare come l’edificio sul quale manifesto e fotografie sono comparse è quello dove normalmente viene esposto il ritratto di MustafaKemalAtatürk, padre laico della Turchia moderna.

L’entusiastica accettazione, da parte dell’elettorato del Partito di governo, di questo nuovo stile comunicativo dimostra il successo della più sofisticata, complessa e durevole strategia comunicativa messa in atto dall’attuale establishment turco negli ultimi dieci anni, volta allo shift ideologico della Nazione.

La Repubblica di Turchia poggia le sue radici ideologiche su una Costituzione di stampo profondamente laico e nazionalista, promulgata a seguito dell’intervento che le Forze Armate hanno perpetrato nel 1980, nella peculiare funzione di profilassi costituzionale che queste hanno rivestito fino al 2010.

Dalla fondazione della Repubblica, ed in particolar modo nel primo quarantennio della sua esistenza, che si concluse con l’esecuzione del Primo Ministro Menderes, il significato stesso del termine “repubblicanesimo” è stato in Turchia diversoda quello corrispondente di matrice europea. Sebbene il processo di smantellamento del modello personalistico e religioso di Stato ottomano e la formazione di un sistema repubblicano e di diritto positivo per la Turchia fossero avvenuti attraversoun percorso di avvicinamento ai modelli europei, che prese piede in modo molto peculiare e progressivogià nell’epoca delle Tanzimat(1837 – 1876)e poi andò evolvendo dalla fine della prima guerra mondiale nell’affanno del millimücadele(1920-1923),la Turchia è sempre stata un Paese distante dai paradigmi politici europei.

Il processo di acculturazione giuridica del sistema turco, che ne ha fatto una Repubblica basata sui principi del kemalismo delle origini, è avvenuto, nella fase post-imperiale,dalla prospettiva civilistica in una dimensione di rigoroso rispetto del modello continentale napoleonico, con la promulgazione di un codice civile edi uno commerciale di sicura ispirazione romanistica: svizzero il primo, francese il secondo.

Il diritto islamico non trovò, come nei Paesi istituiti dalle Potenze europee a seguito della caduta dell’Impero, riconoscimento nella stesura di uno “statuto personale” come avvenuto in Egitto o in ‘Iraq, e non fu inserito nel novero delle fonti del diritto: questo, con l’evidente finalità di voler creare una Turchia nuova, completamente scollegata dai pur fortissimi legami storici e culturali che la legavano all’area sulla quale, fino a pochi anni prima, aveva esercitato la sua sovranità.

In ambito penalistico, veniva adottato il Codice italiano Zanardelli del 1889, che pur con talune varianti, sarebbe rimasto (insieme al modello italiano) in vigore fino alla riforma del 2005, quando sarebbe stato sostituito da un Codice di ispirazione tedesca.

La Costituzione, pur ricalcando anch’ essa il modello europeo continentale, implicava per l’azione di governo l’osservanza di una precisa disciplina e presentava taluni elementi di rigida ortodossia, non permettendo nemmeno per via parlamentare una reale modifica dell’assetto ideologico dello Stato, che si imponeva essere fedele all’ideologia kemalista: questa, come accennato,andava ad identificarsi nel senso stesso del termine “Repubblica”. Questa confusione terminologica si sarebbe realizzata in maniera tanto compiuta da rendere di difficile comprensione ad un turco moderno come, ad esempio, una Repubblica (ovunque essa fosse nel Mondo) potesse riconoscere una religione ufficiale o semplicemente non identificarsi nel laicismo più assoluto. Concetti quali “destra” o “sinistra”, “nazione” o “progresso” assumevano nella vita politica turca significati peculiari. Pur costituendo un calco del vocabolario politico occidentale, a questo non corrispondevano nei contenuti, ma andavano concretizzandosi nell’ideologia dello Stato repubblicano turco secondo il significato che quella cultura politica attribuiva loro. La tutela dell’ortodossiavenne sancita anche dal monopartitismo del Partito Repubblicano, abolito solo un ventennio dopo sotto la presidenza İnönü.

Ciononostante, dalla promulgazione della prima Costituzione repubblicana del 1924 diversi sono stati gli interventi a modifica della stessa, dei quali i più importanti videro la luce a seguito dei colpi di Stato militari del 1960, del 1971 e del 1980, dopo il quale come detto venne promulgata l’attuale Carta, poi oggetto di continue modifiche soprattutto per via referendaria.

Gli sforzi profusi dall’establishment della neonata Repubblica furono volti in massima parte a creare una nuova identità al Paese, attraverso azioni di grande effetto quali la sostituzione dell’alfabeto arabo con quello latino, la riforma dell’istruzione e della giustizia.

E’ da queste premesse che bisogna muovere per comprendere appieno il fenomeno in atto nel Paese e cercare di delinearne le traiettorie future, comprendendo appunto che la dimensione pubblica, politica e sociale della Turchia non è riconducibile né ad una dimensione europea, della quale come detto ha assunto un’identità ad essa solo terminologicamente omogenea, né ad una esclusivamente islamica, e che il senso di quanto sta accadendo è la realizzazione di un percorso di smantellamento delle istituzioni repubblicane.

L’ orientamento ideologico che dall’AKP sarebbe stato incarnato non nasce con il Partito stesso, ma è frutto dell’esperienza di diversi altri Partiti che lo hanno preceduto nel tempo, quali il Partito della Felicità o il Partito del Benessere: legati ad una dimensione religiosa e spesso nazionalista, tipica della cultura dell’Anatolia profonda, avrebbero costituito il fondamento e la “palestra” sulla quale costruire la struttura dell’AKP, il quale sfruttando le pregresse esperienze avrebbe presentato se stesso come un nuovo modello di partito politico (apparentemente non in contrasto con il kemalismo, al fine di evitare interventi di scioglimento da parte della Corte Costituzionale e delle Forze Armate) al fine di poter realizzare nel tempo un’agenda politica propria, da svelarsi in modo graduale. In questo disegno un’opera fondamentale sarebbe stata svolta proprio con l’ausilio del movimento Hizmet, ora in deciso contrasto con l’establishment.

Non è solo una maggiore presenza della religione negli affari dello Stato, come spesso semplicisticamente si ritiene in Europa, a marcare la differenza fra la Turchia kemalista ed il nuovo corso dello Stato che va formandosi: l’argomento religioso non è nemmeno affrontato nell’ultima riforma costituzionale. Tantomeno la questione della trasformazione ideologica dello Stato turco può ridursi al “ritorno” dello stesso al modello ottomano, per quanto questo obiettivo sia stato esplicitato anche da importanti personalità del Partito di governo ed abbia condotto al conio del termine “neo-ottomanesimo”. Come brillantemente proposto da alcuni studiosi, potrebbe invece parlarsi di post-kemalismo, nel quale l’eredità della fase precedente non viene negata tout-courtma tesaurizzata e messa a sistema con elementi nuovi.

Durante il periodo di governo dell’AKP si è assistito ad almeno tre momenti di forte shift culturale. Ognuno di essi è stato legato ad un’importante riforma di carattere costituzionale o ad un evento di analoga portata:

  • Nel 2007, l’elezione di Abdullah Gül alla Presidenza della Repubblica. Dato il già esplicitato significato del termine “Repubblica” nel contesto kemalista e la funzione di rappresentanza della Nazione che il ruolo della Presidenza incarna, è evidente il senso rivoluzionario di eleggere un Presidente apertamente religioso accompagnato da una Prima Dama velata. Questo evento corrisponde al superamento dello “scandalo”, inteso come l’accettazione della presenza dell’elemento religioso nel massimo organo dello Stato. Ad esso vanno direttamente collegati l’ammissibilità del velo islamico nei luoghi pubblici e l’elezione della prima donna velata in Parlamento,

 

  • Nel 2010, la vittoria al referendum costituzionale che, fra diversi quesiti, ha riguardato la riforma degli articoli 145, 156, 157 sui poteri del Consiglio di sicurezza nazionale,ovvero dello strumento delle Forze Armate per influire nella politica del Paese, e la Corte costituzionale. Questa è passata da 11 a 17 membri, dei quali 14 nominati dal capo dello Stato (ovvero, da Abdullah Gül) e 3 dal Parlamento. La riforma ha anche reso imputabili gli alti gradi militari ed ha determinato una riduzione delle competenze dei tribunali militai, a vantaggio di quelli civili. A questa fase è corrisposto un più palese antagonismo verso la laicità dello Stato, che l’establishment ha percepito di potersi permettere dato l’annullamento della funzione politica dei militari,

 

  • L’elezione di RecepTayyıpErdoğan alla Presidenza della Repubblica: per quanto già superato lo “scandalo” del Presidente religioso, l’elevazione dell’ex Premier alla massima carica dello Stato ha il senso di introdurre il concetto di presidenzialismo “forte”, o “alla Turca”, che sarebbe poi stato oggetto di referendum solo lo scorso 16 aprile. Ha, quindi, il senso di introdurre nel contesto politico turco la concreta possibilità di modificare l’assetto costituzionale dello Stato.Erdoğan ha comunque, pur mantenendo formalmente attiva la carca di Primo Ministro (che da A.Davutoğlu sarebbe stata passata a B. Yildirim) ha sin da subito cominciato a convocare il Consiglio dei Ministri presso la Presidenza della Repubblica, esercitando di fatto e senza nessuna legittimazione costituzionale una funzione corrispondente a quella di capo del potere esecutivo.

 

Sin dalla campagna elettorale per la Presidenza, nel 2014 (la prima nella quale si è addivenuti ad elezione diretta del Presidente da parte del popolo), l’AKP ha sviluppato una narrativa ed una dialettica nuovi rispetto al passato, inaugurando uno stile comunicativo quasi millenaristico ed adottando un approccio mistico alla funzione del Partito di governo e della persona del suo Presidente.

Un esempio in questo può essere la campagna elettorale presidenziale del 2014, scandita dallo slogan delle “3 date”: il 2023, il 2053 ed il 2071.

 

  • Il 2023 segnerà il centenario della Repubblica di Turchia. La data è sempre stata accompagnata dallo slogan “hedefimiz” (il nostro obiettivo). Evidente il significato di arrivare a quel momento avendo cambiato le caratteristiche della Repubblica, trasformandola dalla peculiare forma kemalista ad una nuova, presidenziale ed islamica. A questo periodo corrisponde il conio dell’espressione “nuova Turchia”, in opposizione alla “vecchia” di Atatü Comincia lo smantellamento dei simboli repubblicani: la scritta “Repubblica di Turchia”, che precede per legge nell’ acronimo “T.C.” il nome di ogni istituzione bancaria, assicurativa o d’istruzione, viene rimossa in numerosi luoghi, non si sostituiscono le statue di Atatürk danneggiate, l’uso della bandiera (che è la medesima dell’Impero ottomano) viene esaltato in modo che esso non venga percepito come simbolo repubblicano ma identitario della Nazione, svincolato dal suo senso kemalista e risalente ai tempi imperiali. Spesso, durante comizi e raduni del Partito di governo, viene dal pubblico esposto insieme all’antica bandiera califfale verde con tre crescenti. E’ forse il fenomeno che testimonia il maggior cambiamento nella storia politica turca contemporanea.

 

  • Il 2053 rappresenta invece il seicentesimo anniversario della presa di Costantinopoli da parte degli Ottomani. Nella mentalità e nella visione nazionalista tipica della cultura turca (anche dei Turchi più laici), la data del 1453 ha un’importanza enorme perché, insieme alla battaglia di Manzicerta, costituisce la tappa principale del percorso di affermazione del predominio turco sull’Anatolia e la propria concretizzazione quale potenza egemone nel Mediterraneo orientale. A quel momento corrisponde l’identificazione dell’Impero ottomano quale erede di quello romano-orientale (con legittimazione religiosa di Maometto II in qualità di conquistatore della “Seconda Roma”, in conformità a quanto si vuole stabilito dallo stesso Profeta) e la contrapposizione fra un Oriente mediterraneo turco e islamico ed un Occidente mediterraneo europeo e cristiano, che il kemalismo aveva cercato di distruggere e che ora si presenta con forza sempre maggiore come paradigma della differenza, ontologica ed irriducibile, fra “noi” e “loro”.

 

  • Nel 2071 si celebrerà invece il millesimo anniversario della battaglia di Manzicerta, che come accennato ha aperto le porte dell’Anatolia alla dinastia turca precedente quella ottomana, ovvero i Selgiuchidi, consolidando la presenza turca. La vittoria, conseguita dal Sovrano Alp Arslan, di enorme importanza nel patrimonio culturale della Destra turca, riveste anche ora un formidabile appeal non solo per i conservatori o i religiosi, ma anche per gli osservanti la disciplina di Atatürk: se. Infatti, la presa dell’Anatolia ha comportato un formidabile successo per la Nazione turca, di questo si compiacciono anche i nazionalisti laici. Il fervore nazionalista del pubblico laico e repubblicano della Turchia ha costituito un punto di unione fra politiche dell’AKP e la sensibilità di un pubblico profondamente nazionalista, una seduzione importante che ha comportato conseguenze non di poco conto nell’affermazione del Partito di Governo.

 

In effetti, la traiettoria ideologica dell’AKP ha sempre avuto due direzioni fisse, quella della confusione di ogni ruolo istituzionale nel Partito-Nazione(esattamente come il Partito Repubblicano aveva fatto ai primordi della Repubblica) e dello sdoganamento della laicità.Questi obiettivi erano chiaramente percettibili anche quando, ai primordi dei successi del Partito e comunque prima dell’elezione di Gül alla Presidenza, questo proponeva di sé un’immagine maggiormente pluralista ed aperta.

A partire dal 2014, l’AKP ha sviluppato un’identità sempre maggiormente nazionalista, perfettamente in linea con la tradizione della Destra estrema turca rappresentata in Parlamento dal Partito del movimento nazionalista. Con questo Partito, l’AKP ha ingaggiato una serie di rapporti che hanno visto momenti di forte contrapposizione, ai quali è invece seguita nell’anno in corso l’alleanza funzionale al superamento del referendum sul Presidenzialismo.

E’ comunque probabile che questa fusione d’intenti determini la scomparsa del Partito nazionalista: con l’assunzione da parte dell’AKP di caratteristiche proprie di quest’ultimo e con la fine del dialogo con i Kurdi, che sono stati di fatto estromessi dalla dialettica politica turca dopo le prime elezioni del 2014 nonostante la riaperture del dialogo qualche anno fa, l’AKP ha cominciato ad assumere tratti estremamente simili a quelli del Partito di estrema destra, e questo potrebbe finire per fagocitarlo.

In definitiva, a seguito del successo referendario del 16 aprile scorso, sembra evidente come l’orientamento del Paese sia rivolto verso un punto di non ritorno: cosa peraltro già definita da circa un decennio, ma ora resa ufficiale dal voto popolare nonostante il vantaggio ottenutodall’ AKP sia stato nettamente inferiore alle aspettative.

Con una percentuale di “sì” inferiore al 52% (ottenuta peraltro con l’ausilio di un’altra Forza politica, ed inferiore al 50% nelle maggiori aree urbane ed industriali), il Presidente è conscio di non poggiare i piedi su un terreno solidissimo. Allo stesso tempo, ha a disposizione più di un anno per riformare il suo Partito (le riforme entreranno in vigore con le elezioni del 2019), intendere dove siano i maggiori franchi tiratori, terminare il processo di fusione con (o annientamento de) il Movimento nazionalista ed eliminare ogni residua traccia del dialogo con i Kurdi e di seria opposizione. La nuova simbologia del Partito, la mano aperta col pollice rivolto verso il palmo, già propria della Fratellanza, associata al motto “una Nazione, un Paese, una bandiera, una lingua” sintetizza efficacemente l’orientamento della nuova Turchia. Come detto all’inizio, il processo di conversione dello Stato non è che ad uno stadio intermedio di realizzazione e molto resta da fare. Se la Presidenza dovesse credere, nell’anno in corso, di avere via libera, è possibile che si tenga un ulteriore referendum (oltre a quello sull’adesione alla UE e sulla pena di morte) per rendere immediatamente efficaci le riforme appena votate, senza attendere la nuova legislatura.

In politica estera, Erdoğan crede di avere grandi spazi di manovra con l’Europa per via della sua capacità di gestire i flussi migratori. E’ davvero presto per dire come il successo della riforma costituzionale influirà nei rapporti con gli alleati e con gli antagonisti regionali nello scacchiere siriano, data l’estrema volatilità della situazione ed il fatto che ci troviamo in un contesto internazionale di enorme fluidità, con paradigmi davvero diversi rispetto al passato. Sarà probabilmente necessario osservare i primi mesi di relazioni con la NATO e l’EU per intendere davvero come andranno le cose. Sembra comunque evidente che le sponde del Mediterraneo tenderanno ad allontanarsi. Con gli Stati Uniti promotori di una visione del mondo costituita da rapporti bilaterali e tesi alla distruzione delle alleanza regionali, in un’ottica di opportunistico mantenimento delle relazioni con il su ex mastino, potrebbero vedere nella nuova Turchia un alleato affidabile nella sua ormai certissima stabilità politica. In questo, potrebbero essere spalleggiati dagli alleati regionali della Turchia e da un Regno Unito ormai completamente svincolato dall’ Europa, che torna sul suo asse anglo-sassone e forse disponibile a concedere l’ingresso per affari senza visto ai cittadini turchi.

Tutto, naturalmente, nella possibilità che le decisioni d’oltreoceano cambino con la velocità con la quale cambiano i venti sull’Egeo.