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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaEspelleranno l'Italia dal Mediterraneo (e dal Medio Oriente)?

Espelleranno l’Italia dal Mediterraneo (e dal Medio Oriente)?

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  1. Libia-Turchia-UK-USA: quale il ruolo di Ankara nei confronti dell’Italia a Tripoli? Il Regno Unito riconoscerà Cipro Nord? Quali le evoluzioni dell’appartenenza turca alla NATO?
  2. Egitto: sessant’anni dopo la morte di Mattei, l’ENI sembra essere l’unica vera forza rimasta al nostro Paese. Gli attacchi, specialmente sottobanco, si moltiplicano. E se l’ultimo venisse dall’interno? 
  3. Emirati: due pesi, due misure. Sappiamo chi è A.Costantino? Roma deve proprio scomparire dal Golfo? 

Analizziamo un punto alla volta.

  1. La Libia sta ritardando, da mesi, il rilascio del visto a parte del personale impegnato nell’operazione “Irini”, Comandante – italiano – compreso, e al personale militare – italiano anch’esso – dispiegato a Misurata. Alcuni malpensanti credono che la cosa sia dovuta, almeno parzialmente, ad un’opposizione della Turchia, quella stessa Turchia che si era (comprensibilmente) irritata alle parole pronunciate lo scorso 9 aprile del Presidente del Consiglio dei Ministri e che è impegnata in un’importante opera di consolidamento nel Mediterraneo al fianco del Regno Unito. La posizione italiana in Libia è certamente meno forte di quella turca e l’elezione alla Presidenza di Cipro Nord di E. Tatar, la questione del Bosforo/Dardanelli e di Montreaux (103 ammiragli, Montreaux, gli eurasisti, l’estrema destra: la via è segnata per il Governo turco – Geopolitica.infoGeopolitica.info) con correlata azione inglese di provocazione alla Marina russa nel Mar Nero lo scorso 23 giugno, sono eventi correlati che dimostrano quanto evidente sia il consolidamento dell’asse turco-britannico nel Mediterraneo orientale e che la Turchia, da punto di riferimento statunitense come bastione orientale della NATO, stia evolvendo verso una nuova funzione:
  • Per gli Stati Uniti, la Turchia resterà un attore assolutamente necessario nel quadrante medio-orientale. Tuttavia, dovrà essere ridimensionata per via di una policy troppo pragmatica nelle relazioni con la Russia (vedasi il programma nucleare e la centrale di Akkuyu, cosa molto più importante della tanto pubblicizzata questione missilistica) e per evitare che Ankara acquisti una posizione di prominenza rispetto ad un Iran che verrà presto chiamato a reintegrarsi (parzialmente) nella Comunità internazionale e rispetto ai Paesi del Golfo, molto ridimensionati dall’Amministrazione Biden, nell’ottica della realizzazione di un Medio Oriente composto da Potenze “a somma zero”;
  • Per il Regno Unito, la Turchia rappresenta il partner strategico col quale costruire una relazione significativa per il ritorno nel Mediterraneo. Londra non ha mai mancato di far valere il suo appoggio ad Ankara nella questione cipriota ed è assolutamente possibile che riconosca – magari di fatto, attraverso la costituzione di una Camera di Commercio di natura privatistica o attraverso l’apertura di voli commerciali diretti dal Regno fino a Nicosia/Ercan – l’autoproclamata Repubblica Turca di Cipro Nord. Il “pragmatismo” britannico potrebbe poi portare il Parlamento, fra qualche anno, ad un riconoscimento formale basato proprio sulla preesistenza di importanti relazioni economiche (il Common Law permette questo e ben altro). A quel punto, seguirebbe il riconoscimento da parte di una pletora di Stati di varia importanza, da alcuni Paesi della fascia equatoriale africana fino all’Azerbaijan, che porterebbe la Comunità internazionale dinnanzi al fait accompli. D’altronde, per il Presidente Tatar, l’opzione delle due comunità distinte, a Cipro, non è più percorribile. Deve, quindi, addivenirsi ad una separazione di diritto. Un’ottima occasione per Londra, soprattutto dato che le acque territoriali della nuova Repubblica andrebbero ad interessare anche zone economiche esclusive della Repubblica di Cipro ora concesse in licenza ad operatori dell’Unione Europea – quali l’ENI, che opera nel Paese nei Blocchi 2, 3, 6, 7, 8, 9 e 11 – licenze che verrebbero, naturalmente, ad essere rinegoziate e riassegnate. Ed anche senza pensare necessariamente ad una riassegnazione, cosa accadrebbe se un’ulteriore (s)vendita del patrimonio pubblico italiano mettesse l’ENI in mani completamente private, magari con forte partecipazione estera?
  1. L’ENI, una delle poche vere realtà di questo Paese, cerca (nonostante l’infinita serie di difficoltà e colpi bassi ricevuti) di non eclissare la presenza italiana nello scacchiere del Mediterraneo Orientale. Il Parlamento italiano ha deciso di concedere la cittadinanza a Patrick Zaki, nella convinzione che questo potrebbe legittimare il Governo italiano ad esercitare maggiori pressioni sul Cairo. E’ difficile immaginare quanto la cosa possa essere produttiva di effetti positivi sulle sorti di quel ragazzo, del quale naturalmente tutti auspichiamo una pronta liberazione. E’ invece facilissimo ipotizzare che al raggiungimento di un punto di rottura fra le relazioni fra Italia ed Egitto, magari provocato anche dalla ciclica riproposizione all’opinione pubblica italiana di altri dolorosi fatti che hanno interessato i due Paesi – che vengono riproposti ad orologeria ogni qualvolta l’Italia combina qualcosa di buono nel Mediterraneo Orientale – seguirà il deciso intervento di colossi dell’industria energetica e della difesa di Paesi terzi, anche democraticissimi, pronti a prendere il posto degli italiani scacciati proprio dalle anime candide che popolano il Bel Paese e che agiscono con le migliori intenzioni – delle quali, ricordiamo, è lastricata la via che conduce all’inferno – . La cosa ricorderebbe vagamente quanto già accaduto negli scorsi anni. Ma si sa, per alcuni e solo in casa propria “pecunia non olet”. O, se si preferisce, “l’argent n’a pas d’odeur”.  
  1. Con gli Emirati si sta consumando una questione grave e foriera di conseguenze non trascurabili. Il blocco della vendita di materiale bellico, comprensivo delle parti di ricambio per la pattuglia acrobatica locale, non mina solo il quantum delle commesse industriali italiane ma anche – se non soprattutto – l’immagine e l’affidabilità dell’Italia. Non vale a molto sottolineare come le attività commerciali italiane col rivale Qatar si siano consolidate e come questo possa compensare le perdite subite, perché l’Italia ha bisogno non tanto di vendere quanto di essere politicamente rilevante. Se delle commesse, una volta perse, possono essere recuperate, i legami di amicizia con Paesi sensibili non saranno recuperabili. Inoltre, come detto, un buon rapporto col Qatar non comporta automaticamente buoni risultati in termini di relazioni internazionali: buoni rapporti con la Turchia, suo alleato, sono stati infatti compromessi per questioni mediterranee. Il gioco è quindi certamente in perdita per Roma. Un nostro connazionale, A. Costantino, è in carcere a Dubai senza motivazione dallo scorso marzo. Lo scarso peso del nostro Paese fa sì che, anche a seguito di numerosi solleciti ed interventi istituzionali, la detenzione continui senza che gli Emirati si sentano tenuti a fornire spiegazioni.

Cosa accadrebbe se, magari spinto da varie organizzazioni umanitarie, il Parlamento italiano decidesse la sospensione delle relazioni commerciali tout court con gli Emirati e poi (perché no?) anche con Turchia e Qatar, e si tirasse fuori dal commerciare con un Iran reintegrato nel contesto internazionale? 

Conclusioni

L’Italia ha assoluto bisogno di determinare una propria politica coerente nel Mediterraneo e nel Medio Oriente riuscendo a darsi una funzione strategica, ossia riuscendo a strutturare un peso sul quale costruire una leva, esattamente come all’inizio della storia dell’ENI. Deve agire all’interno del contesto atlantico, operando efficacemente con Cina e Russia senza abbandonarsi a troppo spinte avventure asiatiche che le verrebbero fatte pagare amaramente e che non funzionerebbero (vedi “vie della seta”: se fai il passo più lungo della gamba cadi, e la gamba italiana è cortissima), valorizzando l’appartenenza e la fedeltà all’ alleanza di Washington ma dimostrando alla stessa di essere un attore, e non un mero esecutore appiattito di decisioni già prese molto lontano. L’Italia deve insomma far comprendere di essere utile agli Stati Uniti nel Mediterraneo da viva costituendo un alleato consapevole, vitale ed utile e che non è conveniente attenderne la morte per dare via libera ad altri ed anche per cibarsi di quelle poche aziende, in massima parte pubbliche, che a breve il mainstream ci insegnerà a “liberare” nelle infallibili ed efficientissime mani del mercato.

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