Esercitazione Kavkaz-2020: un messaggio difficile da interpretare

Tra il 21 e il 26 settembre, sotto il comando del Capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov, si è svolta nella regione di Astrakhan della Russia meridionale l’esercitazione militare Kavkaz-2020 (Caucaso in russo). Si tratta dell’evento culmine di un ciclo di esercitazioni iniziate nel 2017 con Zapad-2017 e proseguite con Vostok-2018 e Tsentr-2019, ciascuna delle quali ha testato la prontezza delle forze armate della Federazione Russa in ognuno dei suoi quattro distretti militari: quello occidentale, orientale, centrale e infine quello meridionale. Nei giorni precedenti l’esercitazione alti ufficiali russi hanno annunciato la partecipazione di unità militari e osservatori stranieri sottolineando però la natura non aggressiva delle manovre.

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L’esercitazione

Il Ministro della Difesa Sergej Šojgu ha dichiarato che l’esercitazione era mirata a valutare lo stato di sicurezza del distretto meridionale, dove persisterebbero minacce terroristiche. Nello specifico, si intendeva verificare la capacità di comando e controllo (C2), la prontezza al combattimento, e l’efficienza dei sistemi logistici. In ottica antiterroristica, il coinvolgimento di forze straniere è stato pensato per sviluppare nuovi approcci di cooperazione.

Secondo l’Agenzia di stampa TASS, sono stati convolti, in totale, fino a 80.000 uomini del personale civile e militare delle forze di terra, aeree e navali dei ministeri della Difesa e delle Situazioni di Emergenza nonché della Guardia Nazionale. A questi si sono aggiunti poco meno di 1.000 effettivi dalla Cina, dalla Bielorussia, dal Pakistan, dal Myanmar, dall’Armenia e alcuni osservatori dall’Iran, dall’Indonesia, dal Kazakistan, dal Tajikistan e dallo Sri Lanka. Tuttavia, l’Agenzia precisa che Alle simulaizoni hanno preso parte circa 12.900 soldati, rispettando così le restrizioni sottoscritte nel documento di Vienna del 2011. In esso si stabilisce che, per evitare reazioni di allarmismo, tutti i membri OSCE debbano essere notificati con anticipo delle esercitazioni che coinvolgano più di 13.000 soldati, in modo da poter inviare i propri rappresentanti e ispettori. Tuttavia, gli esperti sottolineano che già in passato Mosca ha oltrepassato i limiti imposti dichiarando cifre inattendibili.

Kavkaz-2020 è stata un’esercitazione di carattere strategico che ha previsto vari tipi di simulazioni – dall’artiglieria alle operazioni aeree e navali passando per l’electronic warfare. Le manovre hanno coinvolto i centri militari dell’intero distretto meridionale, la pista di Alagyaz in Armenia, e, secondo alcuni, anche località delle repubbliche indipendentiste dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. L’esercitazione è stata divisa in due grandi momenti organizzativi: una prima fase di pianificazione delle manovre, e una seconda fase operativa con prove di fuoco per testare le capacità di comando e controllo a forze congiunte.

Sono stati impiegati circa 250 carri armati, 450 veicoli di fanteria da combattimento, 200 sistemi di artiglieria, e sistemi lanciarazzi multipli. Grande attenzione è stata prestata ai missili da crociera e agli aeromobili a pilotaggio remoto (droni) quali Forpost, Orland-10 e Eleron-3. Inoltre, unità di caccia Su-27 e Su-30SM e aerei di trasporto militari Ilyushin Il-76 sono stati riassegnati nei vari campi d’aviazione delle regioni di Krasnodar, Stavropol, Rostov e della Repubblica di Crimea. Al fine di sviluppare scenari di operazioni multisettoriali sono stati simulati circa 400 episodi tattici in base alle capacità d’arma integrate acquisite sul terreno in Siria. A completare la gamma delle manovre vanno aggiunte, infine, le esercitazioni navali condotte nel Mar Nero e nel Mar Caspio con circa 20 navi, incluso l’incrociatore lanciamissili Moskva. Alle manovre navali nel Mar Caspio hanno preso parte anche unità iraniane.

Principali presenze internazionali

Il Viceministro alla Difesa Nicolaj Pankov ha sottolineato come l’esercitazione non abbia avuto intenti offensivi in quanto non diretta contro nessun Paese. Ufficialmente, dunque, Kavkaz-2020 ha mirato a testare la capacità di difesa del distretto meridionale. Ma ciò che ha catturato l’attenzione degli esperti internazionali è stato l’elenco degli invitati. Tradizionalmente, infatti, la partecipazione di truppe straniere a questo tipo di esercitazioni riveste un alto valore simbolico, sia di cooperazione fra partner che, di riflesso, di monito per gli avversari, attuali o potenziali.

Inoltre, queste esercitazioni strategiche non permettono soltanto di migliorare l’interoperabilità delle varie forze ma forniscono anche una piattaforma di risonanza internazionale per esibire tecnologie e mezzi militari. Non a caso, l’evento è stato preceduto di un mese dalla fiera internazionale di Mosca Army-2020. Organizzato ogni anno dal Ministero della Difesa russo, il forum raccoglie più di un migliaio di compagnie del settore. Tutte molto interessate a presentare nuove tecnologie e a firmare accordi di fornitura di armamenti verso altri Paesi.

Fra le truppe dei Paesi invitati, la presenza di quelle cinesi è quella che meno sorprende. Attenuando la storica diffidenza che li caratterizza, a partire dalla crisi ucraina, infatti, i legami militari tra i due paesi sono andati costantemente rafforzandosi raggiungendo il culmine con l’esercitazione congiunta Vostok-2018. La presenza cinese ha però impedito all’ultimo la partecipazione del Paese che più invece aveva suscitato attenzione, l’India. Pur attribuendo la mancata presenza a motivi sanitari, Nuova Delhi, che avrebbe dovuto inviare circa 200 effettivi, ha giudicato gli scontri di quest’estate con le truppe cinesi lungo la Line of Actual Control una questione non superata. Fin dall’epoca sovietica, spesso in ottica anti-cinese, Russia e India hanno sempre mantenuto dei rapporti speciali, al punto che tra il 2015 e il 2019 l’India è diventato il primo paese importatore di armi russe. L’improvvisa assenza indiana ha perciò creato un certo imbarazzo a Mosca, che molto si adopera nel sottolineare quanto l’isolamento che l’Occidente cerca di imporle sia, nei fatti, inefficace.

Anche la presenza del Pakistan ha probabilmente contributo al ritiro indiano. Sempre più lontana dagli Stati Uniti, la partecipazione di Islamabad viene attribuita dagli osservatori all’intento di approfondire i legami con la Russia, ma anche e soprattutto con la Cina e in parte con l’Iran. Al contrario, un Paese che sembra volere sottolineare le distanze con Mosca è l’Azerbaigian, che ha rifiutato l’invito per via delle tensioni con l’Armenia. Accusando Mosca di spalleggiare troppo l’Armenia con nuove forniture di armi, l’Azerbaigian sta esplicitando sempre più il suo allineamento con Istanbul, così come reso evidente dai recentissimi sviluppi del conflitto nel Nagorno-Karabakh. Infine, la Bielorussa di Aleksandr Lukašenka ha preso parte sia a Kavkaz-2020 che, in contemporanea, all’esercitazione annuale della Fratellanza Slava a Brest a cui però, per la prima volta, non ha partecipato la Serbia, sottoposta a pressioni dell’Unione Europea. Data l’estrema precarietà della sua posizione, Lukašenka ha assolutamente bisogno di alleati e, quindi, di mostrare più che mai la sua lealtà a Mosca.


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Le implicazioni

Da una parte, la presenza internazionale all’esercitazione è motivo di vanto per Mosca, poiché le consente di rimarcare quanto essa non sia né isolata né in difficoltà nel mantenere relazioni cordiali con un variegato gruppo di partner. Dall’altra, tuttavia, le relazioni tra i diversi partecipanti sono delicate, spesso conflittuali, e radunano, nella maggior parte dei casi, Paesi sempre più isolati come Bielorussia, Iran, Pakistan, e la stessa Cina. La partecipazione congiunta a un’esercitazione militare può essere utile a implementare nuovi approcci di cooperazione, come nel caso pakistano, ma può anche trasformarsi in un ostacolo ai riassestamenti strategici in corso, come l’annullamento indiano dimostra. L’India pare ormai mostrare molta più attenzione al Dialogo di Sicurezza Quadrangolare con Giappone, Usa e Australia, e infatti prenderà parte all’esercitazione navale Malabar-2020 nello stretto di Malacca.

Sarà forse per via di queste relazioni così volatili e superficiali che gli ufficiali russi hanno tenuto a mantenere il focus dell’esercitazione ben fissato sull’aspetto della sicurezza interna. A differenza di Vostok-2018 dove la partnership con la Cina venne ampiamente pubblicizzata allo scopo di inviare un segnale agli Stati Uniti, Kavkaz-2020 è stata innanzitutto intesa come un’opportunità per esibire le capacità tecnologiche-militari di Mosca che, a dispetto delle difficoltà derivanti dalla pandemia, dal punto di vista militare rimane preparata e reattiva. La presenza di armi di tecnologia complessa, come droni e missili da crociera, ha una doppia valenza. Da una parte, conferma il continuo processo di modernizzazione in cui è impegnato l’esercito russo dal 2008, e, dall’altra, si presta ad infondere il dubbio che l’uso di tecnologie dal potenziale offensivo sia in realtà un pretesto per intimidire i Paesi limitrofi, che Mosca considera tutt’ora sotto la sua influenza.

Impossibile stabilire se solo una delle ragioni qui riportate sia nettamente prevalente. I singoli pesi di ognuna verranno adattati all’evolversi della situazione. Di sicuro, nei calcoli di Mosca, Kavkaz-2020 vuole essere uno strumento flessibile, funzionale a più finalità, essendo questo scenario compatibile con la tradizione sovietica della maskirovka, l’arte russa dell’inganno militare.

Giulia Ginevra Nascetti
Geopolitica.info