Escalation nel Mar Nero

Da sempre, il Mar Nero è considerato una delle regioni geostrategiche più importanti al mondo per la sicurezza e la difesa, nonché per l’economia, di molti attori internazionali. Il controllo del Mar Nero è essenziale per l’accesso al Mar Caspio, il Mediterraneo, il Golfo Persico e il Medio Oriente. Teatro di numerosi conflitti – tra cui le vicende del Nagorno-Karabakh – il Mar Nero assiste da anni ai giochi di potere tra la Russia, l’Ucraina – spalleggiata fedelmente dalle potenze Europee e transatlantiche – e la Turchia. A seguito dell’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa, la presenza NATO e statunitense nella regione è aumentata progressivamente, provocando e, al contempo, reagendo ad un rafforzamento notevole della difesa aerea e navale russa nel Mar Nero. Se per l’Unione Europea gli sviluppi del Mar Nero hanno un impatto significativo sulla sicurezza Europea e la politica di vicinato e il partenariato orientale dell’UE, da un punto di vista economico, commerciale e di proiezione del proprio potere, la regione gioca un ruolo ugualmente – se non maggiormente – cruciale per la Russia. Gli Stati Uniti, a loro volta, hanno forti interessi geostrategici nel conflitto tra Russia e Ucraina nel Mar Nero, nel quale sono riposte speranze di avanzamento, sperando di aggirare i tentativi della Cina di impedire il controllo degli Stati Uniti nel Mar Caspio, e di rimanere un attore rilevante di fronte al progetto energetico dell’Iran. Al contempo, la Turchia, attore dal comportamento imprevedibile e instabile, si trova in una posizione privilegiata grazie al controllo degli stretti e il Trattato di Montreux, e dall’equilibrio dei propri rapporti con il fronte NATO e quelli con la Russia dipenderà, perlomeno parzialmente, lo sviluppo del conflitto.

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Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da sporadici episodi di conflitto tra Mosca e Kiev, calma apparente dovuta, probabilmente, allo spostamento dell’attenzione globale sul Medio Oriente e gli scontri in Siria. La costruzione del ponte di Kerch e il sequestro russo del novembre 2018 delle motovedette ucraine, che violavano la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto nautico, hanno ridato vita all’escalation delle tensioni, seguiti dall’allerta degli eserciti russo e ucraino e dai rafforzamenti della presenza NATO nella zona, a sostegno di Kiev, con numerose esercitazioni, tra le quali le Sea Shield, Sea Breeze e NATO-Georgia . Il Segretario Generale Jens Stoltenberg ha ribadito la determinazione con cui la NATO intende appoggiare i propri partner nella regione, oltre alle preoccupazioni di quest’ultima rispetto alle posizioni prese dalla Russia, che violano il Trattato INF. Infatti, la Russia vantava, nel 2018, una forza militare in Crimea con capacità radar, contingenti robusti di truppe di terra, oltre alla flotta modernizzata del Mar Nero. Tale crescente militarizzazione ha causato un innalzamento significativo dei costi economici, politici e militari per Kiev. Il controllo russo dello Stretto di Kerch e il suo blocco temporaneo dovuto ai lavori di costruzione del ponte hanno determinato gravi perdite dirette e indirette per l’Ucraina, la quale, a sua volta, ha minacciato di creare problemi urgenti nel Mar Nero. Tuttavia, secondo l’opinione di esperti, un conflitto aperto appariva improbabile: la Russia non avrebbe rischiato il sollevamento di una protesta diplomatica da parte dell’occidente, né l’inasprimento ulteriore delle sanzioni o un intervento della NATO più insistente. Inoltre, l’escalation era controproducente anche per l’Europa, per ragioni geo-economiche e di sicurezza. L’obiettivo della Russia era, con più probabilità, un’invasione silenziosa, volta ad avere un impatto distruttivo sul commercio vitale per l’Ucraina e condurla ad una depressione economica, indebolendo anche i rapporti con la NATO e rafforzando la fazione filo-russa nel territorio separatista ucraino. 

Il 2021 ha portato, in pochi mesi, all’incremento delle tensioni nel Donbass, dovuto ad alcune uccisioni recenti di soldati e civili nel territorio separatista, nonché a un risveglio dell’attivismo sia di Washington che di Mosca: Biden ha voluto mostrare da subito un rafforzamento della volontà statunitense, inviando il cacciatorpediniere multi-missione USS Donald Cook nel Mar Nero, seguito da USS Porter e altri, dichiarando la propria determinazione nel continuare a costruire la sicurezza marittima nella zona. Il Cremlino ha risposto invitando Washington e la NATO a cessare le proprie operazioni e affermando che una maggiore presenza militare di stati non confinanti con il Mar Nero avrebbe aggravato la già precaria stabilità della regione. La Russia ha perciò avviato test sulla prontezza al combattimento nei distretti militari occidentali e meridionali, avvisato l’unità della Flotta del Nord nella regione artica, attivato sistemi di difesa missilistica sulla costa e schierato aerei da combattimento per monitorare le attività della Marina degli Stati Uniti, annunciando che tali manovre sono svolte in risposta alla politica aggressiva della NATO, il cui comportamento è percepito dal Cremlino come una minaccia alla propria sicurezza. Contemporaneamente, per far fronte al conflitto nel Donbass, la Russia ha aumentato in maniera esponenziale la propria presenza militare al confine, minacciando ulteriormente la sicurezza dell’Ucraina, che ha perciò tentato di assicurarsi il sostegno dell’Unione Europea, con esiti favorevoli, e degli Stati Uniti. Il Presidente statunitense ha negato la possibilità di un’escalation imminente come risultato del dispiegamento delle truppe russe, prevedendo, tuttavia, l’applicazione di nuove sanzioni contro Mosca in poche settimane. Inoltre, Kiev ha conquistato anche il supporto del presidente turco Erdogan, che si è mostrato determinato a sostenere “l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina”. Infatti, la Turchia sembra intenzionata a cercare una riconciliazione con l’Ucraina, forse nel tentativo di riparare i danni recenti che hanno subito le relazioni tra Turchia e Unione Europea, oppure, con ogni probabilità, con lo scopo di esercitare maggiore influenza sul confinante Mar Nero. Il ministro della difesa russo Sergei Shoigu ha evidenziato il rischio di una rapida escalation delle tensioni, denunciando la presenza militare esacerbante e crescente degli Stati Uniti nella regione, oltre alle continue attività annuali programmate dalla NATO. 


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La presenza militare russa ai confini con il Donbass, che Jens Stoltenberg ha descritto come “la più grande mobilitazione di uomini al confine dall’annessione illegale della Crimea nel 2014”, quella navale nel Mar Nero e nel Mar d’Azov, insieme alla risposta aggressiva degli Stati Uniti e la NATO e l’appoggio dell’Unione Europea e di Erdogan, fanno pensare ad un’escalation imminente. Tuttavia, sembra improbabile che la Russia rischi il rallentamento, o addirittura il congelamento, della costruzione del Nord Stream 2, né l’impatto negativo sulle proprie esportazioni commerciali verso il Medio oriente e il Mediterraneo orientale, o un possibile intervento delle Nazioni Unite nel caso di un conflitto aperto con l’Ucraina. Quest’ultima, dal proprio canto, pur traendo benefici economici dall’impedimento del Nord Stream 2, e geostrategici per via dell’utilità del Mar d’Azov per la propria potenza marittima e il commercio, verrebbe gravemente e irreparabilmente colpita da un’escalation delle tensioni, vista la superiorità militare russa. 

Maria Vitali Rosati