L’eredità di Obama

Gli attacchi di Parigi hanno chiarito oltre ogni dubbio la portata del pericolo jihadista,  la capacità di azione e la resilienza dell’ISIS. La politica estera della amministrazione Obama, a meno di un anno dalla scadenza del mandato presidenziale, è sotto la lente di ingrandimento. L’ISIS minaccia le democrazie occidentali, il nostro way of living, l’essenza stessa dei nostri valori. Ma soprattutto l’ISIS chiama in causa gli Stati Uniti, artefici, sentinelle e garanti di quell’ordine liberal-democratico nato sulle ceneri del secondo conflitto mondiale e che con la fine della guerra fredda tutti noi abbiamo dato per scontato.

L’eredità di Obama - Geopolitica.info Barack Obama affronta un dibattito nel corso della sua prima campagna elettorale Fayetteville, North Carolina, 2008 (cr: Reuters / Jim Young)

Gli ultimi due numeri del Foreign Affairs, la prestigiosa rivista americana del Council on Foreign Relations, entrano nel merito del dibattito  sugli otto anni di politica estera obamiana.  Obama’s worldJudging his foreign policy record  e The Post- American Middle East  ruotano essenzialmente attorno ad un quesito: Che mondo lascia Obama agli americani e a noi tutti? Migliore o peggiore?  Analisti e politologi, come è naturale che sia, sono divisi sulla risposta. Concordano, invece, nel ritenere che è il Medio Oriente il banco d’esame della politica estera di Obama. Suo malgrado, perché nelle dichiarate intenzioni di Obama la pacificazione del Medio Oriente doveva essere la sua historical legacy.

Nel suo articolo What Obama gets right  (Foreign Affairs, edizione settembre- ottobre) Gideon Rose respinge l’accusa che ritrae Obama come un presidente ondivago nella gestione degli interessi americani motivando la presunta reticenza dell’inquilino della Casa Bianca ad intervenire  in Medio Oriente  (e non solo) come un semplice ritorno alla normalità. La critica fondamentale secondo cui  l’amministrazione Obama ha creato il vuoto in Medio Oriente risponderebbe secondo Rose ad una falsa percezione sul  ruolo globale degli Stati Uniti nell’era post-11 settembre. Per oltre un decennio gli Stati Uniti si sarebbero sovraesposti nell’area mediorientale deviando dalla tradizione del “normale interventismo americano”.

L’attuale vortice mediorientale sarebbe causato dai mutamenti radicali e irreversibili messi in moto dalle Primavere arabe a partire dal 2011 che hanno segnato la fine del lungo periodo di supremazia americana in Medio Oriente. Una leadership esercitata attraverso un mix di relazioni economico-commerciali e da una modesta presenza militare.

Accantonati i toni del trionfalismo e dell’eccezionalismo americano in favore di un ritegno diplomatico globale, Obama ha impresso un mutamento di paradigma strategico alla politica estera e militare  degli Stati Uniti rispetto alla prassi degli ultimi decenni.

Quando è entrato in carica, nel 2009, Obama aveva ben chiara la sua visione sul futuro della politica estera americana: porre fine ad un periodo di spericolato espansionismo e unilateralismo belligerante, riorganizzare la mappa degli interessi strategici americani, rimodellare la leadership americana nel mondo del XXI secolo, restituire prestigio all’immagine offuscata degli Stati Uniti nel mondo.

Alla “guerra al terrore” , ha sostituito una politica di apertura al dialogo con i “nemici”, senza pregiudizi e precondizioni. Il famoso discorso  del Cairo del 2009 -con la simbologia della mano aperta al mondo musulmano che evita ogni suggestione di guerra religiosa contro l’Islam – è stato uno dei momenti salienti nella costruzione della sua dottrina.  L’impegno assunto nel porre fine all’occupazione militare in Iraq e in Afghanistan e la caparbietà con cui Obama ha perseguito un ravvicinamento con l’Iran rientrano coerentemente in questa strategia.

What Obama gets right? Il maggior merito riconosciuto ad Obama dai suoi sostenitori è quello di aver evitato, al costo di innumerevoli critiche, di portare il popolo americano in un’altra guerra mediorientale dagli esiti ancora più incerti e insidiosi di quella irachena. All’inizio del suo mandato Obama ha stabilito criteri molto severi per coinvolgere gli Stati Uniti in una nuova guerra, tracciando nella cartografia degli interessi americani   la chiara distinzione tra “centro” e “periferia”. La Siria, la Libia, l’Ucraina sono periferia.  Il Pacifico è il centro geostrategico statunitense.

Obama, con la sua apparente irresolutezza e reticenza a mettere i cosiddetti boots on the ground  avrebbe  intercettato gli umori prevalenti degli americani, stanchi di guerre lontane e costose in una regione dove nessuna operazione di nation building e regime change  ha mai funzionato. Malgrado il pasticcio della linea rossa, l’incauto annuncio di un intervento in Siria contro l’uso di armi chimiche per poi rimettere pretestuosamente la decisione al Congresso (di cui era nota la contrarietà), Obama ha perseguito con estrema coerenza i suoi obiettivi resistendo a diverse tentazioni di roll back che la storia gli ha offerto (l’uccisione dell’ambasciatore Stevens in Libia,  l’intervento russo in Ucraina). All’interventismo militare ha preferito le intese, concentrandosi su iniziative che ha ritenuto di maggiore importanza per la sicurezza nazionale. Il programma nucleare iraniano, il conflitto israelo-palestinese, la guerra in Iraq.

I critici di Obama la vedono naturalmente in maniera diversa. La dottrina Obama e la sua applicazione strategica in Medio Oriente è il prodotto di un combinato disposto di ingenuità, debolezza o, peggio ancora, di incompetenza.  Bret Stephens nel suo articolo  “What Obama gets wrong?” (in risposta a Gideon Rose) accusa Obama di non aver capito i pericoli insiti nella fine della Pax Americana. Il non interventismo americano avrebbe causato più danni di quanti si riprometteva di ripararne incoraggiando i nemici degli Stati Uniti e dell’Occidente tutto.

Ogni presidente, sostiene Stephens,  dovrebbe essere giudicato su alcuni aspetti fondamentali del suo mandato: l’abilità con cui riesce a realizzare ciò che ha promesso, ad indebolire i nemici,  a rafforzare gli alleati, e a definire una idea di “interesse americano” concreta e convincente. Obama non avrebbe realizzato nulla di tutto questo malgrado la forza convincente delle sue idee e la sua personalità. Il Medio Oriente vive una delle stagioni più turbolente della sua tormentata storia. Il riequilibrio degli interessi americani tra centro e periferia lungi dall’essere un esempio di prudenza ha creato un vuoto di potere in cui è entrato l’ISIS.

L’amministrazione Obama ha costantemente fallito nel rispondere alle aspettative create, dalla chiusura di Guantanamo alla ricomposizione delle relazioni con la Russia, al rinnovamento dell’immagine americana in Egitto, in Turchia, in Siria, fino ai negoziati per la questione palestinese. Gli sforzi di rimanere imparziale e non interventista hanno fatto infuriare i vecchi alleati, primo fra tutti Israele. L’ingenuità con cui Obama ha continuato ad insistere per ottenere da Tel Aviv il congelamento degli insediamenti nei territori occupati ha aggravato lo stallo delle relazioni tra Israele e il presidente palestinese Mahmoud Abbas  e danneggiato la percezione della capacità negoziale degli Stati Uniti. In Egitto Obama ha frettolosamente scaricato il fedele alleato Mubarak,  scommesso altrettanto incautamente  sulla capacità democratica della Fratellanza per poi, alla prova dei fatti, accettare una militarizzazione della società egiziana più oscurantista di quella precedente.

Nella lunga confusione delle Primavere arabe Obama è riuscito a farsi convincere dai liberal a sostenere la “ guerra umanitaria” in Libia per rovesciare Muammar Qaddafi.  La decisione di Obama di seguire from behind  l’intervento  franco-britannico  ha prodotto come unico risultato quello di trasformare la  Libia in un santuario jihadista.

Obama ha nuociuto alla leadership americana, sostengono più o meno coralmente i suoi detrattori. Rispetto alla questione siriana ad Obama si possono rimproverare molte cose, a cominciare dalla irresolutezza (le armi chimiche e la linea rossa), poca trasparenza (il ruolo dell’Iran nel futuro della Siria) e una notevole dose di ingenuità con Putin ed  Erdogan, i player più spregiudicati della scacchiera mediorientale.

Di certo, però, non lo si può accusare di ambiguità. In una conferenza stampa alla Casa Bianca, lo scorso 15 luglio, Obama ha dichiarato:  “[…] dopotutto non è compito del presidente degli Stati Uniti risolvere tutti i problemi del Medio Oriente. I popoli del Medio Oriente dovranno risolvere da soli i loro problemi […]”