L’inizio dell’era Bolsonaro tra accuse di corruzione e polemiche

Jair Bolsonaro, 38esimo Presidente brasiliano, ha iniziato il suo mandato con un discorso inaugurale in cui ha ribadito i forti toni e i propositi espressi in campagna elettorale: in primis la protezione dei valori conservatori e della tradizione giudaico-cristiana dalle “ideologie nefaste”, quali il socialismo, il “politicamente corretto” e “l’ideologia di genere”. Il neo Presidente ha fatto riferimento, inoltre, alla crisi economica, alla criminalità e alla corruzione del Paese come problematiche da affrontare per “cambiare il destino” del Brasile.

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Nonostante la promessa di mantenere il pugno di ferro contro qualsiasi forma di corruzione, però, sono arrivate anche per il suo entourage le prime accuse di illecito.
Il primo ad essere finito nel mirino è il figlio, Flavio Bolsonaro, senatore del nuovo Governo. Secondo un’indagine del Consiglio per il controllo delle attività finanziarie egli sarebbe stato coinvolto, a partire da gennaio 2016, in una serie di pagamenti sospetti (per l’equivalente di 275.000 euro), versati sui conti di deputati e senatori brasiliani. Dopo che il figlio si è dichiarato innocente, Bolsonaro ha assicurato che i veri responsabili verranno perseguiti dalla legge.

Una seconda inchiesta è stata aperta, su richiesta della Procura generale, dal Supremo Tribunale Federale brasiliano (Stf) nei confronti di Onyx Lorenzoni, ministro dell’interno. L’accusa, in questo caso, riguarda un presunto finanziamento illecito ricevuto da Lorenzoni da parte della multinazionale JBS, per finanziare il Partido Social Liberale. Secondo le testimonianze di alcuni ex dirigenti di JBS, la cifra ammonterebbe a circa 47.000 euro e, sebbene il Ministro abbia pubblicamente ammesso il suo coinvolgimento nel 2012, il fatto si sarebbe poi ripetuto anche nel 2014.

Tali insinuazioni rischiano di gettare discredito sull’ex militare, il quale aveva vinto il favore popolare, oltre che con un uso sapiente dei social media, proprio presentandosi come l’unico candidato giusto e incorruttibile mentre lo scandalo Lava Jato stava colpendo non solo il leader del Partido dos Trabalhadores, ma anche quelli di centro e centro destra.

In merito a quest’ultima vicenda, stando a recenti indiscrezioni, le carte potrebbero presto rimescolarsi. Secondo la difesa di Lula da Silva, infatti, la condanna in primo grado a nove anni di carcere per riciclaggio e corruzione sarebbe nulla in quanto emessa dall’attuale ministro della Giustizia, il giudice Sergio Moro, il quale avrebbe agito “per fini politici”.

Una vittoria che ha diviso il paese e l’opinione pubblica

Come si è visto, la vittoria di Bolsonaro  ha generato diffusi timori nella comunità internazionale e ha diviso il Brasile: da una parte, a Nord, spicca la sinistra socialista, dall’altra, a Sud, prevale l’estrema destra.
Si teme, perciò, un aumento della violenza in uno Stato che nel 2017 ha tristemente raggiunto il record dei 60.000 omicidi che, in altri termini, significa un delitto ogni 7 ore.

La forte preoccupazione è legata, in particolar modo, alla proposta del “Trump brasiliano” di inserire una nuova definizione di “legittima difesa” nel Codice Penale e di modificare lo Statuto di Disarmo Estatuto de Desarmemento– introdotto nel 2003 dal Governo Lula, proprio per disincentivare l’utilizzo delle armi da fuoco.

Molti ritengono che tale decisione, unita alla “politica dell’odio” di Bolsonaro, non farà altro che esacerbare le tensioni. Di avviso contrario è il Presidente che ritiene che per risolvere il problema della criminalità, sia necessario permettere l’auto-difesa delle “persone per bene” e garantire la protezione giuridica ai poliziotti nell’esercizio delle proprie funzioni.

Un’altra questione aperta, riguarda il ruolo geopolitico che il Brasile ricoprirà durante il mandato di Bolsonaro. Considerato il suo atteggiamento, definito dai più “sovranista”, “populista” e “antiliberale”, ci si chiede come muteranno gli equilibri all’interno della regione sudamericana con riferimento, in particolar modo, alle relazioni con Venezuela e Cuba. Si prospettano dei cambiamenti anche sul piano internazionale e si guarda, soprattutto, all’asse economico Brasile-Cina e agli accordi stipulati in seno a Brics e Mercosur.

Nonostante le criticità fino ad ora sottolineate, i mercati hanno reagito bene all’entrata in scena dell’ex militare e, ancora di più, di Paulo Guedes, designato ministro dell’Economia. Quest’ultimo, ha rassicurato gli investitori con propositi di risanamento del debito pubblico brasiliano e di nuovo slancio e autonomia per il tessuto imprenditoriale del Paese.

Rimane, però, un’ultima problematica da considerare, ossia quella ambientale.Cosa comporta il fatto che il Presidente del Paese con la più estesa foresta tropicale al mondo non consideri l’ambiente una priorità?

I primi passi del governo Bolsonaro contro l’ambiente e gli indios

Ad allarmare gli ecologisti era stato, già durante la campagna elettorale, il piano prospettato di favorire collegamenti stradali attraverso le verdi e incontaminate foreste, perché “l’Amazzonia è del Brasile, non un patrimonio del mondo”.

Un recente provvedimento provvisorio, firmato dal Presidente e pubblicato nella Gazzetta ufficiale, ha confermato tali timori. Nel documento è previsto che la demarcazione e la gestione delle riserve indigene in Brasile, passi dalla Fondazione Nazionale per gli Indigeni (Funai) al ministero dell’Agricoltura, affidato a Tereza Cristina Dias. La donna, leader della “Bancada Ruralista” ossia la lobby brasiliana dei proprietari agricoli, è stata soprannominata in Brasile “Musa del veleno”, per aver approvato l’uso di sostanze nocive per accrescere la produzione e la vendita dei raccolti. Perciò, molti sottolineano, la sua non idoneità a ricoprire un simile incarico.

Tale provvedimento comporterebbe, inoltre, un passaggio della Funai dalla sfera giuridica del ministero della Giustizia a quella del ministero delle Donne, della Famiglia e dei Diritti Umani, retto da Damares Alvares. La ministra Alvares è nota per le sue forti posizioni conservatrici, evangeliche ed anti-abortiste e per essere co-fondatrice di una ONG, Atini, ora sotto inchiesta per incitamento all’odio razziale.

Il rischio maggiore, perciò, sembra essere quello di attacchi ancora più numerosi agli indios e alle loro terre, già abbondantemente minacciate dalle occupazioni abusive di minatori e agricoltori e, negli anni ’70 e ’80, vittime di genocidio. Queste riserve sono fondamentali, perché costituiscono il 13% del territorio brasiliano e le comunità indigene ivi stanziate svolgono una funzione rilevante nel proteggere l’ambiente, come dimostra il fatto che, in queste zone, la perdita di foreste procede alla metà della velocità rispetto alla media.

 L’importanza di questi terreni è stata sottolineata, in termini differenti, anche da Bolsonaro che ha dichiarato “non esiste territorio indigeno in cui non vi siano minerali. Oro, stagno e magnesio sono presenti in queste terre, soprattutto in Amazzonia, l’area più ricca al mondo. Non asseconderò questa assurdità di difendere la terra degli indiani”.

Secondo i dati dell’Istituto di ricerca ambientale dell’Amazonia (Ipam) la deforestazione sta aumentando e ha toccato il record del +13,7% in un anno, il che significa che la quantità di alberi persi, a partire dal 2016, è equiparabile alla scomparsa di 128 campi di calcio all’ora.