0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheAmbiente, Infrastrutture ed EnergiaL’energia geotermica in Kenya: dati, scenari, previsioni

L’energia geotermica in Kenya: dati, scenari, previsioni

-

Da qualche anno a questa parte Nairobi ha intrapreso un percorso di riforme improntato ad una completa decarbonizzazione del proprio mix energetico. Si tratta di un obiettivo certamente non semplice per una nazione energivora come il Kenya, in cui la crescita industriale aumenta di anno in anno e dove sono tuttora presenti molte aree non completamente elettrificate. Nonostante ciò, la svolta green inaugurata dalle autorità keniote è molto evidente, segno tangibile di una politica energetica all’insegna della modernità ecosostenibile. Tra le fonti rinnovabili scelte, una particolare menzione merita l’energia geotermica, molto presente nella Rift Valley. 

L’energia geotermica rappresenta una fonte rinnovabile molto interessante da analizzare in ottica geo-strategica. Pur essendo meno diffusa a livello globale delle altre renewables (sole, vento ed acqua), la geotermia risulta attualmente in crescita in alcune realtà nazionali di rilievo. Per restare geograficamente in Europa, si segnala il caso dell’Islanda, un Paese unico nel panorama internazionale in cui più del 50% dell’energia prodotta deriva dalla geotermia rinnovabile. Situata lungo la linea di congiunzione tra due placche tettoniche, l’Islanda utilizza l’energia geotermica per vari servizi, inclusa la produzione di elettricità, il riscaldamento delle case, delle piscine, degli ospedali etc. Lo sfruttamento del calore prodotto dalla Terra comporta la riduzione drastica dei costi energetici sul piano nazionale e un netto calo dell’inquinamento atmosferico, visto che le emissioni di CO2 risultano sostanzialmente azzerate. A riprova di ciò, anche in virtù della scarsa urbanizzazione presente su un’isola poco densamente popolata, l’aria che si respira nei cieli delle città islandesi è una delle più pure al mondo. 

Anche il Kenya, come detto, è fortemente interessato ad incrementare la propria quota di produzione di energia geotermica. Oltre alle motivazioni ecologiche intuibili dietro questa strategia, si segnala la particolare predisposizione morfologica che questa nazione africana ha in materia di sfruttamento della geotermia. La maggior parte dei progetti di sfruttamento si concentrano nella Rift Valley, una vasta frattura geologica lunga quasi 6000 km in cui si sono verificati i primi ritrovamenti archeologici degli antichi ominidi. Formatasi a causa della separazione di due placche tettoniche africane – il cui processo iniziò 30 milioni di anni fa e che durerà ancora decine di migliaia di anni – la Rift Valley rappresenta una fonte inesauribile di energia geotermica a costi relativamente contenuti. Questo perché l’allontanarsi delle placche fa sì che in quest’area del pianeta la parte superficiale della crosta terrestre sia più sottile che altrove. In conseguenza di ciò, si trovano numerosi vulcani attivi e spenti, è presente un’attività sismica intensa ed è dunque più semplice ottenere energia geotermica, dal momento che i flussi di calore provenienti dal centro della Terra incontrano meno ostacoli. In particolare, l’acqua allo stato liquido presente nel sottosuolo entra in contatto con rocce molto calde, trasformandosi in vapore, che può fuoriuscire in superficie anche in modo naturale, attraverso geyser o sorgenti termali.

Analisi quantitativa sullo sfruttamento geotermico keniota

Alla luce di queste favorevoli caratteristiche geografiche, lo sfruttamento del calore proveniente dalla Terra rappresenta una realtà decisamente allettante per Nairobi. A riprova di ciò, nel biennio 2020-2021 con una capacità installata di 863 MW, la geotermia ha prodotto circa il 48% di tutta l’elettricità fornita in Kenya. In aggiunta, la società energetica statale, Kenya Electricity Generating Co. (meglio nota come KenGen), ha in programma di investire 1.95 miliardi di dollari per raddoppiare sostanzialmente la propria produzione di energia geotermica attraverso la costruzione di nuove strutture e l’ammodernamento delle centrali esistenti. KenGen – considerata da vari analisti ed esperti energetici come una vera e propria pioniera della geotermia in tutta l’Africa – intende costruire quattro nuovi impianti a vapore da 140 MW ciascuno. La società ammodernerà inoltre alcune centrali per aggiungere 66 MW di capacità, incrementando ulteriormente la capacità energetica nazionale.

Il più grande impianto keniota per lo sfruttamento di questo tipo di energia è la centrale geotermica di Olkaria, che si trova nel parco nazionale di Hell’s Gate, circa 120 chilometri a nord-ovest di Nairobi. Nei prossimi anni Olkaria diventerà la più grande centrale geotermica del mondo, segno evidente di quanto Nairobi abbia a cuore lo sfruttamento della geotermia. I primi tentativi di utilizzare questa fonte nella zona di Olkaria risalgono a diversi decenni fa. A partire dagli anni Cinquanta, infatti, quella zona venne indicata come possibile sito per la costruzione di una centrale. Tuttavia, inizialmente le tecnologie a disposizione di KenGen non erano abbastanza sofisticate per ottenere risultati soddisfacenti. Dopo circa trent’anni (1981) fu costruito il primo impianto della centrale attuale, Olkaria I, e fu non solo la prima centrale geotermica del Kenya, ma anche dell’intero continente africano.

Dagli anni Cinquanta ad oggi si sono verificati moltissimi passi avanti in ambito tecnologico per ciò che concerne lo sfruttamento di ogni forma di energia, tra cui ovviamente anche quella geotermica. Dopo oltre settant’anni, la centrale originaria Olkaria I è stata ampliata più volte e una nuova espansione, Olkaria VI, è ora in costruzione. Secondo le stime di KenGen, il nuovo impianto porterà la potenza elettrica massima della centrale a 791 megawatt. Per contestualizzare questo dato, si segnala che si tratta della potenza necessaria ad alimentare una città occidentale di media grandezza, e, secondo le stime di KenGen, del 27 % della potenza elettrica installata oggi in Kenya. Quando Olkaria VI sarà completata, il Kenya supererà, tra l’altro, proprio l’Italia – attualmente settima al mondo – per produzione di energia geotermica.

Vantaggi e svantaggi dello sfruttamento dell’energia geotermica keniota

I vantaggi di Nairobi nello sfruttamento del calore terrestre sono sostanzialmente di matrice economica e gestionale. Sotto il primo profilo, il Kenya ha la facoltà di utilizzare una fonte molto costosa come quella geotermica a costi relativamente ridotti. Questo perché, come già in parte descritto, la conformazione geografica della Rift Valley implica la possibilità di accedere ai cosiddetti “pozzi geotermici” con investimenti molto più contenuti rispetto, ad esempio, ad altre aree del pianeta in cui le caratteristiche del sottosuolo mal si confanno allo sfruttamento di questo tipo di energia. In aggiunta, anche da un punto di vista della gestione del pozzo, la ridotta crosta terrestre presente nella Rift Valley consente una semplificata procedura tecnica per portare a termine le manovre di estrazione del calore e, eventualmente, provvedere a nuove perforazioni. 

Quanto agli svantaggi, si segnala che lo sfruttamento della geotermia ha degli importanti effetti negativi in chiave socio-ambientale. Nel corso degli ultimi decenni, la ricerca di pozzi geotermici ha avuto un serio impatto sia sulle popolazioni che sull’ambiente in prossimità delle strutture. Nello specifico, i Masai – un popolo nilotico semi-nomade stanziato tra Kenya e Tanzania – hanno subìto serie conseguenze dalle attività legate alla produzione di energia geotermica. Tubi, centrali, cisterne, acciaio, asfalto e quant’altro hanno di fatto “inquinato” un ambiente semi-incontaminato, riducendo di gran lunga le prospettive e la qualità della vita di migliaia di individui. Essendo perlopiù allevatori e piccoli artigiani impiegati nel settore turistico creatosi attorno alle visite di crateri, grotte e aree abitate dagli animali selvatici, i Masai negli ultimi anni hanno ridotto drasticamente le loro entrate. Il lavoro attorno a queste attività, che in passato è stato un’importante fonte di guadagno, ha subìto pesanti alterazioni dovute in massima parte alla presenza di macchinari industriali di grandi dimensioni e alla sostanziale industrializzazione di intere aree dedicate alla ricerca di fonti geotermiche.

Inoltre, se per quanto riguarda l’anidride carbonica (CO2) – il principale gas che causa il riscaldamento globale – la geotermia non rappresenta un problema, maggiori criticità si riscontrano nella gestione delle acque in prossimità delle strutture dedicate alla produzione di energia geotermica. L’acqua che viene re-iniettata nel sottosuolo per mantenere attivi i pozzi non di rado contiene alte concentrazioni di elementi tossici, come l’arsenico, il litio, il mercurio e lo zolfo. Inoltre, se la re-iniezione viene effettuata in una maniera non conforme alle più moderne tecniche, vi è il forte rischio che queste sostanze si inseriscano nelle falde acquifere da cui si preleva la risorsa idrica destinata agli acquedotti. 

Infine, non si sottovaluti un altro svantaggio ambientale dovuto alla massiccia utilizzazione della geotermia: l’instabilità sismica. Scavando i pozzi, si possono provocare dei terremoti. Non sono frequenti, ma possono essere anche piuttosto forti; nel 2017, ad esempio, le attività di una centrale geotermica della Corea del Sud causarono un terremoto di magnitudo 5.5.

Conclusione

Lo sviluppo dell’energia geotermica keniota rappresenta uno scenario di grande interesse a livello strategico-ambientale per il continente africano. La KenGen, già oggi azienda leader nel settore delle rinnovabili, si appresta a diventare un player di assoluto rilievo tra le corporations globali interessate alla produzione di energia proveniente da fonti green. Da un punto di vista energetico ed economico, inoltre, gli sviluppi per Nairobi sono senz’altro positivi, visto che la resa della geotermia, a fronte di costi ridotti e bassi impatti ambientali, è molto alta. 

Nondimeno, gli effetti negativi di un massiccio sfruttamento del calore proveniente dalla Terra sono evidenti. La vera sfida che attende il Kenya è quella di bilanciare l’esigenza di una produzione elevata di energia, vista la crescita economica e industriale che la nazione africana spera di ottenere nei prossimi lustri, con una gestione sostenibile del proprio territorio. Spesso le rinnovabili vengono descritte come fonti rispettose dell’ambiente, il cui impatto sugli ecosistemi e sulle regioni è quasi inesistente. In larga parte, quest’informazione è corretta. Ovviamente, uno sviluppo eccessivo della fonte, anche se rinnovabile, può comportare preoccupanti casi di deturpamento del territorio con gravi conseguenze economiche, sociali ed ambientali. Per quanto riguarda la geotermia, queste spiacevoli situazioni devono essere limitate quanto più possibile, visto che, tra gli svantaggi poc’anzi citati, vi è quello relativo alla creazione artificiale di terremoti. Si tratta, per ovvie ragioni, di un’eventualità da scongiurare a tutti i costi. 

Corsi Online

Articoli Correlati

Agricoltura digitale: l’utilizzo delle ICT come strategia per raggiungere la sicurezza alimentare in Africa

Secondo la Banca Mondiale, circa il 65-70% della forza lavoro in Africa sub-sahariana è impiegata nel settore agricolo, che...

Adattamento ai cambiamenti climatici e sviluppo agricolo nel continente africano

È ormai ben noto che i cambiamenti climatici abbiano ripercussioni sempre più allarmanti sulla vita della popolazione globale. Andando...

La fine dell’operazione Barkhane: perché la Francia ha fallito nel Sahel?

Il 9 novembre 2022 Emmanuel Macron ha decretato la fine dell’operazione Barkhane. La sua cessazione motivata dagli “ostacoli politici,...

Quale pace per il Sud Sudan?

Giovane e ricco, ma con un PIL pro capite tra i più bassi del mondo. È il Sud Sudan,...