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L’energia di Putin: l’Italia e l’Europa non ne vogliono più

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Con il conflitto in Ucraina che procede senza moderazione e un’esigua possibilità di un proficuo canale diplomatico, in Italia le ripercussioni di questa guerra si percepiscono in termini di rincari nei prezzi dell’energia e crescente attenzione sul futuro della sicurezza energetica italiana.

La strategia del Belpaese contro i rincari dell’energia 

Nelle ultime settimane, i prezzi dell’energia in Italia e in Europa hanno subito pesanti rincari, specchio di una situazione geopolitica in suolo ucraino sempre più acuta e drastica.

Ognuno a modo proprio, i leader europei hanno annunciato diversi pacchetti di misure nazionali per alleviare il peso delle ripercussioni economiche derivanti dall’invasione russa in Ucraina, in generale avvertite sotto forma di rincari nei prezzi dell’energia e dei carburanti. In Italia, il 18 Marzo, il Cdm ha approvato un decreto ministeriale relativo alle misure urgenti e straordinarie per contrastare gli effetti economici e umanitari della crisi ucraina. 

Nel dettaglio, il governo italiano ha sancito (ANSA, 22.03.2022) un intervento mirato a contenere l’impatto economico indotto dall’aumento del costo dei carburanti sui consumatori finali. Tale operazione prevede un taglio pari a 25 centesimi sulle accise di benzina e diesel, a cui si dovrà aggiungere l’IVA al 22%, arrivando quindi ad una riduzione complessiva nel prezzo esibito alle pompe di rifornimento di circa 30,5 centesimi. Questa misura è entrata in vigore mercoledì 23 marzo e la sua decorrenza è prevista il 30 aprile, ma con possibilità di rinvio. Un’ulteriore misura governativa che sarà varata il 1° aprile, concerne il bonus sociale sulle bollette di gas e luce, che interesserà 5.2 milioni di famiglie italiane, cui permetterà di pagare l’energia, fino alla fine del 2022, ai modesti prezzi unitari risalenti all’estate scorsa.

Inutile ribadire l’importanza di tali contromisure per le tasche del consumatore italiano medio. Relativamente alle aziende, alle industrie, alle manifatture e ai piccoli commercianti, è chiaro come siano queste le realtà maggiormente danneggiate dalle conseguenze economiche del conflitto in corso tra Russia e Ucraina. 

Questi soggetti, infatti, sono quelli che, di giorno in giorno, trovano sempre meno profittevole continuare a svolgere le proprie attività. Inoltre, pur sembrando a prima vista circoscritte inefficienze economiche, comportano a dire il vero un effetto spillover, che si propaga lungo tutte le filiere di produzione e le supply chains, contagiando svariati altri livelli e dimensioni dell’economia.

L’Italia nella cooperazione energetica europea: uniti contro la Russia, ma fino a che punto?

Anche a livello interstatale europeo si evidenziano i primi segni di cooperazione e solidarietà reciproca per quanto riguarda la sicurezza energetica e l’approvvigionamento di materie prime essenziali, come dimostrano degli accordi straordinari presentati pochi giorni fa per far fronte all’attuale emergenza energetica. Particolarmente rilevante per i nostri interessi è l’accordo di solidarietà bilaterale formalizzato (ANSA, 16.03.2022) tra il Belpaese e la Germania pochi giorni fa, il quale prevede l’immediata consegna di gas in caso di critica necessità. Più in generale, le leadership degli stati membri hanno approfondito e concordato manovre e piani di medio-lungo termine per sganciarsi definitivamente dai gasdotti di Mosca, avviando le procedure per l’attuazione di un piano d’azione europeo di diversificazione e transizione energetica, denominato REPowerEU

Durante gli incontri di questi leader, è anche emersa la proposta di porre un embargo immediato al petrolio russo, una proposta che sembra però sollevare divergenza tra le leadership europee, nonostante sia da considerarsi una mossa lecita ed efficace volta a minare le fondamenta dell’economia russa, colpendola dove più soffrirebbe. Mentre i nostri alleati americani e inglesi hanno già approvato l’embargo petrolifero a Putin, l’Europa non si è ancora esposta con un verdetto finale. Ricordiamo però, che a differenza nostra, USA e Gran Bretagna non importano molto petrolio da Mosca. Noi, d’altro canto, rappresentiamo il singolo più grande compratore di petrolio russo, e un nostro blocco agli scambi con il Cremlino comporterebbe un rialzo sostanzioso nel prezzo del greggio, che danneggerebbe fortemente i consumatori europei. 

Come ha mostrato (Transport&Environment, 8.03.2022) un’analisi del think tank Transport & Environment, l’Europa paga a Putin 285 milioni di dollari al giorno per le importazioni di petrolio. Ciò corrisponde a circa 104 miliardi di dollari che fuoriescono dalle casse di Bruxelles ogni anno per rifornirsi di questa risorsa indispensabile. 

Nonostante si tratti in parte di una problematica endemica e strutturale del continente europeo, non tutti i paesi del blocco sono ugualmente esposti alle leve economiche esercitate delle esportazioni del Cremlino. E a dividere il blocco europeo nella questione dell’embargo è proprio il diverso grado di dipendenza degli stati membri dal petrolio russo, con i paesi più esposti spesso riluttanti ad accettare i rischi che comporterebbe tale blocco. 

Germania e Paesi Bassi sono pesantemente dipendenti dal petrolio di Putin, e sono stati i primi a frenare la recente iniziativa di embargo petrolifero. Nonostante ciò, Berlino nel contempo ha annunciato l’intenzione di ridurre rapidamente e drasticamente la sua dipendenza da materie russe, prevedendo di dimezzare le importazioni di petrolio entro metà anno, ed essere quasi totalmente indipendente da petrolio e carbone russi prima del 2023. L’Italia invece, sebbene importi soltanto un quinto del petrolio russo rispetto alla Germania, sembra più cauta di Berlino a sanzionare il settore energetico russo, visti i suoi forti legami nel settore del gas con Mosca. Stessa situazione per i Paesi Bassi, con riferimento però al carbone. Putin, in risposta alla possibilità di un embargo europeo al suo petrolio, ha annunciato la possibile sospensione di un gasdotto diretto in Europa.

I fievoli sviluppi diplomatici e una leggera de-escalation delle violenze perpetrate da Mosca si sono ripercossi sui prezzi del petrolio e dei carburanti, che hanno visto una correzione dopo aver toccato un picco storico (REUTERS, 7.03.2022)  qualche giorno prima. D’altro canto però, nelle ultime giornate il brent è tornato a salire, non soltanto a seguito di nuovi bombardamenti russi alle città ucraine, ma anche per recenti sviluppi in Medio Oriente e in Asia Centrale. Infatti, in concomitanza con il cambio di stagione, la notizia (Borsa Oggi, 21.03.2022) di nuovi attacchi terroristici perpetrati da ribelli sostenuti da Teheran a vari impianti energetici in Arabia Saudita, ha sostenuto il rialzo del prezzo del greggio nella borsa. Il rialzo del petrolio è anche in parte dovuto ad una recente – ma temporanea – interruzione delle esportazioni di greggio russe e kazake che transitano attraverso l’oleodotto CPC sul Mar Nero, a seguito di una forte tempesta e dal continuo maltempo. 

La strategia di Roma nella crisi del gas naturale

Per quanto riguarda il fronte del gas, l’Italia si trova in una posizione scomoda.

Roma fa ampio uso del gas per la produzione di energia, importandolo quasi tutto, e ricevendo gran parte del suo fabbisogno dalla Russia (40% nel 2021).

L’ultima azione annunciata di Putin per contrastare le sanzioni occidentali prevede il pagamento di gas e petrolio russi in rubli per i paesi “non amici”, annuncio che ha destabilizzato il mercato internazionale dell’energia. 

Roma sta ricorrendo a ingenti azioni per deviare la sua dipendenza dal gas di Mosca, trovando appoggio e siglando accordi per ulteriori rifornimenti con altri partner di rilievo mondiale. Di Maio, affiancato dall’amministratore delegato di ENI Claudio Descalzi, si è recato di recente in Qatar e Algeria per discutere di possibili aumenti nelle forniture di gas e GNL. In Algeria, ENI farà un investimento per aumentare la produzione di gas locale, stagnante da alcuni anni, e poter così far crescere la quota destinata alle esportazioni. Dal punto di vista infrastrutturale invece si utilizzerà l’esistente gasdotto TransMed, che dal deserto algerino attraversa la Tunisia e il Mediterraneo, raggiungendo la Sicilia risalendo fino a Bologna. Questo gasdotto, nonostante sia in grado di trasportare fino a 30 miliardi di metri cubi di gas, attualmente ne trasporta circa 21 miliardi. Secondo l’accordo raggiunto con l’Italia, è previsto un aumento del flusso pari a 10 miliardi di metri cubi, raggiungendo così la piena capacità operativa in tempi brevi. Anche in Qatar, così come in Egitto, ENI dovrebbe investire per ottenere un aumento delle importazioni. Un altro gasdotto che dovrebbe raggiungere nuovi picchi di capacità operativa nei prossimi anni è il Trans Adriatic Pipeline (TAP), il quale trasporta gas proveniente dall’Azerbaijan. Considerando questi piani e i più recenti sviluppi negli accordi energetici, Di Maio ha annunciato che l’Italia dovrebbe riuscire a dimezzare la sua dipendenza energetica dalla Russia nei prossimi 2 mesi, mentre nel medio termine, il Belpaese punta ad eliminare completamente la dipendenza da Mosca. 

Il recente indietreggiamento delle truppe russe da Kyiv alimenta la speranza di un possibile ridimensionamento del conflitto, seppur questo non basterà a fermare l’imposizione di nuove sanzioni occidentali. Mentre la guerra procede, l’Italia cerca vie di fuga dalla sua dipendenza da Mosca, e l’Europa si desta a trovare un fronte coeso per dare un altro colpo all’economia russa.

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