La Romania è alle prese con una tornata elettorale molto impegnativa poiché i suoi cittadini verranno chiamati alle urne tre volte nel giro di soli ventuno giorni. Il complesso appuntamento elettorale è determinante perché determinerà la volontà di Bucarest ad avere maggior peso negli equilibri europei.
Il 2024 verrà ricordato dai romeni come un “super anno elettorale”. Difatti, oltre alle elezioni europee tenutesi lo scorso 9 giugno, gli elettori saranno chiamati alle urne per tre domeniche consecutive per eleggere il Presidente della Repubblica in una sfida a doppio turno (24 novembre e 8 dicembre) ed il Parlamento in un’unica giornata (1 dicembre).
Per quanto riguarda il primo round presidenziale, la vittoria a sorpresa del candidato indipendente di estrema destra, Cǎlin Georgescu, è stata oggetto di revisione della Corte Costituzionale rumena. Difatti, due candidati minori Cristian Terheș e Sebastian Popescu hanno presentato un ricorso alla Corte, denunciando un presunto “illecito trasferimento di voti” a favore della candidata liberale Elena Lasconi, esponente di “Unione Salvate la Romania” (USR), che è arrivata seconda, superando di circa un migliaio di voti il più favorito Marcel Ciolacu, candidato del “Partito Social Democratico” (PSD). Il 2 dicembre, la Corte Costituzionale ha riconosciuto all’unanimità la correttezza del voto mantenendo invariato il calendario elettorale prestabilito e confermando la sfida Lasconi-Georgescu al secondo turno.
L’esito delle elezioni riflette una forte reazione dell’opinione pubblica alla situazione caotica delle presidenziali. In primis, si è registrata la più alta affluenza dal 2012 ad oggi attestandosi al 52,5%. I risultati finali hanno rispecchiato maggiormente i pronostici della vigilia in cui PSD è arrivato primo (22,3%) seguito dal partito nazionalista in ascesa di George Simion, “Alleanza per l’Unione dei Romeni” (AUR) attestandosi al 18%. Le altre forze mainstream come USR e i popolari del “Partito Nazionale Liberale” (PNL) hanno ottenuto entrambe meno del 15%. Alla luce di ciò, è altamente probabile che le forze politiche europeiste e liberali convergono per fermare l’avanzata del candidato antisistema nel secondo turno delle elezioni presidenziali così come la formazione di una coalizione di governo in quanto nessuna forza politica ha i voti necessari per ottenere la maggioranza parlamentare assoluta.
Una stabilità apparente
In confronto ad altri Paesi dell’Europa orientale, lo scenario politico romeno si presenta più stabile in cui le forze politiche filo-occidentali sono maggioritarie nel Paese. Difatti, tale affermazione è confermata sia dalle ultime elezioni per il rinnovo dei consigli locali e le europee svoltesi entrambe il 9 giugno scorso in cui popolari e socialisti hanno nettamente dominato. Ciò si spiega in due modi: il primo è il forte attaccamento della società civile alle istituzioni euro-atlantiche; il secondo dal sistema cartellizzato della politica nazionale in cui i partiti ricorrono alla pratica opaca del “clientelismo di bilancio” per mantenere la stabilità politica attraverso i fondi pubblici. Inoltre, la convergenza tra le forze che hanno sostenuto il governo uscente è frutto di un matrimonio di convivenza tra le forze politiche degli uscenti Presidente della Repubblica e PM, terminando un periodo politico tumultuoso in cui si sono susseguiti tredici governi diversi dal 2014 ad oggi.
Tuttavia, l’opacità dell’attuale sistema politico, le conseguenze economiche negative delle crisi internazionali in corso e la crescente frustrazione dei cittadini romeni per il ruolo del Paese nell’UE, stanno rafforzando il consenso dei partiti antisistema al di fuori del perimetro tradizionale. L’ascesa dal 2020 ad oggi di AUR è un segnale inequivocabile. Il partito di Simion si definisce conservatore, nazionalista e “euro-realista” (termine con cui, nel loro programma elettorale, descrivono il rifiuto di una maggiore integrazione europea) che ha fatto della retorica populista e anti-corruzione il proprio cavallo di battaglia. Sebbene meno radicale in passato, le posizioni di politica estera di AUR sono problematiche per Bruxelles dato lo scetticismo verso il supporto all’Ucraina, la rivendicazione territoriale della Bucovina settentrionale contesa con Kyiv, e le istanze di unificazione con la Moldova, temi che, se sollevati, diverrebbero scottanti nel processo di allargamento dell’UE ad est.
Più di recente, è emerso anche un altro partito antisistema, “SOS Romania”. Nato dalla scissione con AUR, il partito si caraterizza per ultranazionalismo, antisemitismo, posizioni no-vax e russofilia. La leader, Diana Șoșoacă, è balzata agli onori delle cronache per essere stata espulsa dal Parlamento Europeo nella sessione che ha preceduto la riconferma di Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione. L’impatto elettorale di SOS, seppur attualmente modesto, può aprire un’alleanza elettorale con AUR in futuro.
Un paradosso geopolitico
La Romania è un attore geopolitico cruciale dato che si affaccia sul Mar Nero e confina con Ucraina, Moldova e Serbia. Fin dal 24 febbraio 2022, Bucarest, assieme a Varsavia, ha rappresentato un hub cruciale per fare entrare gli aiuti militari ed umanitari euro-atlantici in Ucraina e, al contempo, all’esportazione di Kyiv tramite i porti di Constanța e Galați. Inoltre, gli ultimi due governi si sono mobilitati per sviluppare l’industria militare del Paese e stringendo nuove partnership per lo sviluppo dell’economia con altri Paesi e grandi imprese nel settore della difesa. Inoltre, l’11 luglio 2024, Iohannis e Zelenskyy hanno firmato un accordo di cooperazione di sicurezza nella quale Bucarest si impegna a sostenere Kyiv per ripristinare la sicurezza regionale nel Mar Nero e garantire il flusso logistico-commerciale del grano. Per ultimo, il 28 marzo 2024, Bucarest ha annunciato la creazione della più grande base NATO in Europa che ospiterà diecimila nuovi soldati entro il 2030. Questo aumento triplicherà gli attuali 4700 effettivi situati nei pressi di Constanța.
Bucarest è un attore cruciale nei rapporti con Chişinău in quanto le due nazioni sono storicamente legate a livello politico e culturale. L’adesione moldava all’UE rientra nel più vasto impegno della Romania ad essere protagonista nelle politiche di allargamento di Bruxelles, impegno seriamente preso fin dal primo semestre del 2019 quando Bucarest detenne la Presidenza del Consiglio dell’UE. Il Paese portò avanti il dialogo con i Balcani occidentali arrivando all’adozione delle “Conclusioni del Consiglio sull’allargamento e sul processo di stabilizzazione e associazione”, pose le basi dell’Agenda per la Partnership orientale post-2020 e rafforzò la politica della protezione dei confini europei.
Nonostante il grande potenziale geopolitico della Romania, questo non si riflette in incarichi di rilievo. Alle ultime elezioni europee, Bucarest ha ottenuto la vicepresidenza esecutiva ma il portafoglio ottenuto da Roxana Mînzatu, europarlamentare di PSD, si è rivelato modesto rispetto a quello dei suoi colleghi. Inoltre, l’uscente Iohannis corse per la nomina a Segretario Generale della NATO ma non trovò supporto di altri Paesi i quali conversero sul nome dell’ex PM olandese Mark Rutte. Infine, Bucarest e Sofia furono ammesse solo parzialmente nello spazio Schengen, a causa del veto imposto dall’Austria per le sue preoccupazioni legate all’immigrazione clandestina. Lo stallo si è risolto il 22 novembre scorso grazie alla mediazione ungherese ma la decisione finale spetterà al Consiglio giustizia ed affari interni dell’UE, il 12 dicembre a Bruxelles.
Tale mancanza di riconoscimento potrà incidere nell’andamento delle elezioni come testimonia la crescente disaffezione dell’opinione pubblica romena allo status quo attuale. Bruxelles non deve sottovalutare il ruolo e le rivendicazioni di Bucarest se vuole essere protagonista nel “fianco orientale”.

