Elezioni parlamentari in India

Dall’11 aprile al 19 maggio 2019, in sette fasi distinte, gli indiani sono chiamati alle urne per il rinnovo della camera bassa del parlamento (Lokh Saba, Camera del popolo), e l’elezione del prossimo Primo Ministro.

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Si tratta delle più grandi elezioni mai registrate della più grande democrazia del mondo. Impressionanti i numeri: gli aventi diritto di voto attesi alle urne saranno circa 900 milioni, 84 milioni di persone in più rispetto alle ultime elezioni. Tra questi 15 milioni saranno gli elettori con un’età inferiore ai 20 anni (il diritto di voto in India si ottiene al compimento del 18esimo anno). Mentre si registrerà la presenza, per la prima volta in assoluto, di circa 38000 transgender tra gli elettori, in quanto solo nel 2014, la Corte suprema indiana ha creato una terza categoria di genere.

I 543 parlamentari della Camera del popolo saranno eletti direttamente dai cittadini con il sistema uninominale a turno unico, conosciuto anche come sistema uninominale secco (molto diffuso nel Commonwealth). In ogni collegio sarà eletto il candidato che otterrà la maggioranza relativa. Le sette tornate elettorali si terranno l’11, il 18, il 23 e il 29 aprile e il 6, il 12 e il 19 maggio, mentre gli scrutini avranno inizio il 23 maggio. L’attuale primo ministro Narendra Modi, 68 anni, membro del partito ultraconservatore rappresentante della destra hindu Bharatiya Janata Party (BJP), è alla ricerca disperata della rielezione dopo un primo mandato costellato da fallite aspirazioni economiche e sociali.

Oltre a ciò il governo BJP ha fatto un uso spregiudicato del nazionalismo, scivolato talvolta nell’intolleranza e nella violenza, soprattutto a livello locale, nei confronti delle minoranze religiose, prendendo di mira soprattutto le comunità musulmane; sociali, con l’ancora irrisolta questione delle caste e le discriminazioni verso gli intoccabili (dalit) nonostante il sistema delle caste sia stato ufficialmente abolito a livello costituzionale nel 1950 e politiche, mediante una sempre maggiore soppressione del dissenso e dell’opposizione liberale e secolare. 

La sua campagna elettorale del 2019 però, risulta essere ben diversa da quella che lo condusse al potere nel 2014. Quest’ultima venne infatti delineata attorno al mito dell’inarrestabile crescita economica con l’ormai famoso slogan del «Make in India», che ebbe uno straordinario appeal sia a livello interno che estero.

Quella del 2019 si rivela essere, per il BJP, una campagna elettorale farcita di slogan ultranazionalistici, settari, modellata attorno alla paura e al sospetto, soprattutto all’indomani dell’escalation di tensione con il Pakistan. Esauriti gli argomenti che decretarono la sua vittoria nel 2014, il BJP ha cercato di strumentalizzare con successo, in base al grafico di seguito mostrato, l’incidente di Pulwama nel febbraio 2019 e la conseguente risposta dell’esercito e dell’aviazione indiana.

Il dato di fatto è che il governo in carica, non potendo più usare la preannunciata crescita economica quale deterrente alle critiche rivolte al crescente autoritarismo e alla progressiva limitazione della tradizione democratica, pluralista e secolare del paese, deve necessariamente cercare altri temi sui quali attrarre l’attenzione dell’elettorato, convergendo su un discorso tipicamente nazionalista. Infatti, alla presentazione del programma elettorale del BJP dalla sede centrale di New Delhi, Modi ha dichiarato che «Il nazionalismo è la nostra ispirazione», sdoganando di fatto il mito del nazionalismo.

Dati alla mano però, un discorso incentrato sulla necessità di una maggiore sicurezza per prevenire la costante minaccia proveniente dal Pakistan, la promessa di nuovi posti di lavoro sul sistema delle quote, e sussidi monetari agli agricoltori in crisi, hanno di fatto ottenere a Modi il 43% delle preferenze nei sondaggi pre-elettorali del 2019 rispetto al 33% dell’anno precedente.

Grafico del The Guardian. Fonte: Lokniti research for the Centre for the Study of Developing Societies

L’unica figura politica in grado di contrapporre una propaganda “credibile” a quella del BJP è rappresentata da Rahul Gandhi, 48 anni, delfino della storica dinastia politica Nehru/Gandhi che ha guidato il paese per quasi cinquant’anni a partire dall’indipendenza, e presidente del risorto Indian National Congress (Inc), partito rappresentante del centrosinistra oltre che forza di riferimento di una coalizione di partiti minoritari e regionali uniti nell’opposizione contro il BJP.

Nonostante il partito del Congresso abbia strutturato la sua campagna elettorale, oltre che sull’opposizione a Modi, su temi di welfare più vicini alla gente e sicuramente più conformi al pluralismo e al socialismo di stato, come decantato nel preambolo della costituzione indiana, rischia di non essere in grado a conti fatti di ottenere una maggioranza assoluta in parlamento. Ciò è dovuto alla necessità, in caso di vittoria, di trovare un punto di accordo con tutti i partiti della coalizione di cui è alla guida con tutte le difficoltà che ne deriverebbero.

Le conseguenze geopolitiche degli eventi elettorali indiani sono abbastanza emblematici soprattutto alla luce del tentativo dei candidati del BJP nel proiettarsi quali protettori del paese nell’ottica di sicurezza contro la minaccia pachistana legata indissolubilmente alla questione kashmira.

L’attuale Primo Ministro, se rieletto, punterebbe immediatamente a una maggiore integrazione del Kashmir Indiano (Jammu & Kashmir) nell’Unione, mediante l’abrogazione degli articoli costituzionali 370 e 35 A. Il primo conferisce uno status di autonomia al Jammu & Kashmir, mentre il secondo garantisce diritti e privilegi speciali alla popolazione kashmira autoctona vietando, ad esempio, ai non residenti di acquistare terreni e proprietà nel Kashmir indiano, permettendo all’unico stato a maggioranza musulmana dell’India uno status particolare. Secondo il nuovo manifesto del BJP i due articoli, in particolare il 35 A, si sarebbero rivelati “un ostacolo nello sviluppo dello stato”.

Se questo tipo di politica dovesse proseguire, si creerebbero disordini sia a livello interno che regionale. Infatti ben il 14% dell’intera popolazione indiana, pari a circa 200 milioni su 1,3 miliardi in totale, è di fede musulmana. La comunità è stata vittima in questi ultimi cinque anni di una sempre più crescente ondata di discriminazione su più fronti da parte del governo Modi culminata in molti episodi in vera e propria violenza perpetuata da militanti di gruppi extraparlamentari hindu vicini al BJP. A livello regionale un’alterazione del precario equilibrio in Kashmir potrebbe nel breve-medio termine sortire una nuova escalation nella guerra fredda che contrappone sin dal 1947 le due potenze atomiche di India e Pakistan.