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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaElezioni in Libano: nuove prospettive?

Elezioni in Libano: nuove prospettive?

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Anni di disordini politici e proteste contro la corruzione sistemica hanno portato a uno stato di paralisi politica. La situazione ha continuato a deteriorarsi a causa di una serie di eventi calamitosi, tra cui la pandemia globale, il crollo della lira libanese e l’esplosione nel porto di Beirut. Le elezioni si inseriscono in una situazione complicata; nonostante ciò, la speranza verso nuove prospettive risuona nella popolazione civile, ma qual è stata la reale partecipazione al voto? Si può auspicare un cambio di rotta da parte del governo libanese verso nuove prospettive per il Paese?

Articolo precedentemente pubblicato nel trentesimo numero della newsletter “Mezzaluna”. Iscriviti qui

I candidati

Le elezioni del 15 maggio 2022 sono state preannunciate come un momento di svolta o di rottura per il Paese. Contro ogni aspettativa, i gruppi di opposizione sono riusciti a ottenere notevoli vittorie nelle elezioni dei sindacati professionali del 2019. L’ulteriore significato di questi trionfi risiede nel fatto che, in mancanza di un sistema elettorale affidabile nel Paese, le elezioni dei sindacati sono spesso considerate un’anticipazione dei possibili risultati delle elezioni parlamentari. 

Tra i candidati figuravano ex presidenti dei maggiori sindacati professionali libanesi, come Melhem Khalaf e Nuhad Yazbik Dumit, che presiedettero rispettivamente i sindacati degli avvocati e degli infermieri, nonché molti di coloro che parteciparono alle campagne indipendenti, tra cui Nakaba Tantafed, che lo scorso anno vinse le elezioni per l’Ordine degli ingegneri e degli architetti. Ciononostante, non sono mancate le controversie durante l’atto di selezione dei candidati da inserire in una lista unificata.

Secondo il ricercatore Nadim El Kak è sempre vantaggioso che un candidato abbia un passato nella politica sindacale, in quanto ciò potrebbe riflettere un certo impegno nelle politiche per il lavoro, considerando l’attuale collasso finanziario e socioeconomico. Tuttavia, dal 1990, anno che pone fine della guerra civile libanese, i sindacati sono stati preda dei signori della guerra trasformatisi in politici, che li hanno sfruttati per la loro attività politico-istituzionale. Attraverso questo meccanismo, i sindacati sono diventati una forma di fornitura di servizi. Sulla scia delle proteste “You Stink” e della rivoluzione del 17 ottobre, grandi gruppi di attivisti hanno lottato per sottrarre i sindacati alle morse dei gruppi politici dominanti. Detto ciò, è fondamentale ricordare che il Libano è una repubblica parlamentare unicamerale, ed il parlamento è decretato appoggiandosi al sistema stabilito attraverso Patto Nazionale del 1943.

Il confessionalismo, in arabo ṭā’ifīyah, è un sistema di
governo che prevede la distribuzione del potere politico e delle cariche politiche su base confessionale. Il patto nazionale è un patto d’onore, in forma non scritta, che nell’estate del 1943 ha formalizzato il confessionalismo libanese al momento del conseguimento dell’indipendenza del Paese dalla potenza mandataria francese nel corso della Seconda guerra mondiale. Si deve a quest’ultimo e alla ripartizione delle cariche su base confessionale, l’introduzione del concetto di Consociativismo Confessionale, sistema tipico libanese.

Il Patto nazionale si basa su due principi cardine: quello della doppia identificazione, che prevede il riconoscimento differenti culture ed il mantenimento del forte legame con il mondo arabo; e quello dell’equa ripartizione del potere su base confessionale. La distribuzione su base confessionale prevede che il Presidente della Repubblica e il Comandante delle Forze Armate siano cristiano maroniti, il Presidente del Consiglio sia musulmano sunnita, il Presidente del Parlamento sia musulmano sciita, il Vicepresidente del Parlamento e Vice Primo Ministro siano greco-ortodossi ed il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate sia druso. In tale contesto, il nuovo parlamento avrà il compito di nominare un Primo Ministro e formare il nuovo governo. Solo nel mese di ottobre sarà decretato il Presidente del Paese.

I vincitori

 

©Orsetta Maria Fasolo, Geopolitica.info

Il 15 maggio 2022 si sono svolte le elezioni in Libano: alla chiusura della presentazione delle candidature alle elezioni parlamentari del 15 maggio vi erano 1.043 candidati registrati, tra cui 155 donne. Ciò che più colpisce è il numero di giovani candidati e di indipendenti che si presentano alle elezioni. Un gruppo di 13 nuovi deputati indipendenti, riconducibili in vario modo ai movimenti di contestazione scesi in piazza nel 2020 e nel 2021, si è fatto in strada in parlamento. Ma il complicato sistema parlamentare e la mancanza di un vincitore chiaro attenuano le speranze di un vero cambiamento.

  • Vincitori nel Distretto Sud II: Nabih Berri, Hussein Jashi, Ali Khreis, Inaya Ezzedine, Ali Oseiran e Michel Moussa.
  • Vincitori nel Distretto Sud I: Abdel Rahman Al-Bizri, Osama Saad, Saeed Al-Asmar, Charbel Massaad e Ghada Ayoub.
  • Vincitori del Distretto Monte Libano I: Ziad Al-Hawat, Raed Berro, Nada Al-Bustani, Neemat Frem, Shawki Daccache, Farid Al-Khazen, Simon Abi Ramia e Salim Al-Sayegh.
  • Vincitori del Distretto Bekaa I: Ramy Abu Hamdan, George Okeis, Michel Daher, Elias Stephan, Salim Aoun, Bilal Al-Hashimi e George Bushkian.
  • Vincitori del Distretto Bekaa II: Qabalan Qabalan, Wael Abu Faour, Hassan Murad, Yassin Yassin, Charbel Maroun e Ghassan Skaf.
  • Vincitori del Distretto Monte Libano III: Ali Ammar, Pierre Bou Assi, Hadi Abu Al-Hassan, Alain Aoun, Fadi Alama e Camille Chamoun.
  • Vincitori del Distretto Bekaa III: Hussein Hajj Hassan, Ghazi Zaiter, Ihab Hamadeh, Ali Miqdad, Ibrahim Al-Moussawi, Antoine Habashi, Jamil Al-Sayyed, Samer Al-Toum, Yanal Muhammad Solh e Melhem Muhammad Al-Hujairi.

Di fronte alla sconfitta di alcuni notabili locali, vicini al governo siriano e per decenni deputati in parlamento, 16 deputati definiti “indipendenti” sono stati eletti ma ciascuno di essi rappresenta un potere locale facilmente cooptabile dai partiti tradizionali. I clan politici feudali dei Jumblat (drusi del Monte Libano) e dei Jemayel (maroniti del Monte Libano) hanno di fatto mantenuto le loro posizioni, mentre i loro rivali dei Frangie (maroniti del nord) hanno perso un seggio rispetto alle elezioni di quattro anni fa. L’affluenza alle urne è stata più bassa (41%) rispetto alle consultazioni del 2018.

I vinti delle elezioni parlamentari

Il leader degli Hezbollah libanesi, sostenuti dall’Iran, Sayyed Hassan Nasrallah, ha riconosciuto che il suo partito e i suoi alleati hanno perso la maggioranza parlamentare alle elezioni, ma ha affermato che nessun singolo gruppo l’ha conquistata, nel suo primo discorso televisivo dopo le elezioni di domenica.

Hezbollah e i suoi alleati hanno ottenuto 62 seggi, secondo un conteggio della Reuters, perdendo la maggioranza che si erano assicurati nel 2018, quando insieme ai loro alleati avevano ottenuto 71 seggi. Hezbollah e il suo alleato Amal hanno mantenuto tutti i seggi sciiti del Parlamento. Ma alcuni dei suoi più vecchi alleati, tra cui politici sunniti, drusi e cristiani, hanno perso i loro.

Le elezioni hanno visto l’affermazione del partito anti-Hezbollah Forze Libanesi e di più di una dozzina di nuovi partiti riformisti, oltre a una manciata di indipendenti.

I risultati segnano un colpo per Hezbollah, anche se Nasrallah ha dichiarato che i risultati sono una grande vittoria. Nasrallah ha invocato la cooperazione tra i gruppi politici, compresi i nuovi arrivati, affermando che l’alternativa sarebbe il caos e il vuoto.

I risultati hanno lasciato il parlamento diviso in diversi schieramenti, nessuno dei quali ha la maggioranza, sollevando la prospettiva di una paralisi politica e di tensioni che potrebbero ritardare le riforme necessarie per guidare il Libano fuori dal collasso economico. Il grande sconfitto, più che Hezbollah che perde alcune zone principali del proprio potere politico concreto, è senza dubbio la corrente del Presidente Michel Aoun, che conferma l’emorragia di voti a vantaggio delle Forze Libanesi (LF), che proprio contro la Corrente, ed il suo percepito servilismo con Hezbollah, ha basato la propria retorica. 

Le Forze Libanesi hanno preso il posto del FPM, che ha perso voti anche a favore di esponenti civili, nel 90% dei casi accomunati da una forte ostilità verso Hezbollah, soprattutto i cittadini di Mar Mihail e Gemmayze, aree devastate dall’esplosione al porto del 2020 e perché lo stesso Samir Geagea aspetta da anni il momento per candidarsi alla presidenza del Paese. La sua eventuale vittoria certificherebbe un livello di polarizzazione mai visto dopo il 1990, ma è forse presto per parlarne.

Il costo delle elezioni

Il capo della missione di osservazione elettorale dell’Unione europea alle elezioni legislative in Libano, György Hölvényi, ha affermato che i preparativi elettorali sono stati influenzati da «risorse finanziarie e umane limitate» e che sul processo è calata l’ombra di compravendita di voti e di pratiche clientelari. In una conferenza stampa a Beirut, nella quale sono stati presentati i risultati preliminari della missione di monitoraggio elettorale europea, presente in Libano a partire da diverse settimane prima dell’appuntamento elettorale, Hölvényi ha affermato che, in generale, il processo è stato offuscato da pratiche diffuse di compravendita di voti, clientelismo e corruzione. Queste dinamiche hanno inciso sulla parità di condizioni e minato la scelta dell’elettore.

Secondo la relazione preliminare della delegazione dell’Ue, l’Alta commissione di vigilanza sulle elezioni «non ha disposto dei fondi, delle risorse umane e delle attrezzature di base per monitorare adeguatamente le elezioni». Inoltre, Hölvényi ha dichiarato che la libertà di espressione è stata rispettata durante il periodo della campagna elettorale, anche se i media libanesi hanno portato alla luce fatti che non confermano questa visione e hanno sottolineato la mancanza di una copertura equa a tutti i candidati. Hölvényi ha comunque affermato che l’atmosfera nella quale si sono svolte le elezioni è stata calma in generale nonostante alcuni episodi di tensione in alcune località, nulla in confronto agli scontri verificatesi nelle precedenti elezioni.

Gli osservatori europei hanno notato, rispetto alle precedenti elezioni del 2018, alcuni miglioramenti nell’accessibilità delle stazioni elettorali alle persone con disabilità: il 51% dei seggi visitati dagli osservatori erano situati al piano terra, ma solo il 43% dei seggi è stato in realtà accessibile a persone con mobilità ridotta. L’Unione sostiene che le elezioni siano state un bene date le condizioni del Libano, ma che si siano svolte molto al di sotto degli standard internazionali.

Nuovi equilibri e prospettive

Quindi il dato politico di fondo emerso dal voto è che con il dimezzamento degli eletti del partito cristiano alleato di Hezbollah e l’impennata degli eletti del partito cristiano a loro avversi, non esiste più una maggioranza filoiraniana nel Parlamento di Beirut. Il cartello capitanato da Hezbollah si ferma a 61/62 deputati su 128. I partiti dei cristiani hanno trasformato l’assemblea parlamentare libanese, capovolgendone gli equilibri. Accanto a questo si affianca un’altra lettura del voto. La novità assoluta è costituita dai 13 eletti non provenienti dai partiti tradizionali, ma da liste della società civile, tutte schierate ovviamente contro l’egemonia di Hezbollah ma anche contro il vecchio sistema. Questa novità va capita meglio anche per la sua rilevanza parlamentare: non è un fatto di forma ma di sostanza. La possiamo interpretare come segue: tutti i partiti tradizionali che hanno determinato il 90% degli eletti, hanno portato in Parlamento, in totale, 4 donne, mentre tra i 13 eletti del movimento di protesta spiccano altrettante donne, nessuna delle quali moglie o figlia di un leader politico affermato. Sulle montagne dove abitano i drusi, lo Shouf, le liste vicine ad Hezbollah hanno perso a sorpresa, cedendo consensi ad una lista non schierata per appartenenze tribali, ma costituita da professionisti, intellettuali, accademici, senza altro vincolo che quello del pensiero. Ma non è tutto: gli eletti dei partiti indipendenti hanno rotto l’obbedienza assoluta nel sud del Libano, ove domina Hezbollah. Gli eletti tra gli sciiti sono ancora in linea col sistema del Partito di Dio, ma tra le fila sciite l’astensione è stata alta e ciò ha consentito, nei due seggi cristiani e drusi, l’affermarsi di nomi nuovi, avversati da Hezbollah. Non era mai accaduto prima. Il disastro del Libano è stato infatti causato da quella casta nella quale ormai non ci sono più soltanto i notabili dei vecchi partiti confessionali che dai tempi della guerra civile hanno confiscato la politica, creando un sistema di amministrazione cogestita che li ha visti dilapidare a proprio favore le ricchezze del Paese. Nella casta alberga, per tutti ormai, anche il Partito di Dio, padrone quasi assoluto degli enormi traffici di armi e di droga che costruiscono il cuore della sola economia che funziona. Dal 2018 si è formato un movimento trasversale e interconfessionale che avversa il progetto imperiale iraniano, teso a fare del Libano il suo avamposto sul Mediterraneo, ma avversa anche il carattere feudale della politica tradizionale, sequestrata dalle grandi famiglie e dai loro partiti personali. 

I candidati della società civile hanno contribuito a sconfiggere Hezbollah, ma rappresentano anche una sfida per i rivali ufficiali, tradizionali, dei quali chiedono l’uscita di scena a motivo del saccheggio operato nel Paese. Il mandato di sei anni del Presidente Michel Aoun come capo dello Stato scade a ottobre e qualsiasi governo venga formato ha bisogno dell’approvazione del Presidente. Ci sono solo cinque mesi per formare questo governo e, anche quando le fazioni politiche non erano così divise come ora, la formazione del governo è un processo arduo, che richiede mesi, se non di più, per essere completato. Se Mikati sarà chiamato a formare il prossimo governo e avrà a disposizione meno della metà del tempo rispetto all’ultima volta per portare a termine il suo incarico di Primo Ministro. Se il mandato di Aoun dovesse terminare prima della formazione di un nuovo governo, il Paese si troverebbe dinnanzi ad una nuova difficoltà: senza governo e senza presidente. Inoltre, ciò manderebbe in frantumi la poca fiducia che i libanesi ripongono nel sistema politico e senza dubbio aggraverebbe ulteriormente la crisi economica in corso. Molto dipenderà dalla maggioranza che si originerà nelle settimane a venire.

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