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Elezioni indonesiane 2024: l’eredità di Jokowi. Intervista ad Aniello Iannone, Diponegoro University (Indonesia)

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Il prossimo 14 febbraio si terranno le elezioni presidenziali in Indonesia. Il Paese arcipelagico è di estrema rilevanza, sia per il suo peso economico e demografico nella regione del Sudest asiatico, sia perché si tratta di una delle più grandi democrazie del mondo, a maggioranza musulmana. In questa intervista ad Aniello Iannone, docente di politica indonesiana e analisi dei conflitti nel Sudest asiatico presso la Diponegoro University di Semarang (Indonesia), cercheremo di approfondire la situazione politica in Indonesia, l’eredità del presidente uscente Joko Widodo, e i possibili candidati alla presidenza. 

L’Indonesia sicuramente è un Paese di estrema attenzione ma secondo me è opportuno iniziare sul col chiederti: perché è così importante seguire le elezioni in Indonesia?

L’importanza che ha l’Indonesia a livello internazionale sta nel suo essere una democrazia che per certi versi è giovane rispetto a tante altre. Eppure, ha contribuito nell’essere un esempio di Paese democratico in Asia e nel Sudest asiatico, specie anche nell’essere il Paese col maggior numero di musulmani nel mondo che vivono in democrazia. Inoltre, ha un peso sia a livello economico che militare, rilevante nel gioco strategico del Sudest asiatico, e quindi sapere chi andrà a governare l’Indonesia è importante anche capire in che direzione potrebbe orientare l’intera regione: filo-cinese o filo-USA, o in precaria neutralità.

L’Indonesia geograficamente è una cintura di trasmissione di oceani. Non ci può essere una strategia per l’Indo-Pacifico che non guardi questo Paese.

Tuttavia, il presidente uscente Joko Widodo, “Jokowi”, usando anche la Belt and Road, per certi aspetti ha orientato anche l’Indonesia verso una cooperazione più rafforzata con la Cina. Questo dal punto di vista economico gli ha anche dato un certo risalto. Qual è l’eredità di questo Presidente “di rottura”?

Jokowi nasce e crea la sua immagine come “uomo del popolo”.  Rompe, inizialmente, con la tradizione indonesiana delle dinastie politiche. Il “primo Jokowi” (2014-2018) si rappresenta come un outsider rispetto alla classe politica indonesiana che aveva dominato tutto il periodo della “reformasi”, cioè il periodo che vedeva la caduta del regime Soeharto 1998 (regime iniziato nel de facto 1966 che vide sia la fine del periodo di Sukarno, iniziata nel 1945, sia la distruzione e l’uccisione di massa dei membri del Partito Comunista Indonesiano (PKI)). 

Dal 1999 con il governo ad interim di Bacharuddin Jusuf Habibie, che ricoprì la carica di Presidente dopo la caduta di Soeharto, fino alle elezioni del 2009 con il doppio mandato di Susilo Bambang Yudhoyono la classe politica indonesiana era una rappresentazione delle oligarchie del Paese. 

Quindi, l’ascesa di Jokowi come outsider delle oligarchie, senza un passato militare, una persona che si era costruita da sola sembrava poter portare un cambiamento nella politica indonesiana, almeno a livello locale la sensazione era quella, stiamo parlando del periodo in cui Jokowi era passato da essere il sindaco di Surakarta a governatore di Jakarta nel 2012 per poi candidarsi alle presidenziali e vincerle nel 2014 contro Prabowo Subianto.

La politica seguita da Jokowi inizialmente fu simile a quella che adottò quando era sindaco di Surakarta: lotta alla povertà, infrastrutture, un target di crescita del 7% annuo (che in realtà poi non è riuscito a raggiungere). In effetti, l’Indonesia ha visto una discreta riduzione di povertà assoluta nel corso degli anni. Tuttavia, tale riduzione (almeno in termini di percentuali) è limitata a Jawa (si parlava e si continua a parlare, anzi è uno dei temi caldi tra i candidati per le attuali elezioni,  di  “Jawa-centrismo” del paese). Tali disparità, secondo me,  hanno tuttavia causato una sorta di “rottura identitaria” nel Paese, che ben si rappresentano nelle elezioni del 2019 che ironicamente vedono di nuovo Jokowi sfidare Prabowo e vincere di nuovo. 

Durante il suo secondo mandato, Jokowi cambia, da “uomo del popolo”, diventa parte di quella macchina politica basata sul nepotismo che favorisce le oligarchie del Paese e inizia, o meglio si concretizza, il Jokowi che punta a instaurare una dinastia politica nel Paese, cosa è diventata chiara con la candidatura del figlio Gibran alla vicepresidenza. Diventa chiaro, Jokowi cerca di creare la sua dinastia politica. Cosa con la quale, secondo me, hanno a che vedere anche alcune scelte politiche fatte nel suo ultimo periodo.

Per esempio, la sua decisione di spostare la capitale da Jakarta nella parte occidentale del Kalimantan per decongestionare il traffico della popolazione di Jawa, (premettendo che si sposterà la capitale non la capitale finanziaria, che rimarrà a Jakarta) costerà trilioni di dollari all’Indonesia, ma effettivamente non porterà cambiamenti apprezzabili al problema. Anzi, così facendo ha dimostrato di non avere soluzioni reali per i problemi reali del Paese come la povertà e la diseguaglianza sociale.

Inoltre, dal punto di vista delle politiche ci sono state, durante il suo secondo mandato, controverse riforme. La prima è la riforma sul lavoro. La riforma sul lavoro fu approvata dal Parlamento indonesiano durante la pandemia Covid-19. Quando passò ci furono molte proteste a Jakarta perché la riforma colpisce in modo duro i diritti dei lavoratori da una parte, ma dall’altra approva delle riforme per il settore delle imprese, in particolare per gli investimenti esteri, che in nome dello sviluppo economico approva regolamenti che danneggiano l’ambiente e lo sfruttamento delle risorse ambientali nel Paese. 

Inoltre ci fu la riforma del codice penale, in chiave più conservatrice, che mette pressione sui diritti delle donne, ma anche della comunità LGBT, di altre minoranze, ma anche sulla libertà d’espressione. Questo passo tra “primo Jokowi”, uomo del popolo, al “secondo Jokowi” sancisce la sua ascesa come parte dell’élite-dinastica della politica indonesiana. Per esempio, il figlio Gibran Rakabuming Raka (già sindaco di Surakarta) è stato posto come candidato alla vicepresidenza. Qui ci fu secondo me la prova che la democrazia indonesiana rischia di cadere in un autoritarismo passivo. Perché quando l’etica viene messa da parte per portare avanti interessi politici privati si rischia il deterioramento dei diritti, cosa che in parte sta già accadendo. 

Gibran non poteva per legge coprire il ruolo di vicepresidente perché troppo giovane, avendo solo 36 anni e il minimo secondo la legge indonesiana era 45. Questo problema dell’età fu risolto tramite una riforma dei regolamenti, la riforma è la 90/PIÙ-XXI/2023, da parte del giudice della costituzionale indonesiana Anwar Usman, cognato di Joko Widodo, che abbassò l’età minima a 35 anni con clausola per il candidato di essere almeno stato sindaco per un mandato, in pratica una legge ad hoc per Gibran.

La questione morale ed etica nata da questo evento dovrebbe porre delle domande sulla legittimità di Gibran di poter partecipare alle elezioni. Tra altro il terzo figlio di Jokowi, Kaesang Pangarep, è leader del partito PSI, Partito Indonesiano della Solidarietà, un partito giovane e che attrae molto la classe più giovane del paese,  che si è schierato apertamente con Gibran (quindi Jokowi) per queste elezioni.

Un altro elemento che distingue la politica di Jokowi è l’aumento dell’Islam radicale tra 2016 e 2019. Durante il caso Ahok, il famoso caso che vide l’accusa di blasfemia nei confronti di Ahok, all’epoca governatore di Jakarta che sostituisce Jokowi quando divenne Presidente.

Ahok fu condannato per blasfemia, quindi fu costretto a lasciare il ruolo da governatore a Jakarta. Tuttavia in questo periodo si vede un aumento della politica-identitaria nel Paese. Nascono movimenti di stampo musulmani radicali come il Movimento azione 212, che scese in piazza per chiedere la condanna per Ahok. 

Dunque Jokowi ha dovuto scendere a patti con quella parte più conservatrice per preservare il suo potere presidenziale. Inoltre, ci sono dei parallelismi con altri Paesi del Sudest asiatico, come le Filippine sotto Duterte, in cui gli “uomini nuovi” si presentano come outsider per essere votati, però nel giro del loro primo mandato provano a “far parte del club” delle élite. Una volta che sono entrati nel club, il gioco cambia e diventa un gioco di potere che non si differenzia rispetto a quello che si è visto prima. Ma c’è qualcuno che invece rappresenta una una rottura in queste elezioni? 

Innanzitutto, Widodo non è veramente uscito di scena. Certo, non è lui la prima figura, ma mettendo il figlio come candidato alla vicepresidenza, fondamentalmente in caso di vittoria sarà un suo terzo mandato. Inoltre, Jokowi è ancora un membro del PDIP almeno fino ai risultati delle elezioni, lì si vedrà anche come il partito si muoverà. 

Ci sono tre candidati e coalizioni,  ovviamente tutti sono rappresentati da frange delle élite oligarchiche della politica indonesiana. Il primo, Anies Rasyid Baswedan è un intellettuale, ex rettore dell’università Paramadina, ex governatore di Jakarta, ex Ministro dell’istruzione sotto il primo governo Jokowi, che vinse le elezioni contro Ahok grazie ai suoi flirt e al sentimento religioso dei movimenti islamici più conservatori come Rizieq Shihab il leader del FPI, ma anche ulama fondamentalisti come Felix Yanwar Siauw, ma anche di Bachtiar Nasir, figura chiave per il successo del movimento Islamic Action 212 che si mosse contro Ahok. 

Anche se io non credo che Anies sia un fondamentalista, tuttavia chi lo supporta lo è e viene percepito tale. Per esempio Abu Bakar Baasyir, uno degli autori dell’attentato di Bali del 2002, affiliato con Jemaah Islamiyah, ha dichiarato il suo appoggio a Anies. Ora lasciando stare che chiunque può esprimere il suo parere, però bisogna ricordare che Baasyir un impatto per una certa parte della popolazione. Non solo, Anies e il suo suo vice Imin ha stretto un patto di integrità con un gruppo di ulama conservatori la Ijtima Ulama di cui faceva parte Rizieq Shihab. In caso di vittoria, è difficile prevedere se Anis sarà in grado di controllare queste forze.

Dall’altra parte abbiamo Ganjar Pranowo, il candidato del partito al governo il PDIP. Ora Ganjar è percepito come un pupazzo del segretario del partito, che è Megawati Sukarnoputri, e questo è un altro problema: molte persone sono stanche dell’egemonia del “partito rosso”, o meglio dell’egemonia di Megawati. Megawati non è vista, non più almeno, come una figura affidabile, dato che ormai tira le corde della politica indonesiana da anni. Poi c’è Prabowo Djojohadikoesoemo Subianto, il favorito. Prabowo ha perso le ultime elezioni proprio contro Jokowi. Le perse nel 2014 e nel 2019 sempre contro Joko Widodo.

Tuttavia, nel 2019, dopo aver perso le elezioni viene incaricato come Ministro della Difesa da Jokowi. Qui Jokowi in realtà fece una mossa ben chiara. Perché, portandosi Prabowo e di conseguenza il suo partito Gerindra (Partito del Movimento della Grande Indonesia) dentro il governo, si assicurò il controllo del Parlamento con più dell’80% dei seggi, significa avere il potere di fare le menzionate riforme. Ora Prabowo tenta di nuovo la corsa alla presidenza (per la quarta volta), sembra il favorito ma non rappresenta il cambiamento, piuttosto è una continuità col passato. Se Prabowo vince, vincono le oligarchie e le dinastie politiche nel Paese. 

Chi è Prabowo? È il suocero dell’ex dittatore Soeharto, avendone sposato la figlia, quindi è strettamente legato al regime. È inoltre un “oligarca”, con affari molto importanti legati all’olio di palma, con il proprio partito che sembra stato creato ad hoc per proteggere gli interessi della famiglia Djojohadikoesoemo. E tuttavia, le attuali survey che abbiamo vedono Prabowo come vincitore, tra gli elettori che votano per Prabowo e chi lo vota per Gibran (fra questi il PSI e chi appoggia Jokowi).

La mia analisi è che vi sia un senso di insicurezza tra gli indonesiani. Tra democrazie e sicurezza cosa devo scegliere? Meglio un regime più duro ma affidabile o l’incertezza? In questi contesti di insicurezza legata al lavoro, aumento dei prezzi, una politica poco stabile, si preferiscono candidati autoritari. 

Effettivamente, la povertà in Indonesia è diminuita ma il precariato è aumentato, la disuguaglianza è aumentata enormemente, e la paura di conflitti è aumentata, la politica identitaria la fa da padrone, gli oligarchi la fanno da padrone come abbiamo visto. Molti indonesiani cercano in qualche figura carismatica forte, che parli di difesa e sicurezza, una soluzione. Prabowo è questo, un militare. Parla duro, minaccia i giornalisti, parla di rispetto del Paese, un nazionalimo pupulista che funziona almeno secondo i sondaggi. La cosa che in realtà è interessante dal mio punto di vista è la figura di Prabowo. È accusato di violazione dei diritti umani e crimini di guerra, quando fu mandato a Timor-Leste durante i movimento contro il regime di Soeharto nel 1998. È accusato di aver rapito e torturato, fatto sparire, alcuni attivisti durante il Movimento 98 che portò poi alla caduta del regime di Suharto.

Questo non sembra non preoccupare l’elettore medio indonesiano. Ad esempio, molti indonesiani che conosco emigrati in Malesia vanno a votare per Prabowo, identificandolo essenzialmente come una persona sicura, forte, in grado di mettere in sicurezza il Paese, anzi molto spesso mi dicono per noi Prabowo è come Mussolini, comparazione che mi ha sempre fatto sorridere (in modo triste). 

Un interessante parallelismo è che gli indonesiani all’estero (che sono tantissimi) votano per lo “Strongman” che garantisce la sicurezza per le famiglie a casa, accettando anche misure drastiche in materia di sicurezza. Ma a livello di élite? In più, le élite locali e nazionali preferiscono Prabowo e la sua coalizione, dopo la “fatica” fatta per riuscire a instaurare un rapporto di potere, di favori, di scambio che caratterizza tanti Paesi del Sudest asiatico. Come ne uscirà la democrazia indonesiana nel prevenire derive autoritarie?

A livello di “anticorpi”, sarà Gibran, il figlio di Jokowi (o meglio Jokowi tramite il figlio), che si trova a gestire un personaggio come Prabowo. In effetti, Prabowo non a caso ha scelto il figlio di Jokowi come vicepresidente, e non per esempio l’ex Presidente del Muslimat, il gruppo di donne islamiche affiliate al Nahdlatul Ulama (NU), Khofifah Indar Parawansa (tra l’altro l’attuale governatrice di Jawa Orientale) che sicuramente gli avrebbe portato automaticamente buona parte dell’UN dalla sua, cosa che comunque è avvenuta alla fine. Perché proprio Gibran?

Perché è lui che dovrebbe eventualmente controllare Prabowo o è soltanto una tattica per continuare la dinastia politica di Jokowi? 

È un grosso rischio. Il Paese rischia di scivolare nelle mani di un Presidente che ha accuse di violazione dei diritti umani, un ex militare, non poteva entrare in Australia fino a pochi anni fa perché o negli Stati Uniti, e ora, forse, comanderà l’Indonesia. Diventa comunque un messaggio importante a livello internazionale. 

Arriviamo all’ultimo punto. Di solito la politica estera come è l’ultima preoccupazione elettorale, e di solito non entra nei nei dibattiti elettorali. Però con l’avvento di questi leader populisti “sensazionalisti e securitari”, quali potrebbero essere gli impatti, anche data la rilevanza strategica che ha l’Indonesia a livello regionale? 

Innanzitutto, la politica estera in Asia è pragmatica per natura, quindi essenzialmente non ci saranno cambiamenti a livello di “scontro di valori”. Com’è noto, molti Paesi ASEAN sono a tutti gli effetti autoritarismi. A livello extra-regionale, tuttavia, potrebbero esserci problemi nelle relazioni con altri Paesi come l’Australia, che dovranno decidere se adottare un approccio pragmatico e più realista nel caso per esempio della effettiva vittoria di Prabowo-Gibran alle elezioni. D’altro canto, sarà invece fondamentale il rapporto con la Cina, sia a livello commerciale sia perché c’è l’accordo per alcuni progetti per la BRI, con cinesi che lavorano sul territorio indonesiano, che sono stati il bersaglio di propaganda anti-cinese da parte di Prabowo in passato. In conclusione, con Prabowo potremmo vedere un’Indonesia più chiusa per questioni nazionali, e meno propensa ad assumersi ruoli di leadership o responsabilità regionale. 

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