Elezioni indiane e sviluppi geopolitici in Asia Meridionale: perché Khan è a favore di un nuovo mandato di Modi.

Gli eventi riguardanti le elezioni indiane in corso, numericamente definite come le più grandi della storia, sono monitorati attentamente dalle personalità politiche di tutti i paesi dell’Asia Meridionale per via delle opportunità e dei rischi legati alla vittoria di uno o dell’altro candidato favorito. Il risultato di queste, indipendentemente dal vincitore, avrà risvolti geopolitici di notevole importanza che influenzeranno i tutti i conflitti, le dispute e le crisi esistenti a livello regionale.

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Tra le tematiche più delicate, la più importante è sicuramente quella delle relazioni tra India e Pakistan, segnate da più di settant’anni da fasi di forzata coesistenza pacifica alternate a episodi di violenza, l’ultimo dei quali risale allo scorso febbraio, con il rischio sempre presente di escalation verso veri e propri conflitti. Hanno perciò sorpreso alcune recenti affermazioni rilasciate da Imran Khan, primo ministro del Pakistan, secondo il quale la vittoria di Narendra Modi rappresenterebbe un «punto di inizio positivo per il futuro di un’iniziativa di pace ».

Modi, attuale primo ministro indiano, rappresentante della destra ultraconservatrice indù, principale responsabile di un sempre più spregiudicato uso del nazionalismo, scivolato talvolta nell’intolleranza e nella violenza, soprattutto a livello locale nei confronti delle minoranze musulmane; è alla ricerca del suo secondo mandato mediante una campagna elettorale farcita di slogan ultranazionalistici, settari e modellata attorno a temi sciovinisti, soprattutto all’indomani dell’escalation di tensione con il Pakistan a seguito dell’attacco di Pulwama di febbraio.A causa quindi delle posizioni ideologiche diametralmente opposte di Modi e Khan, le dichiarazioni di quest’ultimo potrebbero apparentemente sembrare alquanto inaspettate. In realtà la posizione di Khan, sebbene mossa da ragioni essenzialmente pragmatiche, funge al contempo anche da chiaro indicatore della separazione non solo politica esistente da decenni tra i due paesi. Il mantenimento dell’attuale assetto politico in India a seguito della rielezione di Modi sarebbe più funzionale agli interessi ideologici e politici del centrodestra del Pakistan, o meglio, sembra che tale eventualità abbia per il Pakistan meno risvolti negativi rispetto a una vittoria del centrosinistra o della sinistra indiane.

Un nuovo governo Modi rappresenterebbe un’ulteriore prova a favore dell’ideologia alla base della creazione del Pakistan, della quale è portavoce la destra del paese, e attorno alla quale si è delineata la divisione politica, ideologica e sociale del Subcontinente indiano a partire dal 1947. Infatti, per la prima volta da oltre settant’anni, non vi sarebbe più la necessità concreta per l’establishment pakistano di convincere il popolo di quanto Muhammad Ali Jinnah, Quaid-e-Azam (grande leader) e Padre della Patria, fosse nel giusto nel perseguire il suo ideale di creazione del Pakistan.

Muhammad Ali Jinnah durante la sessione generale di Lahore organizzata dalla All-India Muslim League (22-24 marzo 1940)

Nonostante il progetto originale di Jinnah non prevedeva che il Pakistan dovesse essere creato per ospitare tutti i musulmani del Subcontinente, ma solo quelli che avessero voluto accettare la sua visione politica, per il nazionalismo ideologico pakistano il progetto di Jinnah opportunamente revisionato vedrebbe ora giustificata la sua prosecuzione di fronte al crescente nazionalismo ideologico-religioso indiano in pericolosa ascesa. Ciò risulta particolarmente vero tenendo conto che l’intellighenzia pakistana durante la seconda metà del ventesimo secolo, si è rivelata spesso confusa e impotente di fronte alla democrazia indiana e al suo secolarismo, e per la quale l’esperimento politico indiano sarebbe riuscito meglio rispetto alla sua controparte pakistana.

Gli ultimi cinque anni hanno però visto in India una sempre più crescente soppressione del dissenso di stampo liberale e secolare contestuale alla comparsa di un nazionalismo ultrahindu e all’incremento di discriminazioni su base religiosa, specialmente a danno delle comunità musulmane. La percezione generale a livello regionale e internazionale è che con Modi alla guida della più grande democrazia del mondo, le relazioni tra India e Pakistan continueranno a essere segnate e minacciate da toni di guerra e conflitto. Il che si rivelerebbe vantaggioso per il progetto nazionalista del Pakistan che si rafforza ad ogni notizia proveniente dall’India di violenze e discriminazioni a danno di musulmani e altre minoranze, e funzionale alla demonizzazione ideologica di New Delhi che non rappresenterebbe più l’ideale laico e pluralista in netta contrapposizione ideologica alla politica pakistana. Per Islamabad, un’India non più pluralista e secolare risulterebbe più facile da contestare.

Il Pakistan è uno stato afflitto però da gravi problemi strutturali, tra i quali la cronica mancanza di risorse finanziarie. Ciò significa anche che il pericolo di un conflitto può essere utile nel breve periodo a rinsaldare l’unità interna, non può rimanere l’unico leitmotiv in mano del nazionalismo pakistano nel medio e lungo termine. Come detto precedentemente la dichiarazione di Khan «funge anche da chiaro indicatore della separazione esistente da decenni tra i due paesi» mostrando al contempo i problemi strutturali del suo paese, perché significa sostanzialmente che paradossalmente solo un forte governo conservatore di destra in India può fungere da elemento di stabilità interna in Pakistan, punto di partenza per risolvere tutte le altre questioni, tra le quali quelle finanziarie e sociali.

Ciò è subordinato però alla speranza che il pragmatismo della destra indù non impedisca a Delhi di continuare il dialogo con Islamabad volto alla pace e alla distensione. Nonostante l’impegno comune in dialoghi bilaterali scaturito dall’enfasi a seguito di una crisi (come quella di Pulwama), spetta all’India non interrompere i lavori, in quanto il Pakistan ha sempre sostenuto che è possibile riprendere i negoziati da dove sono stati interrotti.