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Elezioni in Serbia: vittoria di Vučić tra proteste in patria e sfide crescenti in politica estera

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Le elezioni parlamentari del 17 dicembre sanciscono ancora una volta la vittoria della coalizione guidata dal Partito Progressista Serbo (SNS) del Presidente Aleksandar Vučić. Al voto hanno fatto seguito le proteste dell’opposizione e denunce di irregolarità da parte degli osservatori. Belgrado è chiamata a compiere atti concreti nell’ambito della questione del Kosovo e rischia di affrontare le contraddizioni della propria politica estera.

Due elementi hanno contribuito ad accrescere la rilevanza delle ultime elezioni parlamentari serbe. Innanzitutto, un contesto regionale che ha visto inasprirsi i rapporti tra Serbia e Kosovo, a dispetto degli accordi conclusi a Ohrid nel marzo scorso volti a normalizzare i rapporti tra Belgrado e la sua ex provincia autonoma. Non solo le disposizioni dell’accordo, soprattutto quelle più delicate e decisive, non sono state attuate, a dispetto di un prolungato impegno in questo senso della diplomazia europea che tuttavia non ha al momento prodotto risultati sostanziali, ma alcune escalation sul terreno hanno incrementato notevolmente il livello di tensione nella regione, soprattutto dopo l’attentato di Banjska del settembre scorso.


Il secondo grande motivo di interesse era rappresentato dalla nuova entità di opposizione Serbia contro la Violenza (Srbija protiv nasilja, SPN), formatasi sull’onda della mobilitazione seguita alle gravi sparatorie accadute il 3 e 4 maggio. L’emozione suscitata da questi gravi fatti di cronaca, infatti, si è tradotta in una lunga serie di proteste di orientamento antigovernativo e, in ultima analisi, nella nascita di una coalizione politica che, sotto il profilo dei contenuti, ha fatto dell’avvicinamento all’Unione Europea e della lotta alla corruzione alcuni dei suoi tratti caratteristici. 

La giornata elettorale: tra denunce di irregolarità e proteste

La data del 17 dicembre, per la quale erano state fissate le elezioni parlamentari (tenute in anticipo per la quarta volta dal 2012) ma anche le elezioni locali nella capitale Belgrado e nella regione della Vojvodina, rappresentavano dunque un banco di prova per la nuova forza di opposizione. L’esito finale ha visto l’ennesima vittoria della coalizione a sostegno del Presidente Aleksandar Vučić e dominata dal Partito Progressista Serbo (SNS), che a scrutinio quasi terminato ha raggiunto il 47,95% voti, con la coalizione SPN che segue con il 24,32%; bilancio negativo per il Partito Socialista del Ministro degli esteri Ivica Dačić, che raccoglie il 6,75%. Il risultato, insieme alla vittoria nella corsa per l’Assemblea locale di Belgrado, è stato annunciato in serata da Vučić, accompagnato tra l’altro dal leader serbo-bosniaco e Presidente della Republika Srpska Milorad Dodik. La percentuale ottenuta dalla coalizione di Vučić è stata tale da garantire un numero di seggi in parlamento sufficiente per governare senza la necessità di alleanze.

Nel corso della serata, tuttavia, i sostenitori dell’opposizione si sono radunati nelle strade di Belgrado, dando vita a forti proteste. Durante le ore precedenti, infatti, diverse testimonianze di irregolarità sono state diffuse attraverso i social network e registrate anche dagli osservatori internazionali, gettando un’ombra sulla tornata elettorale e sui risultati finali. Fenomeni non inediti ma rilevati in misura maggiore rispetto al passato, che potrebbero aver avuto un peso soprattutto a Belgrado, nella cui assemblea locale la coalizione del SNS non ha ottenuto un numero di seggi tali da consentirle di governare senza un appoggio di altre forze. L’eurodeputata e membro della delegazione degli osservatori del voto Viola von Cramon, per esempio, ha confermato casi di intimidazione dei votanti e di trasporto organizzato di cittadini dalla Republika Srpska a Belgrado attraverso dei pullman. Il Ministero degli Esteri della Germania ha accolto in maniera particolarmente negativa i rilievi della delegazione, considerando “inaccettabili” tali irregolarità per un Paese candidato a fare il proprio ingresso nell’Unione Europea.
A 48 ore dal voto, l’unico leader dell’Unione Europea ad aver espresso un messaggio di congratulazioni è stato Viktor Orban, fautore di uno stretto legame con il leader serbo, mentre dichiarazioni in questo senso non sono state rilasciate né da Emmanuel Macron né da Giorgia Meloni, reduce proprio da una visita in Serbia all’inizio di dicembre. Tra le altre reazioniinternazionali si registrano i messaggi favorevoli rilasciati dal Ministero degli esteri cinese, dal portavoce della presidenza russa Peskov e dal leader dell’Azerbaijan Aliyev.

Le prospettive in politica estera

La proclamazione di elezioni anticipate, come detto, non costituisce una novità nello scenario politico serbo dell’ultimo decennio, segnato dalla presenza del Partito Progressista di Vučić al potere. Tuttavia, se nelle occasioni precedenti tale mossa era dettata sostanzialmente dalle dinamiche di consenso del partito, in quest’occasione potrebbe aver giocato un ruolo essenziale la necessità di prendere tempo in relazione alla questione del Kosovo. Gli accordi di Ohrid del marzo scorso, conclusi tra Belgrado e Pristina sotto l’egida dell’Unione Europea e che, pur non suggellati dalle firme di rito, vengono considerati da Bruxelles come legalmente vincolanti, impegnano la Serbia a un sostanziale riconoscimento de facto dell’indipendenza del Kosovo, nonché a non opporsi all’ingresso di Pristina nelle organizzazioni internazionali.

Nelle settimane che hanno preceduto le elezioni, Vučić e il Primo ministro Brnabić hanno esplicitamente dichiarato di non voler compiere dei passi verso il riconoscimento dell’indipendenza kosovara, confermando dunque di voler eludere quelle parti dell’accordo più delicate per Belgrado. L’accordo, tuttavia, potrebbe essere incluso nel capitolo 35 nell’ambito dei negoziati di adesione della Serbia all’Unione Europea, dunque legando in modo ufficiale e indissolubile l’ingresso di Belgrado nell’Unione all’implementazione delle disposizioni dell’accordo con Pristina.

Più in generale, gli ultimi anni hanno messo in evidenza le problematiche della politica estera condotta da Belgrado, che, a differenza di quanto accade con gli altri Paesi della regione candidati a fare il loro ingresso nell’Unione Europea, si caratterizza per un mancato allineamento con la Politica Estera e di Sicurezza Comune (CFSP) di Bruxelles, in virtù della volontà di Vučić di non rompere i legami con la Russia di Putin così come quelli con la Cina. Le istituzioni comunitarie, per questa ragione, hanno messo in evidenza la necessità di un mutamento della postura serba nelle relazioni internazionali, condizione necessaria per l’integrazione europea del Paese.

In questo contesto, la scelta di indire elezioni parlamentari anticipate si può interpretare come un mezzo per prendere tempo di fronte alla prospettiva di scelte delicate in relazione alla questione kosovara, tra l’altro alle porte di un 2024 che sarà caratterizzato dalle elezioni europee nonché da quelle statunitensi. Sotto questo profilo, un cambio di amministrazione in America con il ritorno al potere di Donald Trump potrebbe avere conseguenze sul dossier balcanico. Nel corso della sua presidenza, l’amministrazione di Washington sponsorizzò il tentativo di accordo tra Serbia e Kosovo il cui punto centrale era rappresentato dallo scambio di territori, finalizzato a rettificare la frontiera in base a un criterio etnico; progetto che tuttavia venne guardato con sfavore dalle cancellerie europee, timorose di innescare un effetto a catena nella regione attraverso la legittimazione di un accordo di questo tipo. Diversamente, con l’amministrazione Biden si è registrata una forte sintonia tra l’azione diplomatica di Bruxelles e quella americana. Washington, infatti, ha costantemente appoggiato il dialogo portato avanti da Bruxelles, identificando l’obiettivo da conseguire per gli attori regionali con il rispetto degli accordi conclusi sotto l’egida comunitaria; tutto ciò con la prospettiva di un avvicinamento di Serbia e Kosovo alle istituzioni euroatlantiche e di una duratura stabilizzazione della regione. 

Alla luce del contenuto degli accordi di Ohrid e, a maggior ragione, del loro possibile inserimento nella cornice del processo di adesione della Serbia all’UE, il cammino di Belgrado verso l’integrazione europea passa sempre di più per passi in avanti sulla questione del Kosovo e, più in generale, per un maggiore allineamento con le decisioni di politica estera europee. All’assenza di progressi su questo punto, o a nuove escalation sul terreno come quelle avvenute nel corso dell’ultimo anno, potrebbero portare a un incremento della pressione occidentale su Belgrado, come già accaduto con il governo kosovaro di Albin Kurti dopo la crisi del maggio scorso nel Kosovo settentrionale e alla luce della mancata implementazione dell’Associazione delle Municipalità nei comuni a maggioranza serba in quest’area.

Alla luce delle scadenze elettorali del prossimo anno e delle dinamiche regionali sviluppatesi nel corso degli ultimi mesi, il 2024 potrebbe essere un anno di grande rilevanza per lo scenario serbo-kosovaro, ponendo gli attori coinvolti, in particolare la Serbia di Vučić, di fronte a sfide dirimenti e scelte decisive per il futuro.

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