Elezioni in Burundi, tra dubbi e continuità

Lo scorso 26 maggio, la Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) del Burundi, ha annunciato la vittoria di Evariste Ndayishimiye, generale in pensione, candidato del partito di governo, Cndd-Fdd, ed erede politico di Pierre Nkurunziza, da 15 anni alla guida del Paese. Le elezioni, tenutesi il 20 maggio, si sono svolte in un contesto di limitata trasparenza e libertà.

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Secondo quanto dichiarato dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), Evariste Ndayishimiye, militare e politico, segretario generale del Conseil national pour la défense de la démocratie-Forces de défense de la démocratie (CNDD-FDD), ha vinto le elezioni con il 68,72% dei voti; mentre Agathon Rwasa, leader del principale partito di opposizione in Burundi, Forces pour la Libération Nationale (FNL), ha ricevuto il 24,19%. L’affluenza alle urne è stata alta, circa l’88% dei 5,11 milioni aventi diritto. Dato che Ndayishimiye ha ricevuto più del 50% dei voti, la possibilità del ballottaggio, previsto per giugno, è stata scongiurata.

Le consultazioni elettorali del 20 maggio, si sono tenute nonostante la pandemia di Covid-19, la quale sembra essere stata ampiamente ignorata. Il governo del Burundi con una lettera, pochi giorni prima delle votazioni, ha espulso dal Paese alcuni esperti sanitari, tra cui il rappresentante dell’OMS, Walter Kazadi Mulombo, definendoli come “persone non gradite” e senza dare alcuna motivazione. Sebbene il Burundi abbia confermato solo 27 casi, medici e infermieri hanno informato i media che il governo sta minimizzando la crisi e nascondendo il reale numero di morti.

Inoltre, approfittando dell’emergenza sanitaria in corso, il governo ha informato la Comunità dell’Africa Orientale che il gruppo di osservatori elettorali sarebbe stato sottoposto a una quarantena obbligatoria di 14 giorni se si fosse recato in Burundi. In questo modo dunque, il controllo sul processo elettorale da parte degli osservatori stranieri si è ridotto notevolmente.

Ad accrescere la scarsa trasparenza delle consultazioni, come dichiarato da Rachel Nicholson, ricercatrice presso Amnesty International, è stato il fatto che “lo stesso giorno delle elezioni, i burundesi si sono svegliati e hanno trovato tutti i principali siti di social media bloccati in una palese violazione del loro diritto alla libertà di espressione e all’accesso all’informazione”. Allo stesso tempo, alcuni gruppi per i diritti politici e sociali hanno denunciato un contesto di continua repressione dell’opposizione politica, dei media indipendenti e della società civile, a cui si sono aggiunte “segnalazioni di uccisioni, arresti arbitrari, pestaggi e sparizioni di membri dell’opposizione”.

In una dichiarazione il FNL ha denunciato il voto per procura, le intimidazioni e il fatto che molti agenti elettorali siano stati arrestati o allontanati durante le votazioni e il conteggio dei voti. Già tempo prima delle elezioni, tale partito aveva segnalato l’assenza di imparzialità e trasparenza della stessa Ceni, nonché la prosecuzione degli atti di violenza. Il leader dell’opposizione, Rwasa, dopo aver presentato denuncia davanti alla Corte Costituzionale, giovedì 28 maggio, ha parlato ai giornalisti spiegando che “sono stati commessi errori terribili in tutto il Paese”, aggiungendo che “non è stato risparmiato nessun distretto o provincia”. “Abbiamo fornito le prove che c’è stata una frode massiccia […] I risultati annunciati sono falsi” ha concluso. La Corte avrà tempo fino al 5 giugno per pronunciarsi sul caso.

Nel frattempo, Ndayishimiye dichiarandosi portatore della “missione divina di salvare i burundesi dal precipizio”, dovrebbe prestare giuramento alla fine di agosto, al termine del mandato di Pierre Nkurunziza, alla guida del paese dal 2005.

Nel 2005, dopo una serie di accordi che hanno posto fine alla guerra civile durata 12 anni, il Burundi ha adottato una nuova Costituzione. Il processo di transizione democratica ha portato Nkurunziza alla presidenza, eletto dal Parlamento per un mandato di cinque anni e rieleggibile una sola volta.

Durante i primi due mandati presidenziali, l’ex guida politica del Burundi è riuscita a garantirsi l’appoggio delle popolazioni rurali, caratterizzate da estrema povertà e analfabetismo e proprio per questo facilmente persuadibili con politiche destrutturate e finalizzate al raggiungimento di obiettivi di breve periodo. Inoltre, è stata adottata una politica autoritaria basata sulla inclusione o esclusione socioeconomica in base all’appartenenza o meno al partito del Presidente. Politiche che hanno contribuito, soprattutto tra la popolazione urbana, ad un profondo malcontento, che si è acuito con la candidatura di Nkurunziza a un terzo mandato.

Infatti, nell’aprile 2015, Nkurunziza e i suoi sostenitori hanno ritenuto che era idoneo a candidarsi nuovamente sulla base del fatto che la sua prima elezione fosse avvenuta tramite elezione parlamentare, e non per voto popolare. Nonostante la condanna internazionale e le diffuse proteste che hanno provocato almeno 1.200 morti e la fuga dal paese di 400.000 persone, nel maggio 2015, la Corte Costituzionale si è pronunciata a suo favore.

Alle elezioni, che hanno confermato Nkurunziza Presidente, gli osservatori internazionali, tra cui quelli dell’Unione Europea (UE) e dell’Unione Africana (UA), si sono rifiutati di monitorare il processo elettorale, dichiarando che non potevano essere libere o giuste a causa delle ripetute violenze e del clima di intimidazione. Anche la delegazione Onu, presente sul posto, ha constatato che l’ambiente non era favorevole a un processo elettorale libero ed equo.

Nel maggio 2018, Nkurunziza è riuscito a rafforzare ulteriormente la sua posizione, attraverso un referendum costituzionale che, tra le altre disposizioni, prolunga il mandato presidenziale da cinque a sette anni. L’ex Presidente, comunque, nonostante la nuova Costituzione gli consenta di rimanere al potere fino al 2034, ha promesso di dimettersi nel 2020, assicurandosi un pagamento per la pensione di 540.000 dollari, una villa di lusso e la nomina a “guide suprême éternel” del CNDD-FDD. Un rapporto della Commissione d’inchiesta dell’Onu sul Burundi ha osservato come “il tema dell’origine divina del potere è sempre più comune nei discorsi ufficiali pronunciati dal Presidente e da sua moglie”.

Gli osservatori rimangono incerti sul fatto che Ndayishimiye sarà in grado di governare libero da interferenze da parte di Nkurunziza, in quanto, per legge, dovrà consultare il suo predecessore per tutto ciò che concerne la sicurezza e l’unità nazionale. Se la Corte Costituzionale confermerà il risultato elettorale, Ndayishimiye erediterà uno dei Paesi più poveri al mondo, profondamente isolato, sottoposto a sanzioni e privo di investimenti stranieri, caratterizzato da anni di violenze e violazioni dei diritti, dove, tra gennaio e febbraio 2020, Ligue Iteka, un gruppo per i diritti del Burundi in esilio, ha documentato 67 omicidi, tra cui 14 esecuzioni extragiudiziali, e sei sparizioni.

Olga Vannimartini

Geopolitica.info