Elezioni in Gran Bretagna: a bad bet, Mrs May.

Dalla maggioranza al governo di minoranza: non proprio quello che il primo ministro inglese, Theresa May, aveva in mente il 18 aprile scorso, mentre annunciava di voler riportare la Gran Bretagna al voto. Se, infatti, pochi mesi fa i media e commentatori inglesi avevano previsto una “landslide victory”, ossia una vittoria a mani basse, della May, nelle ultime settimane la distanza tra i due principali competitor (tories e labour) si è via via assottigliata, fino a far considerare sempre più probabile l’ipotesi di un “hung parliament”, ossia un parlamento senza una chiara maggioranza politica. E così è stato: nessun partito è riuscito a raggiungere la soglia dei 326 seggi, ossia la maggioranza parlamentare. E mentre il dibattito tra i conservatori si infiamma, mentre i laburisti esultano, mentre gli indipendentisti scozzesi si leccano le ferite, e i liberaldemocratici  e gli unionisti irlandesi si sfregano le mani, si moltiplicano gli interrogativi sulle implicazioni politiche di questo voto, soprattutto guardando alle difficili trattative con l’Unione Europea sulla Brexit.

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I NUMERI*
I conservative, con il 42,4% dei voti e 316 seggi, rimangono il primo partito inglese, ma non potranno formare un governo che dalle nostre parti chiameremmo “monocolore”. I tories, pur guadagnando il 5% dei voti rispetto alle precedenti elezioni, hanno perso 12 parlamentari e questo costringerà il partito conservatore a cercare degli alleati di governo. Al momento, gli alleati più probabili sembrano essere i liberaldemocratici (7.3% dei voti, 13 seggi) e gli unionisti nordirlandesi del DUP (0.9% dei voti, 10 seggi).

Dall’altro lato, il Labour guadagna terreno. Nonostante la scarsa fiducia nelle capacità del leader laburista, Jeremy Corbyn, e i persistenti malumori tra le correnti centriste e quelle di sinistra del partito, i laburisti sono riusciti ad aumentare i voti attestandosi sul 40,1% (ossia +9.5%) e, soprattutto, i seggi in parlamento ben più di quanto sondaggi e commentatori avevano previsto precedentemente. Corbyn infatti potrà contare su 261 parlamentari (ossia 31 parlamentari in più rispetto alle elezioni del 2015).

Tornando al panorama generale, le novità non si fermano qui. I liberaldemocratici, seppur perdendo qualche decimale nella conta dei voti (7.3% dei voti, ossia lo -0.5% in meno), guadagnano alcuni seggi rispetto al 2015 (da 8 a 12 parlamentari), raggiungendo, come precedentemente sottolineato, un numero di parlamentari utili per entrare nel prossimo probabile governo a guida conservatrice. Lo Scottish National Party, che nelle precedenti elezioni aveva vinto in quasi tutti i seggi scozzesi (56 su 59), conquista 35 seggi, perdendo 19 parlamentari e l’1,7% dei voti su base nazionale (dal 4.8% al 3,1% dei voti). Mentre, com’era prevedibile, scompare dalla scena parlamentare il partito indipendentista UKIP: essendosi realizzato il proprio obiettivo politico (ossia la Brexit), gli indipendentisti hanno perso, di conseguenza, più del 10% dei voti (dal 12,7% all’1,9%) e l’unico parlamentare della scorsa legislatura. A questi risultati, per ragioni di completezza, bisogna aggiungere: i 10 seggi (+2 rispetto al 2015) andati agli unionisti nordirlandesi del DUP; i 7 seggi (+3) andati ai repubblicani irlandesi dello Sinn Fein; i 4 seggi (+1) dei gallesi del Plaid Cymru; e l’unico seggio andato ai verdi.

 

CHI VINCE E CHI PERDE
Theresa May ha perso la scommessa, e con essa la maggioranza parlamentare conquistata dai conservatori nel 2015. La leader tory si è presentata alle urne chiedendo un mandato chiaro e nitido, soprattutto guardando alla difficile trattativa sulla Brexit. Gli elettori, a quanto pare, gliel’hanno negato. E questo ha aperto dalle prime ore del mattino un convulso dibattito all’interno del partito conservatore, sia sul prossimo governo che sul futuro della leadership di Theresa May: da una parte c’è chi sostiene che debba rimanere per mantenere un minimo di stabilità, dall’altra c’è chi sostiene che non potrà essere lei a guidare il nuovo governo.

Mentre la leader conservatrice traballa, c’è chi si rafforza, ossia Jeremy Corbyn. Come già sottolineato in precedenza, nessuno aveva previsto che il leader laburista potesse guadagnare terreno: troppo debole e troppo di sinistra. E invece Corbyn ce l’ha fatta. I laburisti, naturalmente, rimangono ancora all’opposizione, ma se l’obiettivo del Labour, pochi mesi fa era quello di rimanere a galla, oggi i laburisti possono guardare alle prossime elezioni con qualche speranza in più. C’è ancora molta strada da fare, soprattutto guardando agli equilibri interni al partito: le due ali del Labour, centrista e di sinistra, dovranno trovare un accordo per poter pensare di conquistare la maggioranza dell’elettorato britannico. Ma sicuramente la strada, dopo il voto di ieri, appare meno inclinata di quanto non fosse solamente due mesi fa. E le sorti politiche di Corbyn appaiono sicuramente più longeve di quanto era stato previsto.

 

LE PROSPETTIVE
Con il voto di ieri, quella che nelle previsioni doveva essere una pura formalità, ossia la formazione del governo, si è trasformata in una nuova grana politica per i conservatori e per Theresa May in testa. Oltre a dover affrontare delle trattative non previste, i tories saranno costretti a rivedere i propri piani su svariati fronti, a partire dal modo con cui affrontare le trattative per la Brexit. La May, che almeno per ora dovrebbe rimanere a capo del governo, non potrà contare su una solida maggioranza e, anzi, sarà probabilmente costretta a trovare un accordo con uno dei partiti più europeisti sulla piazza britannica, ossia i liberaldemocratici. Se poi l’alleanza di governo dovesse allargarsi anche agli unionisti nordirlandesi del DUP, la strada verso una “hard Brexit” potrebbe essere ulteriormente ammorbidita, essendo i nordirlandesi particolarmente sensibili alle sorti del confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica irlandese – che, dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, diventerà un confine tra l’Europa Unita e la Gran Bretagna.

Oltre alla questione Brexit, le incertezze sulle prossime mosse del governo britannico investiranno anche altri fronti, come quelli dell’immigrazione e della sicurezza. Theresa May durante la campagna elettorale aveva annunciato di voler diminuire drasticamente (decine di migliaia di ingressi in meno) l’immigrazione sul suolo britannico e pochi giorni fa, a seguito degli attentati di Londra e Manchester, aveva dichiarto di voler rendere più stringenti le azioni contro l’estremismo islamico (ad esempio facilitando le espulsioni di integralisti ed estremisti islamici), anche a costo di rivedere le norme sui diritti umani. È lecito quindi prevedere che anche queste proposte dovranno essere ammorbidite per trovare il consenso dei probabili alleati del prossimo governo conservatore.

Tuttavia c’è un fronte sul quale la May e i tories potranno tirare un sospiro di sollievo: il paventato secondo referendum sull’indipendenza della Scozia. Lo Scottish National Party, pur rimanendo il partito scozzese con più seggi e più voti, ha perso ben 21 seggi, di cui 13 nei confronti dei conservatori, 7 nei confronti dei laburisti e 3 nei confronti dei libdem. E questi risultati potrebbero aver messo una pietra tombale sulle prospettive di un nuovo referendum scozzese.

*647 seggi su 650