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Elezioni e nuovi equilibri, l’Unione europea del futuro viene da Est

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La prossima Commissione sarà chiamata a fornire un nuovo slancio all’integrazione europea. L’ascesa geopolitica dei Paesi dell’Europa centrorientale (PECO) offre un’occasione inedita per contare maggiormente negli equilibri di Bruxelles rispetto al passato. Ciò può trasformare quei Paesi da “nuovi arrivati” a nuovi protagonisti dell’Europa che verrà.

2024: anno della svolta?

Le elezioni europee che si terranno tra il 6 e il 9 giugno 2024 saranno fondamentali per la futura direzione dell’integrazione europea. Per i PECO, l’appuntamento elettorale ha un peso specifico ancora più importante per tre motivi. Primo fra tutti, il conflitto russo-ucraino in corso ha spostato l’attenzione geopolitica e securitaria di Bruxelles in est Europa. Polonia, i Paesi baltici, la Romania e la Repubblica Ceca portano avanti una decisa politica di sostegno a favore di Kyiv attraverso l’invio di armi e finanziamenti economici e, al contempo, stanno lavorando assiduamente nelle istituzioni euro-atlantiche per continuare il supporto all’Ucraina. Perciò, all’ultima edizione della Conferenza di Sicurezza di Monaco a febbraio 2024, la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha promesso che, nel caso in cui fosse riconfermata, istituirà una commissione per la difesa e tale incarico sarà affidato ad un candidato di una nazione europea centro-orientale.

In secondo luogo, il nuovo Parlamento europeo avrà quindici seggi in più portando il totale a 720. Polonia, Lettonia, Slovacchia e Finlandia guadagneranno un seggio aumentando la presenza totale di quell’area a 199 membri parlamentari, circa il 27% del totale. Di conseguenza, il peso dei PECO sarà sempre meno trascurabile diventando in futuro più decisivi nella formazione della nuova Commissione europea.

Per ultimo, le imminenti elezioni cadono nel ventesimo anniversario del grande allargamento dell’UE. Al Consiglio europeo del 29 aprile scorso, Charles Michel, l’Alto Rappresentante degli Affari Esteri, ha affermato  che l’allargamento è la pietra miliare della sovranità strategica europea, la quale si affianca alla trasformazione interna dell’Unione. Le candidature di Ucraina, Georgia e Moldova stanno ridefinendo il concetto di allargamento in chiave difensiva in cui i PECO sono determinati ad accelerare il processo di adesione per arrestare le mire espansionistiche russe. La rinnovata rilevanza della regione centrorientale non passerà inosservata nell’assetto della nuova Commissione europea.

Protagonisti emergenti

Nell’Europa centrorientale ci sono Paesi pronti a diventare protagonisti negli scranni di Bruxelles. La Polonia, guidata dall’attuale governo filoeuropeista di Donald Tusk, è il Paese più attivo. La sua posizione fortemente filo-ucraina si è palesata in diverse iniziative. In primo luogo, Tusk si è impegnato a rilanciare il c.d. Triangolo di Weimar, un’alleanza trilaterale tra Varsavia, Berlino e Parigi. Si sono registrati tre incontri di cui l’ultimo, risalente al 22 maggio scorso, ha prodotto la c.d. “Agenda di Weimar”, un documento condiviso nel quale Francia, Polonia e Germania si impegnano a rafforzare la sicurezza e la difesa europea rendendo l’Unione “un attore geopolitico forte in grado di affrontare le minacce alla sicurezza odierne”. In secondo luogo, il riavvicinamento a Bruxelles si è tradotto sia in una assicurazione del ripristino e del rispetto dello stato di diritto, alla quale è seguito lo sblocco dei fondi del Recovery Fund, sia in una volontà di giocare un ruolo centrale nella formazione e nell’attuazione dell’Agenda Strategica Europea, un documento che definisce le priorità di una nuova Commissione. L’Agenda 2024-2029 ha posto l’attenzione su capitoli quali la sicurezza e la difesa, l’energia, l’allargamento, la resilienza e competitività e la migrazione, temi sui quali, a detta della von der Leyen, Varsavia “può essere il punto di svolta per l’Europa” perché si allineano alle priorità del governo polacco in carica.

Altri Paesi sono volenterosi di diventare protagonisti nel rilancio dell’integrazione europea. Estonia, Lettonia e Lituania sono Paesi confinanti con la Russia, i quali hanno mostrato interesse ad un’integrazione europea in ambito di difesa. Infatti, a gennaio 2024, la decisione dei tre Stati di creare una zona difensiva baltica ha agitato le cancellerie europee. Al contempo, si può interpretare la decisione come un modo per influenzare Bruxelles affinché la creazione di una difesa europea garantisca la loro integrità territoriale alla luce della minaccia paventata dal Cremlino di ridisegnare i confini nel Baltico.

Anche Paesi come Repubblica Ceca e Romania possono essere decisivi nella nuova integrazione europea. Da un lato Praga, avendo ricoperto nell’attuale legislatura un semestre della Presidenza del Consiglio europeo (luglio-dicembre 2022), si è mobilitata non solo nel sostegno allo sforzo bellico ucraino ma anche nell’integrazione di Kyiv nell’UE riaprendo, al contempo, la questione dell’adesione dei Balcani occidentali come priorità assoluta per la stabilizzazione e la sicurezza europea. Inoltre, la Repubblica Ceca ha espresso interesse verso la creazione di una Commissione che si occupi della competitività e del mercato unico sostenendo il progetto Europe Unlocked, un’iniziativa bottom-up da parte di diversi attori economici europei che vuole rafforzare ulteriormente il mercato unico europeo per contrastare il crescente protezionismo globale. Dall’altro, la Romania si è posta come alfiere dell’allargamento europeo in quanto lo considera prioritario nella stabilizzazione dell’Europa orientale, sia sostenendo l’Ucraina sia promuovendo il processo di adesione della Moldova.

“Siamo uguali o no?”

Il ruolo attivo giocato da questi Paesi significa che l’Europa centrorientale non va più inquadrata come un’area da “far tornare in Europa”. Al contrario, essi ambiscono a rivestire un ruolo centrale nello sviluppo dell’integrazione europea. Come sottolineato da Alina Inayeh, ricercatrice presso il think tank Visegrad Insight, la trasformazione economica e securitaria dell’Europa centrorientale data dalle contingenze internazionali “ha dato loro maggior potere negoziale a Bruxelles”. Questo comporta la determinazione da parte delle cancellerie di quell’area di voler rivestire un ruolo di primo piano nelle posizioni più importanti. Stessa ambizione è palesata anche in ambito atlantico come dimostrano i malumori dalla candidatura di Mark Rutte a prossimo segretario della NATO.

Tale sviluppo potrebbe modificare il vecchio paradigma dell’asse franco-tedesco come motore dell’integrazione europea in quanto i due leader non godono del sufficiente consenso per dettare l’agenda della prossima Commissione. Tale situazione rappresenta una ghiotta occasione per nuovi Paesi europei di emergere nello scenario comunitario. Difatti, la classe politica dell’Europa centrorientale è ben cosciente che senza l’UE finirebbero schiacciati tra Mosca e Berlino, un’idea che affonda le radici nel timore di rivivere una posizione da  “cordone sanitario”. L’espressione descrive una situazione storica creatasi dopo la Prima Guerra Mondiale in cui l’area dell’Europa centrorientale era diventata un cuscinetto tra Russia ed Europa Occidentale. Certamente la sfida è complessa in quanto la coalizione dei membri UE centrorientali è eterogenea negli scopi e nei modi di diventare protagonisti nell’Europa che verrà. Il doppiogiochismo dell’Ungheria, il precario equilibrio politico in Bulgaria e l’involuzione autoritaria della Slovacchia rappresentano elementi non trascurabili. Comunque, le iniziative di quei Paesi non possono essere trascurate e testimoniano la creazione di una nuova UE i cui esiti incideranno negli anni a venire.

Lorenzo Avesani

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