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Elezioni europee 2024, dall’ascesa delle destre al nodo dei leader di Bruxelles: più continuità che rottura?

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Il responso delle urne premia il PPE: possibile un’alleanza con socialisti e Renew Europe, così come la conferma di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione. Si consolida la presenza dei sovranisti. Inizia la fase delle trattative per l’assegnazione delle cariche ai vertici delle istituzioni: Macron e Scholz rischiano di uscire indeboliti dalle rispettive sconfitte.

Una prima fotografia dell’Europarlamento post-elettorale offre due verdetti significativi. In primo luogo, il permanere di una chiara maggioranza europeista: al risultato positivo del Partito Popolare Europeo, uscito leggermente rafforzato dalle urne e accreditato di 186 seggi (quattro in più rispetto al 2019) si aggiungono infatti i 135 seggi dei Socialisti e Democratici, i 79 del gruppo centrista liberale Renew Europe e i 53 dei Verdi, sebbene queste tre compagini abbiano accusato perdite rilevanti rispetto all’ultima legislatura (rispettivamente -4, -23 e -18 seggi). In secondo luogo, si registra una presenza solida, e in alcuni casi rafforzata, delle forze politiche di destra e di impronta sovranista: i Conservatori e Riformisti (ECR) acquisiscono 73 seggi (+11), ai quali si aggiungono i 58 del gruppo Identità e Democrazia (ID). Un fenomeno a cui hanno contribuito in modo significativo, oltre all’affermazione di Fratelli d’Italia, i risultati di Francia e Germania, che nel primo caso hanno già prodotto sviluppi rilevanti nell’ambito della politica interna.

L’affermazione del PPE, nettamente il primo gruppo nel nuovo Parlamento, è stata suggellata dalle parole pronunciate a caldo da Ursula von der Leyen, la quale ha immediatamente rivendicato la vittoria e annunciato di voler costruire un’alleanza al fine di proseguire l’opera dell’attuale Commissione europea. Dichiarazioni a cui hanno fatto eco quelle del presidente dello stesso Partito Popolare, Manfred Weber, il quale ha offerto a Socialisti e Renew Europe la messa a punto di un’alleanza per prendere in mano le redini della nuova legislatura europea. Una possibilità che, numeri alla mano, consentirebbe ai tre gruppi di disporre di una maggioranza assoluta (400 seggi su 720, maggioranza richiesta pari a 361), senza la necessità di coinvolgere altre forze politiche ed eventualmente confermando la leadership di Von der Leyen alla testa della Commissione. Leadership che, comunque, dovrà passare per l’approvazione da parte degli Stati membri in sede di Consiglio europeo.

Se la composizione parlamentare appare ovviamente mutata ma non rivoluzionata, in numerosi Paesi le elezioni hanno visto forze di opposizione prevalere su quelle al governo, con le possibili conseguenze del caso tanto a livello europeo quanto in ambito nazionale. In Francia, il Rassemblement National ha superato il 31%, doppiando il partito Renaissance del presidente Emmanuel Macron che, prendendo atto del risultato elettorale, ha sciolto l’Assemblea nazionale indicendo elezioni legislative anticipate. Il risultato deludente di Macron, che secondo le indiscrezioni di stampa degli ultimi mesi si è posto come alfiere dell’assegnazione a Mario Draghi di un ruolo di vertice nelle istituzioni europee nella nuova legislatura, simboleggia in buona misura l’indebolimento di Renew Europe, sul quale ha pesato anche il mancato superamento della soglia di sbarramento, in ambito italiano, di Azione e Stati Uniti d’Europa.
I risultati della Germania, poi, mostrano non solo un primato solido della CDU, che contribuisce alla preminenza del PPE nell’Europarlamento con 23 seggi, ma anche la forte ascesa di Alternative für Deutschland (in quota ID), che si piazza al secondo posto con il 15,89% (15 seggi), mentre i Socialdemocratici del Cancelliere Olaf Scholz si fermano al terzo posto con il 13,94%. Un responso elettorale sfavorevole, dunque, accomuna i leader di Francia e Germania, due dei personaggi più rilevanti nelle dinamiche del continente nei primi anni di questo decennio e che sono stati chiamati a scelte talvolta delicate di fronte agli avvenimenti internazionali in corso: è stato il caso, ovviamente, della guerra in Ucraina e della decisione di schierarsi a sostegno dello sforzo di Kyiv.
Alla luce del notevole impatto dei risultati elettorali sulle scene politiche interne in Paesi come la Francia, è stato sottolineato il grado inedito delle conseguenze avute da un’elezione dell’Europarlamento da questo punto di vista (riformulare in modo corretto).

Il Partito Popolare esce rafforzato anche in virtù dell’affermazione di Tusk in Polonia e del Partido Popular spagnolo, così come dell’Unione Democratica Croata (HDZ) di Andrej Plenković e del partito greco Nuova Democrazia di Kyriakos Mītsotakīs; due nomi, questi ultimi, indicati nei mesi scorsi come possibili sostituti di von der Leyen alla Commissione tra quelli appartenenti al PPE. I socialisti vincono invece in Portogallo, dove anche l’ex Premier António Costa viene considerato come un profilo papabile per un futuro ruolo di primo piano a Bruxelles.


Quanto all’Italia, l’affermazione di Giorgia Meloni contribuisce a rafforzare il gruppo ECR e potrebbe essere il preludio a un ruolo attivo della Premier italiana nei negoziati in vista dell’assegnazione delle cariche ai vertici delle istituzioni di Bruxelles. Una dinamica che potrebbe essere stata anticipata dalle interlocuzioni avvenute nei mesi scorsi tra la stessa Meloni e von der Leyen, interessata a costruire i presupposti per una sua permanenza al vertice della Commissione, e che diventerebbe concreta in caso di mancato successo di un’alleanza PPE-SD-Renew Europe.

Un primo scenario, conforme alle ambizioni di Ursula von der Leyen e a un PPE uscito vincente dalle urne, vedrebbe la nascita di una maggioranza “larga” comprendente lo stesso Partito Popolare, il PSE e il gruppo di Renew Europe, escludendo le forze collocate tanto a destra quanto a sinistra e probabilmente anche i verdi. Si aprirebbe, a quel punto, una complessa partita per l’assegnazione delle cariche più importanti ai vertici delle istituzioni europee, che oltre alla possibile conferma della von der Leyen potrebbe coinvolgere Mītsotakīs e Plenković in quota PPE e Costa in quota SD, così come l’ex premier italiano Mario Draghi.

Gli scenari alternativi scaturirebbero tanto dalla volontà di von der Leyen di ampliare la maggioranza a suo sostegno, quanto dall’influenza che gli altri gruppi parlamentari potranno vantare nella prossima legislatura, a partire proprio dal gruppo ECR al quale, tra l’altro, potrebbe aggiungersi anche un Viktor Orbán uscito ancora una volta vincitore dalle urne anche se con un leggero calo di seggi a disposizione di Fidesz e soprattutto con la novità della presenza di Peter Magyar (partito TISZA) come sfidante di opposizione. L’apertura ai Conservatori e Riformisti potrebbe essere un’ulteriore carta a disposizione della von der Leyen, anche se in questo caso potrebbe diventare complesso coinvolgere con successo Verdi, liberali e socialisti nel gioco delle trattative.

In ultima analisi, se la presenza di una maggioranza pro-UE sembra assodata e la possibilità di una conferma della leadership attuale della Commissione non da escludere, resta da vedere quale direzione prenderanno i negoziati tra i leader nazionali circa la scelta dei nomi per i vertici delle istituzioni, così come quelli per la definizione del perimetro della stessa maggioranza parlamentare. Decisioni fondamentali in un contesto che vede il continente posto di fronte a sfide sempre più complesse e impellenti, a partire dal delicato dossier di politica estera dominato dalla questione Ucraina, ma anche da temi quali l’allargamento, la difesa, le questioni ambientali e climatiche e l’economia.

Edoardo Incani

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