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TematicheItalia ed EuropaElezioni bosniache: un mix di speranze

Elezioni bosniache: un mix di speranze

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In un clima geopolitico bollente, si sono tenute il 2 Ottobre le elezioni generali in Bosnia Erzegovina. Nonostante siano state riportate alcune irregolarità ai seggi e l’aggressione fisica ai danni di un osservatore dell’OSCE, le elezioni si sono svolte in maniera piuttosto regolare, registrando un’affluenza che si attesta timidamente verso il 50%.

La prima domanda, più che legittima, è “perché mai ci devono interessare le elezioni in Bosnia Erzegovina?”. Alla Bosnia Erzegovina, se non a tutti i Balcani, abbiamo affibbiato la brutta reputazione di “polveriera d’Europa”. 

Un soprannome ingiusto, se consideriamo che quando è stato ucciso l’Arciduca Francesco Ferdinando, i quasi quaranta milioni di morti della Prima guerra mondiale non hanno certo dato la loro vita per una bandiera sulla Vijećnica.

Alsazia, Isonzo, Carpazi…. Posti che con Sarajevo non c’entrano niente.

La Bosnia è piuttosto un agnello sacrificale, in cui le grandi potenze sfruttano la multietnicità secolare delle sue genti per innervosirle e far scoccare la scintilla che giustifichi interessi lontani.

Per questo suo speciale ruolo, che storicamente conserva, le elezioni in Bosnia Erzegovina si rivelano essere ancora oggi uno dei più importanti eventi del calendario geopolitico, contese tra l’occhiolino fra serbi e russi da un lato, un’Unione Europea distratta e divisa, ed una Turchia che guarda dalla serratura.

Nonostante quest’anno marchi i trent’anni dall’inizio dell’abominevole guerra, la politica nazionale è ancora pregna di entonazionalismo e retorica violenta, maliziosamente sfruttata dagli stessi partiti che all’epoca diedero il via alle ostilità, SDS, SDA e HDZ, che ancora oggi pretendono il dominio della politica.

Il fulcro delle consultazioni ha riguardato sostanzialmente i tre seggi della presidenza tripartita del Paese, in cui ciascuno dei tre principali gruppi etnici ha diritto ad eleggere un rappresentante.

La Federazione ci vuole credere: vincono i due riformisti, alle spese degli etnopartiti. Il bosgnacco Bečirović (in una coalizione di 11 partiti) sconfigge con venti punti percentuali di stacco Izetbegović, figlio del Pater Patriae da cui ha ereditato il trono dell’SDA.

Non sono stati sufficienti i tentativi dell’HDZ al governo croato per influenzare il corso delle elezioni in proprio favore: il progressista Zeljko Komšić si riconferma vincitore, a spese del candidato dell’HDZ BiH.

Fanno ben sperare questi due nomi, che hanno già promesso di lavorare per riportare fiducia verso le istituzioni e per provare a risolvere i grossi problemi di discriminazione etnica nel paese.

“Ora possiamo parlare di, non dico radicali, ma sicuramente grandi progressi in Bosnia Erzegovina” ha già dichiarato Komšić alla stampa.

Come un fulmine a ciel sereno, arriva a pochi minuti dalla chiusura dei seggi una notizia che manda immediatamente in bollore gli animi: l’Alto Rappresentante ha imposto la tanto minacciata modifica della legge elettorale.

Una mossa che non metterà in discussione il risultato generale delle recenti elezioni, ma che è sicuramente destinata a far aspramente discutere nei prossimi giorni, minando la legittimità del suo ufficio agli occhi dei bosniaci.

Con l’attuale riforma, l’HDZ BiH riesce quindi ad ottenere un maggior numero di seggi nel parlamento più piccolo d’Europa (in proporzione alla popolazione).

Nel frattempo, la Republika Srpska non ce la fa a guardare avanti. Già male le alternative per il rappresentante serbo alla presidenza tripartita: gli elettori sono stati chiamati a scegliere principalmente tra il candidato dell’SNSD del (millantante) secessionista Dodik e quello dell’SDS, fondato dal criminale di guerra Radovan Karadzić.

Vince l’erede di Dodik, Zeljka Cvijanović (SNSD), rendendo quindi estremamente prevedibile la posizione che sarà tenuta dalla Republika Srpska riguardo alle questioni nazionali. D’altronde, la vittoria dell’SDS non avrebbe poi garantito nulla di sostanzialmente differente.

Oltre alla poltrona di Sarajevo, anche la cattedra di Presidente della Republika Srpska è stata oggetto delle elezioni.


Nello scontro diretto tra Milorad Dodik, e Jelena Trivić della coalizione PDP-SDS, possiamo facilmente estendere le riflessioni fatte per il seggio della presidenza tripartita.

Dopo una intensa notte passata ad acclamare le rispettive vittorie, Dodik è stato riconosciuto dal Comitato Elettorale Centrale come il vincitore di queste elezioni.

Alte le aspettative, dunque, ma altrettanto alti i dubbi: sono riusciti i riformisti a conquistare due poltrone alla presidenza tripartita, ma la Republika Srpska continuerà a remare contro.

La Bosnia Erzegovina resta ancora fratturata nella linea interetnica che separa la Federazione e la Republika Srpska.

Ma la frattura principale del paese, come ci ha voluto ricordare l’ex Ambasciatore del Regno Unito in Bosnia Erzegovina, rimane una ed una sola: tra chi vuole il bene del paese e chi ne vuole il male.

Gli occhi del mondo restano puntati su questo strategico paese dei Balcani, dove l’imprevedibilità della Russia ed il pericoloso doppio gioco di Belgrado potrebbero riservare qualsiasi scenario.

Da queste elezioni esce contento Putin, che Dodik ha incontrato pochi giorni fa, mentre Erdogan digerisce la sconfitta dell’alleato Izetbegović. L’Unione Europea rimane assopita, speriamo che si svegli quando Bečirović e Komšić suoneranno il campanello speranzosi.

Il giorno successivo, oltre a rivelare i risultati delle elezioni in Bosnia, ricorda il sacrificio del pacifista Gabriele Moreno Locatelli, vigliaccamente ucciso nel 1993 da un cecchino sul ponte Vrbanja, davanti alla via che oggi porta il suo nome.

Quel ponte che oggi, dal Parlamento, porta all’ufficio dell’Alto Rappresentante.

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