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TematicheCyber e TechElectronic warfare: un’introduzione

Electronic warfare: un’introduzione

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Con l’espressione electronic warfare (EW) si fa riferimento ad una vasta gamma di operazioni condotte nello spettro elettromagnetico, il cui fine ultimo è assicurare a sé stessi ed ai propri alleati un vantaggio tattico, operativo e/o strategico tramite l’impiego di frequenze aventi differenti lunghezze d’onda quali onde radio, raggi x e gamma, microonde, infrarossi ed ultravioletti. Sebbene il suo utilizzo sul campo di battaglia sia stato inizialmente piuttosto limitato, il sempre più rapido progresso tecnologico ne ha ben presto fatto una componente assolutamente fondamentale di qualsiasi moderna dottrina militare. Ecco perché comprenderne le dinamiche significa essere in grado di capire sia come sono combattute le guerre di oggi, sia come lo saranno quelle di domani.

Attacchi elettronici

La prima categoria di operazioni EW è quella dell’attacco elettronico, che mira ad interrompere, degradare o addirittura neutralizzare del tutto la capacità dell’avversario di utilizzare efficacemente lo spettro elettromagnetico. Nello specifico, possiamo individuarne due tipologie principali: contromisure attive e passive. L’esempio più noto di contromisure attive è senza dubbio quello che, in gergo militare, viene definito jamming: in questo caso l’obiettivo consiste nell’emettere un segnale di disturbo sufficientemente intenso, in modo da compromettere le comunicazioni wireless dell’avversario, sovraccaricarne i ricettori e, dunque, rendere inefficaci i suoi sistemi d’allarme.  Piccola curiosità: il jamming venne impiegato per la prima volta non sul campo di battaglia, ma per aumentare le vendite di alcuni giornali in occasione dell’America’s Cup del 1901 – tra le più antiche e prestigiose regate al mondo. Ad ogni modo, le due Guerre Mondiali, così come i successivi conflitti in Corea e Vietnam, portarono ad un’evoluzione sorprendente di questa tecnica di EW. Siccome tra gli anni ‘70 ed ‘80 le tecnologie radar migliorarono notevolmente, rendendo molto più difficile disturbare le comunicazioni, si ritenne opportuno ripiegare su tecniche di inganno. Particolarmente rilevante, in tal senso, è il cosiddetto spoofing: senza addentrarci in tecnicismi, l’idea è quella di emettere un segnale identico a quello utilizzato dai sistemi EW avversari, confondendone i radar e rendendo impossibile stabilire con precisione da quale direzione o distanza l’impulso elettromagnetico reale provenga. Grazie allo spoofing, è quindi possibile compromettere i sistemi di navigazione aerea, marittima e terrestre del nemico, riducendo significativamente la precisione dei suoi sistemi d’arma – inclusi droni e missili a guida laser e satellitare. Al giorno d’oggi, tra i Paesi che hanno investito di più in queste contromisure attive troviamo sicuramente la Russia. Si pensi ad apparecchiature elettroniche particolarmente sofisticate ed efficaci, come i Murmansk-Bn – in grado di interrompere le comunicazioni satellitari in un’area vastissima, che comprende buona parte dell’Europa e del Medio Oriente – ed il Krasukha-4, jammer multifunzionale ampiamente utilizzato in Crimea.

Altrettanto importanti sono poi le contromisure passive. Ricordiamo ad esempio i cosiddetti chaff, tra i primissimi sistemi antiradar. Massicciamente impiegati dagli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, i chaff consistono in pagliuzze metalliche che, se rilasciate nell’atmosfera in grandi quantità, formano una sorta di nuvola riflettente capace di schermare un velivolo o creare una falsa eco. Vi sono però limiti significativi: il loro effetto dura all’incirca 15 minuti, ed in ogni caso il nemico sarà in grado di individuare – seppur con un’approssimazione decisamente non ottimale – l’area in cui si trova l’utilizzatore. Bisogna tuttavia ricordare che gli attacchi elettronici non puntano necessariamente a rendere invisibili i propri mezzi, come nel caso delle più recenti tecnologie stealth, ma semplicemente a far sì che il nemico non riesca a localizzarli con precisione. Lo stesso principio si applica ai cosiddetti decoy, esche in grado di attirare su di sé – e non sul dispositivo da cui sono lanciate – i sistemi di puntamento avversari. Tra i decoy più famosi troviamo i Thetis (grazie ai quali i tedeschi riuscirono a replicare elettronicamente la superficie dei propri U-Boot), gli ALE50 utilizzati dagli F-16 e dagli F-18 statunitensi, e gli innumerevoli progetti del programma Miniature Air-Launched Decoy (MALD), sviluppato dalla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA).

Supporto elettronico ed intelligence

L’aspetto forse più interessante dell’EW ha a che fare con le modalità con cui le informazioni, prima ancora di essere sfruttate per finalità offensive e difensive, vengono raccolte, analizzate e trasmesse. Esiste infatti un nesso molto forte tra l’EW e lo spionaggio nella sua accezione più ampia, come ben esemplificato dall’espressione C4ISTAR: C4 è un acronimo per Command, Control, Communications & Computers, mentre ISTAR si riferisce al processo di Intelligence, Surveillance, Target Acquisition & Reconnaissance. A grandi linee, possiamo definire C4ISTAR come “quell’insieme di capacità di cui un Comando di alto livello deve disporre per poter esercitare in maniera efficace e tempestiva la direzione di un’operazione militare, disponendo della conoscenza del proprio schieramento – e di quello dell’avversario – e della capacità di comunicare con le proprie forze”.

Ma andiamo con ordine. Gran parte delle attività di supporto elettronico si basa sull’Electronic Intelligence (ELINT), specializzazione della Signal Intelligence (SIGINT) che si occupa sostanzialmente di intercettare ogni tipo di impulso elettromagnetico proveniente da radar. Questa attività non viene svolta esclusivamente tramite stazioni poste a terra, navi e aerei specificatamente attrezzati (come l’unità Space Delta 7), ma anche satelliti artificiali: già in un precedente articolo avevamo ad esempio discusso il ruolo assolutamente centrale svolto da Starlink, di proprietà di SpaceX, nel contesto della guerra in Ucraina. Queste piattaforme, in breve, permettono di avere informazioni rilevanti, dettagliate ed in tempo reale circa le strutture di comando ed i sistemi d’arma dell’avversario, come le frequenze utilizzate dai suoi sistemi EW. Questo, a sua volta, non può che tradursi in un vantaggio militare enorme. L’intelligence acquisita in questo modo viene dapprima raffinata ed integrata con quella ottenuta da altre fonti, e poi trasmessa alla catena di comando. In questo modo, i vertici delle Forze Armate sono in grado di formulare piani di battaglia presenti e futuri, massimizzare la loro interoperabilità e mettere in atto complesse ed incisive operazioni militari, di carattere cinetico e non. 

In conclusione, l’importanza dell’EW non risiede esclusivamente nei danni diretti che è in grado di provocare attraverso tecniche come il jamming, ma anche – e soprattutto – nella sua versatilità. Se impiegata congiuntamente con diverse altre tecniche, infatti, l’EW costituisce un force multiplier in grado di aumentare esponenzialmente le probabilità di ottenere la supremazia sul campo di battaglia, specialmente considerando il vantaggio informativo che deriva da un approccio network-centrico

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