Egitto: processo alla Fratellanza

Ascesa e declino dei Fratelli Musulmani in Egitto

Egitto: processo alla Fratellanza - GEOPOLITICA.info Credits: KHALED ELFIQUI/EPA

È il luglio 2013, quando migliaia di manifestanti si radunano per la seconda volta in piazza Tahrir, nella capitale egiziana del Cairo. Divenuta luogo simbolo della primavera araba in Egitto, ora la piazza di nuovo diviene lo specchio dei sentimenti più profondi del Paese, ritornato alla vita dopo la dittatura trentennale di Hosni Mubarak. Piazza Tahrir si trasforma così in un magnete per gli egiziani, ma anche per i giornalisti, inviati a testimoniare quello che di fatto si sta rivelando un evento storico: le proteste contro Morsi e la deriva islamista presa dal suo esecutivo. Tra loro, i giornalisti della BBC, che riprendono l’affollamento di gente accampata sotto il palazzo governativo.

Il Paese è nell’attesa che qualcosa accada, ma le fragilità dell’Egitto e il rischio instabilità sono reali. Lo dimostrano gli scontri tra fazioni pro e contro Morsi, mentre attorno si viene a creare una zona rossa: lì per le donne è pericoloso muoversi, esposte come sono alle numerose violenze che si le colpiscono col passare dei giorni. Da una parte dunque il governo del partito “Libertà e Giustizia”, indebolito dalle proteste; dall’altra l’esercito, da sempre istituzione di riferimento in Egitto, ma anche la popolazione, mobilitata in massa e pronta ad agire. È così che qualcosa effettivamente accade: l’esercito prende l’iniziativa, mettendo agli arresti Morsi, e ponendo di fatto fine al suo governo con un golpe bianco. O almeno, così appare, mentre il mondo vede Morsi portato via dai militari.

Definire però quello di Piazza Tahrir un golpe bianco è quantomeno riduttivo. I Fratelli Musulmani, che controllano il partito di Morsi, “Libertà e Giustizia”, sono una presenza radicata nello scenario mediorientale. Nascono nel 1927 su iniziativa di Hassan al-Banna, e dal ’27 influenzeranno profondamente i tentativi degli stati arabi di trovare una propria identità comune. Sono stati definiti un molti modi, come accade quando si tenta di delineare un confine netto tra movimenti di liberazione, partiti rivoluzionari e gruppi terroristici. Incurante della loro influenza sul Paese – o forse per questo motivo – subito dopo i fatti di piazza Tahrir, il governo militare nato dal golpe avvia un processo atto a sradicare la presenza dei Fratelli Musulmani in Egitto. Processo che culmina il 25 dicembre con la loro iscrizione nella lista dei gruppi terroristici, che ne determina il bando dal Paese. Non è solo con la dissuasione però che i militari agiscono, ma anzi lo fanno in maniera brutale, in quello che è già stato definito come il massacro di Rabaa.

Siamo in agosto, e la deposizione di Morsi è intollerabile per i musulmani della Fratellanza, accampati in una delle sue roccaforti, la piazza di Rabaa al Adawiya, sorta di sorella minore di piazza Tahrir, anch’essa nel Cairo. L’emittente qatariota al Jazeera ne parla diffusamente, dedicando un articolo agli avvenimenti del 14 agosto. Scontri violentissimi, che costano un numero di vite spropositato ai sostenitori della Fratellanza, per Al Jazeera almeno 281, mentre HRW ne indica fino a mille. Una stima accettabile ruota presumibilmente attorno alle 600 vittime. In Italia se ne parla, ma subito arriva la notizia che le chiese cristiano-copte vengono date alle fiamme. La notizia del massacro di Rabaa passa così in second’ordine, lontanissima, meno assimilabile delle violenze perpetrate contro i cristiani. È così che si perdono due elementi fondamentali della vicenda.

Il primo di questi è l’effetto esplosivo causato dal massacro; un meccanismo che non può essere ignorato, perché ricorre spesso nei fenomeni di tipo insurrezionale: alla base delle rivolte c’è sempre un detonatore, che spesso si rivela essere un eccidio subito. Il secondo elemento da sottolineare sono le ragioni dei musulmani contro i cristiani copti. I Copti sono infatti particolarmente presenti all’interno della classe dominante in Egitto. L’attacco che è seguito contro di loro mescola dinamiche diverse, da quelle dell’attacco settarico mirato alle proteste di massa. Si tratta dunque di un evento complesso, non ascrivibile alla semplice lotta tra strati sociali: d’altronde – mi si spiegava – che i Copti sono la maggioranza anche tra gli Zabbalin, quella parte dei cittadini egiziani che sopravvive raccogliendo rifiuti porta a porta. La percezione che i musulmani di Rabaa avevano dei cristiani è però quella di un gruppo elitario, ed è importante sottolinearlo, perché è la stessa ragione di fondo che in paesi come il Camerun sta portando i jihadisti al potere: pochi cristiani ricchi, molti musulmani poveri. Trattare l’evento come rabbia selvaggia ci porterebbe fuori strada.

Il Caso: il processo, gli imputati, l’accusa

Il processo nasce sulle ceneri delle violenze perpetrate dai musulmani radicali e guidate dalla Fratellanza Musulmana proprio nell’agosto 2013. Le accuse sarebbero le seguenti: l’omicidio di un poliziotto e il tentato omicidio di altri due, il danneggiamento di proprietà pubbliche, il sequestro di numerose armi, la partecipazione ad un’assemblea pubblica illegale e l’appartenenza ad un’organizzazione anch’essa illegale (la Fratellanza, appunto). Vedremo poi questo cosa significa dal punto di vista del diritto.

Quel che importa ora è chiarire il quadro di ciò di cui si sta parlando: un crimine collettivo, basato sul principio secondo il quale la partecipazione alla protesta implica la responsabilità di ognuno dei presenti per gli atti criminali allora compiuti.  È in base a questo principio che si apre a Minya il processo che lunedì scorso ha portato alla condanna a morte di 529 persone, mentre un altro ne mandava a giudizio altre 682 il giorno seguente. Un processo dunque di dimensioni inaudite, ma soprattutto un tribunale che più di ogni altro oggi ripercorre le orme dei tribunali speciali che nel passato hanno tentato di guidare una transizione di regime tramite lo strumento della giustizia, operata sugli esecutori del regime.

A renderlo chiaro sono le testimonianze offerte dai legali della difesa riguardo l’atteggiamento del giudice incaricato dell’udienza, Said Yussef. Nabil Abdel Salam, avvocato di alcuni membri della Fratellanza Musulmana ha riferito ad al Jazeera come si tratti di uno dei casi più rapidi e con il maggior numero di condanne a morte della storia. Più grottesca invece la versione dei fatti secondo Mohamed Tousson, altro legale della difesa. Secondo Tousson, la condanna non sarebbe che un atto di rappresaglia del giudice contro l’avvio da parte della difesa di una richiesta di ricusazione, una domanda per la sostituzione del giudice, considerato imparziale. Ancora più corrosiva la critica delle organizzazioni per i diritti umani, in primis Human Rights Watch e Amnesty International.

HRW parla di un processo farsa durato non più di un’ora, nel quale non sono state accettate prove sostanziali da parte della difesa. Aggiunge inoltre che di processo di massa si è trattato, appurata l’impossibilità di individuare le responsabilità individuali specifiche (un diritto elementare per un processo equo). Stando a quanto riporta HRW, infine, agli imputati sarebbe stata solo letta la sentenza, senza alcuna indicazione delle prove indiziarie che avrebbero portato alla stessa. Ancora più dura Amnesty International, che ha definito quella del giudice Yussef una decisione grottesca. Per Hassiba Sahraoui, vicedirettore per il programma per il Medi Oriente e il Nordafrica si tratterebbe di condannare a morte un numero di individui superiore a quello delle esecuzioni capitali comminate in un intero anno in altri paesi. AI dice però anche qualcosa di importante: come le corti egiziane siano “rapide nel punire i sostenitori di Morsi, ma ignorano le pesanti violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza”. Ad essere sotto attacco è dunque un elemento critico per l’autorevolezza del governo: l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ma quale è stata la risposta delle autorità? La giustificazione per la sentenza si è mossa su due direttrici. Da una parte il Ministero degli Esteri ha ribadito l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo, come organo terzo atto a tutelare i diritti di tutti gli egiziani; dall’altra un ufficiale giudiziario ha spiegato come si tratti di una tattica d’emergenza, volta ad assicurare la sicurezza del Paese. Il Paese dev’essere sicuro, ad ogni costo.

Il processo ai Fratelli Musulmani alla luce della legge egiziana e del Diritto Internazionale

Analizzare nel profondo la legislazione egiziana e la sua applicazione nel caso in questione sarebbe molto complicato. Uno strumento però ci viene in aiuto, Death Penalty Worldwide, un sito che monitora l’applicazione della pena di morte nel mondo. Il report relativo all’Egitto è illuminante al riguardo. Innanzitutto, vi si spiega quali sono i crimini punibili con la morte. Tra questi , alcuni crimini collegato al processo di Minya: l’omicidio aggravato a scopo terroristico, i reati di stampo terroristico (resistenza all’autorità pubblica, sequestro di proprietà pubblica o leadership di gruppi terroristici, abuso di autorità militare o uso di bande armate per scopi criminali), tradimento.

Death Penalty Worldwide aggiunge inoltre che la pena di morte deve essere approvata dal Muftì (la più alta carica dell’Islam sunnita) e spiega che le decisioni che poi verranno prese dalla corte d’appello e di cassazione devono essere unanimi. Quindi, c’è ancora speranza che le condanne vengano riconvertite. Anche perché molte di queste sono state comminate con una gran parte degli imputati ancora in libertà oppure agli arresti domiciliari. È facile pensare che si pensi a graziare chi degli imputati è in carcere, anche se li si potrebbe comunque colpire allo scopo di stroncare l’opposizione nel Paese, trasformando la condanna in un esilio de facto.

La condanna risponde dunque almeno riguardo la pena ai canoni di legge. Resta però il problema della procedura seguita, elemento indispensabile per un processo equo ed imparziale. L’Onu al riguardo si è già espressa, e con risultato negativo. Ma non mancano neanche ulteriori violazioni della legge del Paese: tra i condannati a morte ci sarebbero infatti almeno due minori, mentre la normativa li esclude in maniera chiara da tale pena.

Decisiva sarà l’inclusione dei Fratelli Musulmani nella lista dei gruppi terroristici. Determinare cosa sia un gruppo terroristico è però di gran lunga più difficile di quanto si pensi. Manca ancora anche una semplice definizione del fenomeno. Indichiamo alcuni tentativi:

–        il terrorismo è la perpetrazione o la minaccia di un atto criminale atto a sfruttare la paura come strumento di coercizione realizzato in ambito internazionale (Tribunale Speciale per il Libano)

–        si definisce terrorismo un atto volontario e violento da parte di un attore non statale, che sottosta ad almeno due delle seguenti caratteristiche: deve perseguire obiettivi sociopolitici e/o agire in maniera coercitiva e/o al di fuori dei limiti imposti dal diritto di guerra (Start).

–        Il terrorismo è un atto teso a causare la morte o il ferimento di qualsiasi persona, danni alle infrastrutture statali, al trasporto pubblico, ai sistemi di comunicazione, al fine di intimidire la popolazione o di spingere un governo a fare o ad astenersi dal fare qualcosa (Assemblea Generale dell’Onu).

Il quadro è sufficientemente confuso, però ci basta per capire quanto labile sia la definizione di “terrorismo”. Nel caso in questione, questo è determinante per individuare la legalità delle condanne a morte. In nostro aiuto accorrono due strumenti. Il primo è il Global Database on Terrorism, che da risultati molto interessanti: dei novanta attacchi commessi dalla Fratellanza Musulmana nessuno va oltre il 1992. Gruppo terroristico, dunque? Sì e no. Non è infatti solo la partecipazione, ma anche il finanziamento di atti terroristici ad essere decisivo. In questo il diritto internazionale è chiaro: vietato in maniera assoluta prestarsi al gioco (Conv. sul finanziamento al terrorismo, 1999). E dato che la convenzione è obbligatoria per tutti gli stati Onu (risoluzione n. 1373) anche l’Egitto ne è interessato. Ma i Fratelli Musulmani finanziano il terrorismo? È qui che ci torna utile un secondo strumento, Shariah Finance Watching: Il sito infatti accusa la Fratellanza di finanziare il gruppo terroristico Hamas. La categoria di SFW relativa alla Fratellanza è piena di articoli. I dubbi quindi esistono, e sono sostanziali. Questo potrebbe costituire un canale tramite il quale l’obbligo a procedere contro il terrorismo possa diventare l’ombrello per l’applicazione della legge egiziana.

Il diritto internazionale è però un’arma a doppio taglio. L’Egitto è anche stato membro della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Questa, spiega HRW, richiede che “in casi di processi che portano all’imposizione della pena di morte, il rispetto scrupoloso delle garanzie relative ad un equo processo è particolarmente importante”. Il tribunale che ha giudicato i Fratelli Musulmani è tutt’altro che esente da dubbi, e il fatto che a richiedere questo sia una convenzione internazionale è importantissimo. Oltretutto, è la stessa normativa del Paese a rendere le cose difficili a chi vorrebbe punirli in maniera esemplare. Dubbia è infatti la figura del Gran Muftì, Shawqi Ibrahim Abdel-Karim. Ibrahim è eletto dai più alti membri di al-Azhar, una delle più eminenti università islamiche del Paese, nel novembre 2013. È quindi uomo di spicco dell’Egitto del dopo Morsi, tanto da aver comminato in passato altre condanne a morte, ma anche simbolo dell’Islam di al-Azhar, aperto ai musulmani sufiti, vicinissimi alla Fratellanza. Anche in questo caso, dunque, il risultato non è scontato.

Il rischio radicalizzazione delle minoranze

Lo scenario egiziano è estremamente complesso. La spinta delle piazze per un cambiamento dopo trent’anni di regime è fortissima, quasi ingestibile. Proprio per questo, il ruolo dell’esercito diventa il baricentro di una situazione instabile come quella odierna. Per indicare quanto sia forte il rischio di ulteriori derive nello scontro tra autorità secolari (l’esercito, il governo) e opposizione islamista, non si deve guardare ad un solo strato sociale, ma all’intera comunità, come spiegano Sophia Moskalenko e Clark McCauley nel loro studio sulla radicalizzazione.

Nel processo ai Fratelli Musulmani si possono rintracciare alcuni meccanismi di base. Innanzitutto, il fenomeno detto di “condensazione”: nel momento in cui lo stato reprime un movimento, questo crea una tendenza alla scissione. Il gruppo rimane dunque nelle mani dei più convinti e violenti, che potrebbero dirottarlo verso una strategia più propriamente terroristica. E c’è anche l’“estrema coesione”, fenomeno di radicalizzazione causato dall’esposizione a minaccia e isolamento. Tramite questi meccanismi, la base dell’estremismo islamico può avviare processi di radicalizzazione di gruppo, che poi diventa di massa quando si trasforma in una spirale che lega martirio e conflitto con un gruppo esterno, in questo caso il governo egiziano. E non c’è nessuna forma più antica e esplosiva di rito comune del martirio.

Nel caso dei Fratelli Musulmani, questo meccanismo può diventare la miccia per un fenomeno non nuovo nel Medio Oriente. In Iraq, l’avvento dell’ISIS ha avuto luogo anche grazie all’esclusione dei sunniti dal governo, a causa della loro vicinanza col regime di Saddam Hussein. Ora l’ovest del Paese è nelle mani dell’ISIS, con grandi responsabilità del governo Maliki. Lo stesso rischiava di accadere dopo la repressione delle proteste a Rabaa; ed oggi non si può neanche più parlare di rischio, di fronte ad una realtà che abbiamo di fronte agli occhi. Il processo di radicalizzazione ha infatti subito un’accelerata spaventosa di fronte a quello che di fatto è il lucido massacro di centinaia di persone. Si attende ancora la decisione dei giudici di appello e cassazione, nonché del Muftì, ma già le immagini distrutte dei familiari delle vittime costituiscono uno shock collettivo a tutti gli effetti.

Suedfeld, Cross e Logan hanno spiegato quanto fondamentale sia riuscire a dividere coloro che covano rancore, odio e dolore dai membri di gruppi violenti, sottolineando che un pensiero violento non necessariamente sfocia in un comportamento altrettanto violento. Allo stesso modo, Joseba Zulaika è tra i pochi che si stanno battendo per partire dalla comunità, più che dai gruppi terroristici in sé. Zulaika spiega come il terrorismo non sia che il punto di arrivo di una spirale d’odio, e non invece l’origine di tutti i mali come gli stati tendono a definirlo. Si tratta del fenomeno del terrorismo come profezia che si auto-avvera, dove una politica anti-terroristica particolarmente violenta non fa che rafforzare i gruppi estremisti sul lungo periodo, anche se li colpisce sul breve. Questo è il caso dei Fratelli Musulmani, decapitati con l’arresto della guida suprema, Mohammed Badie, ma definitivamente legittimati agli occhi di quella parte della comunità che chiede di strutturare lo stato egiziano sulla base della Shari’a, la legge coranica. Difficile pensare che questo non influenzerà la stabilità del Paese negli anni a venire, e di certo è una barriera posta di fronte ad ogni prospettiva di pacificazione.

Le pressioni internazionali, gli interessi in gioco e i media chiamati a difenderli

Attorno al processo contro i Fratelli Musulmani si sono mossi più attori, legati a doppio filo al destino del Paese. Le pressioni sono arrivate da più direzioni, in primis dai sono i paesi del golfo. Innanzitutto gli Emirati Arabi Uniti, che stanno tentando di chiudere l’Egitto di una trappola, al fine di incidere sempre più profondamente nella stabilità del Paese: arrivano, da quanto riporta Reuters, commesse per la vendita di armi, ma anche progetti per la costruzione di 25 silos per il grano. Come a dire che si intende controllare sia la forza che può reprimere le proteste sia la principale miccia che potrebbe scatenarle. Ma è oggi soprattutto il Qatar a contare, perché a differenza di Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati, sostiene pubblicamente i Fratelli Musulmani e può contare su di un alleato formidabile, il network al-Jazeera. Al-Jazeera ha trattato diffusamente l’evento, dando nel mondo informazioni preziose di quanto sta accadendo e ottenendo risultati di gran lunga più convincenti di quelli della concorrente al-Arabiya (negli Emirati), più sobria nel descrivere gli eventi.

Il Qatar, stato leader della Lega Araba, potrebbe agire con forza, al fine di non perdere una pedina come quella della Fratellanza Musulmana, in un Paese come l’Egitto dove era stata bandita già nel 1954. Intanto però la Lega Araba ha recentemente dichiarato di voler accetta la sentenza, condannando i Fratelli Musulmani come gruppo terroristico, quindi è difficile dire dove penderà l’ago della bilancia. Ad avere voce in capitolo sono infatti non solo il Qatar e gli Emirati, ma anche l’Arabia Saudita, in crisi di relazioni con gli Stati Uniti, e pronta a rivolgere altrove le proprie alleanze, specie ora che l’Egitto di Mubarak è scomparso e gli Usa non sono più nelle mani di Bush. Irritati per l’avvicinamento Usa con l’Iran, i sauditi penserebbero ad una politica autonoma. Di fatto l’Arabia e gli Emirati hanno sostituito gli Stati Uniti come protettori del nuovo regime, ed è interessante che in questo i giornali del Paese abbiano parlato della vicenda in maniera leggermente diversa, ma sempre con la pacatezza che contraddistingue i reali sauditi, quando si interessano di politica internazionale. Qui l’autorità ha infatti sempre imposto il proprio volere senza esporsi troppo. E dunque se Okaz, testata filo-governativa, lascia trapelare la propensione della Lega Araba verso la dichiarazione di illegalità dei Fratelli Musulmani, Asharq al-Awsat, con base a Londra descrive i fatti in maniera rigorosa ma senza particolare partecipazione.

Mentre i paesi arabi cercano un equilibrio, l’occidente si muove con molta attenzione. La risposta degli Stati Uniti al collasso della Primavera Araba in Egitto è stata, scrive il Guardian, equivoca. L’amministrazione Obama ha prima evitato di definire colpo di stato quello dei militari, in quanto la legge statunitense vieta di finanziare governi golpisti; poi ha dichiarato di voler bloccare gli aiuti finché l’Egitto non farà passi avanti verso la democrazia. John Kerry, Segretario di Stato americano, ha però precisato di voler riprendere gli aiuti quanto prima, anche se di fronte alle condanne a morte ora preme perché vengano annullate. Quello di Kerry, spiega The Guardian, è un vecchio pallino: riuscire a portare a conclusione il processo di pace tra Israele e Palestina. Ma c’è dell’altro, e in questo senso anche Israele è coinvolto (anzi, sembra aver fatto molte pressioni). Nell’epoca di Mubarak, l’Egitto è stato un bastione dell’occidente contro la minaccia terroristica. Non a caso risulta tra i nemici dichiarati del numero due di al-Qaida, al-Zawahiri (Di Nolfo, “Dagli imperi militari agli imperi tecnologici, Laterza). Difficile quindi pensare che si pensi di abbandonarlo al suo destino, quando si tratta non solo di difendere l’accesso al Mar rosso e il Canale di Suez, ma anche la lotta contro i Fratelli Musulmani.

Un altro indice del pensiero del Partito Democratico americano può essere rintracciato nel modo in cui la questione è stata trattata dai giornali amici, quelli che hanno sostenuto la candidatura di Obama come Washington Post e New York Times. Anche qui la risposta è durissima, risposta che diventa pericola se a dargli la copertura è Human Rights Watch, una delle poche organizzazioni internazionali davvero super partes, fondata dal magnate George Soros, anche lui vicino al Partito Democratico. Pericolosa perché unisce alla ricerca sul campo, le pressioni che solo una organizzazione autorevole come HRW può esercitare. Se poi si aggiunge che Foreign Policy titola: “Egypt bloody purge is just beginning”, le incognite che si nasconderebbero dietro un appoggio americano al governo militare diventano evidenti. Foreign Policy, di proprietà del Washington Post, è una delle più autorevoli testate di politica estera al mondo. E addirittura il Council on Foreign Relations, tra i più attivi e influenti centri di ricerca sembra seguire questa china.

Anche per il governo israeliano oggi sarebbe dura spingere per la repressione dei Fratelli Musulmani. Se ne è occupato il Jerusalem Post, mentre Haaretz ha diffuso la posizione di Kerry riguardo la condanna. Certo, paesi come il Regno Unito di David Cameron stanno applicando l’anatema del governo egiziano sui fratelli musulmani con celerità invidiabile: è del primo aprile la notizia dell’apertura di un’inchiesta sulla presenza dell’organizzazione in Inghilterra. Però di fronte all’unità dei principali giornali internazionali c’è poco da fare. Specie quando anche l’israeliano Centro per la Ricerca sulla Sicurezza Nazionale dice che un collasso della Fratellanza Musulmana (sunnita) favorirebbe l’Islam sciita dell’Iran, nemico mortale di Israele. E non che l’Iran non si sia mosso: PressTv, l’agenzia di stampa di regime sta seguendo il fenomeno, pur senza lasciar trasparire la posizione del governo. Per ultimo sì è aggiunto anche Putin, che guarda con attenzione allo scenario egiziano, passando dalle promesse di collaborazione fatte a Morsi all’endorsement ad una candidatura di al-Sisi. Molti e contraddittori sono d’altronde gli interessi russi nell’area, dalla difesa di fronte al terrorismo islamico (attivo in Cecenia) alla volontà di tamponare la presenza e l’influenza americana nel nord Africa.

In conclusione, la questione dei Fratelli Musulmani dopo questo processo è semmai ancora più viva di prima. Anzi, è incandescente, una nuova ferita nella quale il terrorismo di matrice islamica troverà certamente nuova linfa. Per una ragione molto semplice, spiegata da Mohamed Hafez: “forse stanno provando a terrorizzare la gente, al fine di farla smettere di andare alle dimostrazioni o di opporsi al regime”. Forse, qualcuno sta scommettendo di nuovo sui militari, dopo decenni di sostegno al terrorismo internazionale contro il panarabismo. Scommettere sui militari è però, oltre che rischioso, contrario ad ogni principio democratico. La strategia del law enforcement, della repressione, può poco contro il terrorismo, se non si fa nulla per capirne le ragioni profonde. Il rischio radicalizzazione, le chiare violazioni del diritto interno e internazionale, lo schieramento bipartisan di testate e riviste autorevoli, ma anche un sempre sottovalutato senso di umanità dovrebbero prevalere, anche perché le dinamiche insurrezionali suggeriscono che la marginalizzazione di un qualsiasi gruppo col passare del tempo lo porta a prendere le armi.

L’attività diplomatica che si è mossa attorno all’Egitto è la prova che anche (e soprattutto) questo può determinare il destino di un popolo. Quando negli anni ’50 il governo americano imponeva nella corea del sud la figura mediocre e violenta di Syngman Rhee al fine di abbattere il regime ostile del nord guidato da Kim Il Sung, soffocava sul nascere i gruppi che avevano proposto idee innovative di riforma nel Paese (v. Steven H. Lee, La Guerra di Corea, Il Mulino). Lo stesso accadeva, con le stesse modalità, nell’Iran del primo novecento, quando Reza Khan si imponeva come Shah, mettendo a tacere coloro che volevano davvero cambiare il Paese (v. Ervand Abrahamian, A History of Modern Iran, Cambridge University Press). Ora tocca all’Egitto, che deve trovare la forza di appoggiarsi a chi davvero vuole contribuire a migliorare le sorti di tutti. Sperando che nessuno gli faccia lo sgambetto.