Economia e finanza del Califfato: l’impatto della black economy di Daesh sulla sicurezza internazionale

Dopo le accuse di Mosca, secondo cui la Turchia sarebbe il ponte di collegamento tra i traffici clandestini di Daesh e il mercato petrolifero globale, lo Stato Islamico sembra essere diventato una sorta di media-potenza economico-finanziaria sui generis. Non più semplice organizzazione terroristica, bensì terrorist State, esso si pone all’attenzione degli analisti internazionali soprattutto per le sue fonti di finanziamento, all’interno delle quali quella petrolifera costituisce solo una delle diverse voci, rappresentando in tal modo una sfida considerevole alla sicurezza regionale e internazionale.

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Il rapporto Kiourktsoglou-Coutroubis

La recente (25 dicembre 2015) rivelazione circa l’esistenza di una fatwa con la quale il consiglio degli ulema del sedicente Califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, avrebbe autorizzato, (secondo quanto riportato dalla Reuters), l’espianto di organi dei prigionieri dell’ISIS con lo scopo di trarne profitto è solo l’ultimo provvedimento, in ordine di tempo, che si aggiunge alla lunga lista di attività criminali che alimentano, in maniera considerevole, il flusso di finanziamenti necessari al fabbisogno dello Stato Islamico, che non si nutre di solo petrolio, nonostante il tema del greggio commerciato,  illegalmente, dai miliziani del, cosiddetto, Califfato sia un tema di stretta attualità internazionale, come i recenti scontri diplomatici tra Mosca e Ankara hanno ampiamente dimostrato. Nella sua conferenza ai media, del 17 dicembre 2015, il presidente russo Vladimir Putin aveva infatti sostanzialmente ribadito, ampliandolo, il pensiero di Mosca circa il traffico illecito di petrolio proveniente dai territori mediorientali (Iraq e Siria) controllati da Daesh (Da ‘ish). Le parole del capo del Cremlino avevano ripreso quanto già dichiarato dai vertici del Ministero della Difesa il 2 dicembre, durante una conferenza stampa convocata per illustrare l’operato delle forze armate russe contro il terrorismo internazionale. In quell’occasione il vice ministro della Difesa, Anatoly Antonov, aveva rivelato circostanze che farebbero della Turchia il terminale di tre rotte petrolifere provenienti dai territori iracheni e siriani controllati dall’ISIS, accusando esplicitamente i vertici politici turchi (nello specifico il presidente Erdogan, e il suo entourage familiare) di collusione con Daesh nel traffico clandestino di greggio. Se l’atteggiamento russo può essere letto (anche) all’interno dello scontro diplomatico scaturito dopo l’abbattimento del caccia-bombardiere Sukhoi Su-24 (24 novembre 2015), ad opera dell’aviazione militare turca, di ben altra portata è invece lo studio della Greenwich University di Londra intitolato Isis export gateway to global crude oil markets, condotto e pubblicato (2015) da George Kiourktsoglou e Alec Coutroubis (rispettivamente Visiting e Principal Lecturer nell’ateneo londinese). Nel dettagliato rapporto, benché, per ammissione degli stessi autori, manchi la “smoking gun”, vengono proposti indizi significativi riguardo la possibilità che soprattutto il terminal petrolifero di Ceyhan (Turchia meridionale), controllato dalla compagnia di Stato turca Botas, possa ritenersi la destinazione finale del petrolio estratto nei territori soggetti al Califfato, prima di essere stoccato su petroliere (tanker) e poi rivenduto sui mercati internazionali.

Non solo petrolio

Le risorse economiche dell’ISIS erano state oggetto di approfondita analisi  già nel 2014, in un documento stilato dalla Thomson Reuters Accelus, intitolato Islamic State: the Economy-Based Terrorist Funding, nel quale si illustrava l’avvenuto processo di diversificazione delle fonti di finanziamento dello Stato Islamico, i cui assets complessivi ammonterebbero a circa 2 trilioni di Dollari (USD). Secondo lo studio, i profitti ottenuti attraverso la vendita, clandestina, di petrolio rappresenterebbero solamente il 38% delle entrate complessive. A questa voce andrebbero aggiunti gli introiti provenienti dal controllo di miniere di fosfati (7%), di cementifici (10%), nonché dal “regime fiscale” (estorsioni) imposto ad una popolazione di circa dieci milioni di persone (12%). Anche il contrabbando di reperti archeologici costituirebbe un ricavo cospicuo. Diversamente da al-Qaeda, le donazioni provenienti da privati e ONG (riconducibili, prevalentemente, a Stati del Golfo: Arabia Saudita, Qatar e Kuwait), rivestirebbero invece un ruolo marginale, rappresentando un esiguo 2%. Ciò non toglie che gli idrocarburi siano comunque un’arma dal forte impatto geopolitico per il Califfato. Petrolio e gas naturale costituiscono, insieme, il 55% del bilancio totale. Questo particolare è dovuto in parte anche al controllo esercitato sulla più grande riserva di gas naturale dell’Iraq, situata nella provincia di Al-Anbar. Relativamente al petrolio, il dato siriano è però quello di maggiore importanza. Benché infatti Daesh occupi in Siria solo sette giacimenti (otto in Iraq), tale circostanza garantisce il controllo del 60% della capacità produttiva siriana, (mentre per l’Iraq è il 10%, o, secondo altre fonti, il 7%), soprattutto per via dello sfruttamento del ricco e vasto giacimento di Al-Omar (Siria orientale). Per il “Financial Times” i ricavi giornalieri derivanti dal solo commercio di petrolio oscillerebbero tra 680.000 e 1.800.000 Dollari. Risulta infine significativo che tra le “commodities” controllate figurino anche beni del comparto agricolo. Stime FAO indicherebbero che i territori occupati in Iraq dalle milizie di Daesh costituiscano il 40% della produzione totale di grano iracheno e poco più circa del 50% di orzo.

Il contrasto internazionale e il ruolo dell’Italia

In ambito internazionale, uno dei primi documenti nei quali si faccia menzione (con particolare riferimento al fenomeno ISIS) dell’importanza attribuita al contrasto del Terrorist Financing è la Risoluzione 2170 (15 agosto 2014) delle Nazioni Unite. A questa ha fatto seguito, il 12 febbraio 2015, una Risoluzione (la 2199) presentata dalla Federazione Russa, con la quale si elencavano tre principali linee d’azione relativamente alla questione dell’Oil Trade (commercio clandestino di petrolio), del Cultural Heritage (contrabbando di reperti archeologici) e dalla pratica del Kidnapping for Ransom and External Donations (riscatti ottenuti da rapimenti e donazioni esterne). L’invito delle Nazioni Unite è stato raccolto al Summit NATO di Newport, dove il 10 settembre 2014, su proposta del presidente degli Stati Uniti, si è costituita una coalizione internazionale che ha focalizzato la sua azione su cinque aspetti: supporto militare ai governi impegnati contro Daesh, contrasto (anche con strumenti legislativi ad hoc) al fenomeno dei foreign fighters, interruzione delle linee di finanziamento, aiuti umanitari e isolamento ideologico attraverso l’esposizione della vera natura del Califfato. L’Italia, che fa parte dello Small Group di ventuno Paesi della coalizione internazionale incaricati della supervisione politica della strategia collettiva, recependo il secondo punto, ha approvato il Decreto-Legge 18 febbraio 2015 (n. 7), recante misure “urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice internazionale […]”, poi convertito in Legge dello Stato il 17 aprile 2015 (n. 43). Roma, inoltre, presiede, insieme a Stati Uniti e Arabia Saudita, il Counter-ISIL Finance Group (CIFG), organismo avente il compito specifico di contrastare la rete dei finanziamenti di cui si nutre la struttura economico-finanziaria dello Stato Islamico.

Scenari di rischio e financial intelligence

Tra gli aspetti critici legati al controllo esercitato da Daesh sui territori da esso occupati figura il rischio infiltrazione all’interno del sistema finanziario internazionale. Secondo stime recenti (2015) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, il Califfato avrebbe nelle sue disponibilità circa mezzo miliardo di Dollari, (la maggior parte dei quali in contanti), provenienti dalle filiali locali delle banche irachene situate nelle province di Ninive, Al-Anbar, Salah Din e Kirkuk. Eguale discorso per i centri siriani, in particolare Aleppo, Raqqa e la zona di Deir al-zar, dove, secondo il rapporto Financing of the terrorist organisation Islamic State in Iraq and the Levant (ISIL), della Financial Action Task Force (FATF), circa una ventina di banche siriane avrebbero le loro agenzie. Per le sue transazioni (destinate in prevalenza ai fondi per il reclutamento dei foreign fighters) Daesh si servirebbe soprattutto di due canali: il primo sarebbe rappresentato dagli Electronic Funds Transfers (EFTs), mentre il secondo utilizzerebbe i Money Value Tranfers Systems (MVTS). Per quanto riguarda la situazione irachena, l’azione di prevenzione e contrasto si sarebbe concentrata sul riposizionamento delle funzionalità operative da Mosul (principale città controllata da Daesh nel nord dell’Iraq) a Baghdad. Secondo la FATF (che nel mese di febbraio dovrebbe tenere un incontro con il Counter-ISIL Finance Group), la cooperazione internazionale nel settore dell’intelligence finanziaria, unitamente all’applicazione di sanzioni mirate, può rappresentare un’arma efficace per diminuire la capacità finanziaria della rete che sostiene le attività terroristiche di Daesh. Il Dipartimento del Tesoro di Washington, ad esempio, ha adottato (il 29 settembre 2015) un pacchetto di sanzioni che colpiscono quindici principali leader e sostenitori finanziari dello Stato Islamico, tra cui uno dei suoi “ministri” per gli affari economici, ovvero Muwaffaq Mustafa Mhuammad al-Karmush. Anche il traffico di stupefacenti costituirebbe una cospicua fonte di finanziamento del Califfato per le operazioni in Siria e Iraq. A tal proposito, l’allarme era stato lanciato nell’ottobre 2014 dall’intelligence spagnola, secondo cui cellule europee dell’ISIS sarebbero attive lungo la rotta degli oppiacei (eroina in particolare) che attraversa Afghanistan e Iraq. La circostanza era stata ribadita dal direttore del servizio federale anti droga russo (Federal Drug Control Service –FDCS), Viktor Ivanov, e confermata (novembre 2015) dall’analista britannico del Royal United Service Institute, Tom Keatinge. Secondo stime di Ivanov, la cifra che Daesh ricaverebbe, annualmente, da questo traffico illecito ammonterebbe a 1 miliardo di Dollari.