Eastmed: tanto entusiasmo e molti dubbi

Le recenti notizie di stampa, secondo le quali Italia, Grecia e Cipro avrebbero siglato con Israele un accordo, da formalizzare entro tre mesi, per la realizzazione del gasdotto Eastmed, ha riportato l’attenzione sul progetto che dovrebbe trasportare in Italia, ed in Europa, il gas proveniente dalle nuove scoperte nel Mediterraneo orientale. Grandi speranze che, però, sembrano non fare i conti con questioni economiche e politiche, anche alla luce delle possibili (e forse più convenienti) soluzioni alternative. Molti, infatti, sembrano essersi dimenticati la lezione della mancata realizzazione del gasdotto Nabucco.

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Il progetto

Il gasdotto Eastmed, che vede la partecipazione paritaria della greca DEPA e dell’italiana Edison, avrà una lunghezza di circa 1.700 km, diventando uno dei gasdotti sottomarini più lunghi e profondi al mondo, e sarà in grado di trasportare, secondo quanto dichiara il consorzio che gestisce il progetto, fino a 15 miliardi di metri cubi all’anno di gas (che realisticamente saranno, molto probabilmente, 10). Con un costo stimato di circa 7 miliardi di dollari, il gasdotto dovrebbe collegare le scoperte del Bacino del Levante con l’Italia, passando attraverso Cipro, Creta e il territorio greco.

Il sostegno dell’Unione Europea

Eastmed ha ottenuto il sostegno dell’Unione Europea, che vede nel progetto uno strumento potenziale per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetica, riducendo, di conseguenza, la propria dipendenza dalle forniture di gas russo. In tale ottica, quindi, Bruxelles fornirà un contributo di 100 milioni di euro per lo studio di fattibilità, dopo aver già erogato in passato circa 2 milioni di euro per i cosiddetti “Pre-FEED Studies”.

Una scarsa convenienza economica

L’entusiasmo intorno alla realizzazione di questo gasdotto si scontra però con considerazioni di natura economica. Molti sono, infatti, i dubbi circa la sostenibilità finanziaria del gasdotto. Perché se da un lato è vero che, a causa del declino della produzione domestica, l’Europa dovrà in futuro aumentare la quantità di gas importato, dall’altro lato non è detto che il vecchio continente attingerà ai giacimenti del Mediterraneo. Tutto dipenderà, alla fine, dai costi che dovranno essere sostenuti, soprattutto in assenza di eventuali sussidi ad hoc. E ad oggi, il prezzo del gas così come i costi di trasporto non risultano essere competitivi con i prezzi del mercato europeo.

Ostacoli politici (e di opportunità) alla sua realizzazione

Ma non sono solo le considerazioni economiche a poterne bloccare la realizzazione. Le tensioni geopolitiche presenti nell’area di certo non aiutano. Significativi, in tal senso, i contrasti politici tra Cipro e Grecia, due Paesi direttamente “toccati” dal gasdotto, con la Turchia spettatore (e guastatore) interessato. A ciò si aggiunga, poi, che di fatto l’unica grande scoperta oggi operativa ed in grado di cambiare lo scenario energetico europeo è il giacimento Zohr, al largo delle coste egiziane. Ma Il Cairo non è interessato allo sviluppo del gasdotto, dal momento che punta all’esportazione del gas attraverso i suoi terminali di liquefazione di Idku e Damietta, peraltro oggi fermi per mancanza di gas.

Gli effetti sull’approvvigionamento energetico

Ma serve davvero il gas trasportato dal gasdotto Eastmed? Una domanda alla quale non è possibile sottrarsi e che, forse, potrebbe mettere definitivamente la parola fine sul progetto. A livello europeo, la quantità di gas trasportata da Eastmed non sarebbe in grado di cambiare gli scenari energetici del vecchio continente. Sui 360 miliardi di metri cubi importati dall’Europa nel 2017, si capisce bene che 15 miliardi di metri cubi sono davvero un’inezia. Diverso, anche se poi di fatto non troppo, il discorso relativo all’Italia (che importa annualmente oltre 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno), dove in effetti si aprirebbero potenzialmente interessanti scenari di diversificazione degli approvvigionamenti, soprattutto se accompagnati dalla realizzazione del gasdotto TAP. Anche qui, però si pone il problema della competitività del costo del gas rispetto a quello dei fornitori tradizionali. Senza dimenticare che il progetto prevede, come terminale del gasdotto, la città di Otranto in Puglia, una regione già scossa dalla costruzione del TAP.

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