Eastern strategy o monopolio cinese? La Belt and Road Initiative vista da Teheran

Ripristinate le sanzioni da parte dell’amministrazione americana di Donald Trump nel 2018, la situazione economica dell’Iran è talmente peggiorata da dover ricorrere alla strategia che, proprio per le pesanti sanzioni, attuò l’amministrazione di Ahmadinejad (2004-2013): la cosiddetta «Eastern strategy».

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La volontà di rinegoziare un nuovo accordo molto più favorevole a Washington, nonché la situazione politica in patria hanno costretto anche Rouhani, attuale presidente della Repubblica islamica, a dover «guardare verso Est», in particolar modo alla Cina. Ma a quale costo?

Il fallimento del JCPOA e l’«Eastern strategy»

All’indomani dell’annuncio del ripristino di tutte le sanzioni nei confronti dell’Iran da parte dell’amministrazione americana di Donald Trump (8 maggio 2018), la situazione economica (e politica) della Repubblica islamica è drasticamente peggiorata. Secondo quanto rileva il Fondo Monetario Internazionale, si era inizialmente stimata una contrazione del 3,6% durante l’anno corrente (secondo il calendario persiano, marzo2019-marzo2020), rivista ulteriormente dall’agenzia di rating al ribasso, arrivando addirittura al -6% (i minimi dal 2012); un crollo del rial del 70% del suo valore rispetto al dollaro, avvenuto nel giro di pochissimi mesi (marzo-settembre 2018), e destinato ad aumentare nel tempo; l’inflazione schizzata al 51,4% ad aprile 2019; infine, un tasso di disoccupazione del 12%, di cui il 28,4% solo tra i giovani.
Le sanzioni, dunque, volute per «neutralizzare l’influenza maligna iraniana», che «continua a perpetuare il ciclo di violenza nella regione», proseguendo «queste attività […] senza sosta anche dopo il nuclear deal del 2015» (come scritto nella National Security Strategy del 2017, redatta dall’attuale amministrazione Trump), non solo rappresentano la volontà di rinegoziare un nuovo accordo che vada tutto a vantaggio americano, ma anche una sconfitta, in patria, della strategia del presidente Hassan RouhaniEsponente della fazione «riformista» e «moderata», Rouhani ha mostrato, durante il suo primo mandato, come un approccio tendente alla mediazione e all’interazione fosse l’unica maniera con cui far uscire il paese da una situazione economica stagnante dovuta alle  pluridecennali sanzioni inflitte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea: quindi, il Join Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano stipulato nel 2015 che prevede – dietro l’impegno di Teheran di eliminare le riserve di uranio a medio arricchimento e ridurre del 98% le riserve di uranio a basso arricchimento – una riduzione delle misure sanzionatorie nei suoi confronti, non solo delineava un primo, freddo scongelamento dei rapporti con l’Occidente (e, in particolar modo, con gli Stati Uniti), ma anche la voglia di una buona parte del paese di superare quell’«economia delle resistenza» tanto cara alla Guida Suprema Ali Khamenei (espressione che ricalca uno zelo rivoluzionario oramai non più presente nella popolazione) che vedrebbe l’Iran sopravvivere e proliferare pur senza gli investimenti e gli aiuti occidentali.
Ma, prima come candidato alle presidenziali, poi come Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, anche a causa delle pressioni di gruppi filo-israeliani e sauditi, ha denunciato l’accordo sul nucleare, dichiarando la reintroduzione delle sanzioni e facendole entrare in vigore in due tranches
il 6 agosto e il 5 novembre 2018. Così tutti gli sforzi per arrivare ad un accordo – sforzi durati anni e che hanno comportato il superamento di pregiudiziali molto forti da ambo le parti – svaniscono nel giro di pochi mesi, costringendo Rouhani ad avvicinarsi agli ultraconservatori principalisti (osulgherayan-e amal-ghera) e ai pasdaran, oltre che a ritornare alla cosiddetta «Eastern strategy».
Attuata come vera e propria alternativa al pensiero orientato alla riconciliazione con l’Occidente, e non solo come necessità in risposta alle sanzioni degli Stati Uniti, la strategia implica un superamento delle problematiche regionali al fine di creare «un sottoinsieme [dalla] strategia globale ambiziosa che dà priorità ai legami con i vari paesi […] che sono in modo evidente anti-America» (come sosteneva nel 2008 l’analista iraniano Kaveh L. Afrasiabi). Mettendo da parte le relazioni con Russia e India, nel prossimo paragrafo verranno trattati i rapporti tra Iran e Cina, alla luce dei finanziamenti cinesi e della Belt and Road Initiative, progetto infrastrutturale per rilanciare il ruolo globale della Repubblica popolare.

La Belt and Road Initiative: tra speranza e paura 

Dal dietrofront americano la Cina si è mostrata quale difensore in prima linea del nuclear deal: non solo per criticare i provvedimenti presi unilateralmente da Trump, ma anche per apparire come attore internazionale responsabile nel mondo multipolare. 
Per il momento, infatti, Teheran considera la Cina il principale interlocutore per il mantenimento dell’accordo: non è un caso che il ministro per gli Esteri iraniano Javad Zarif abbia scelto come prima tappa, per verificare la salvaguardia dell’accordo con gli altri paesi firmatari (subito dopo la fuoriuscita degli Stati Uniti), proprio Pechino. Inoltre, lo stesso presidente della Repubblica popolare, Xi Jinping, è stato il primo capo di Stato straniero a recarsi nel paese mediorientale subito dopo la rimozione ufficiale delle sanzioni, nel gennaio 2016: nello stesso giorno i due paesi hanno siglato 17 accordi e annunciato un piano venticinquennale che prevede l’incremento dell’interscambio bilaterale fino a 600 miliardi di dollari (entro il 2026). Il dato risulta particolarmente significativo se confrontato con l’andamento delle relazioni commerciali degli ultimi anni: un volume di commercio che è passato dai 440 milioni nel 1996 ai 50 miliardi di dollari nel 2013; in altre parole, un aumento centuplo in poco più di un decennio. D’altronde, Teheran si considera un «anello vitale» per la Belt and Road Initiative (BRI), ruolo che permetterà al paese di ritornare al centro delle dinamiche economiche internazionali – dopo che, per 40 anni, ha vissuto ai margini del mercato globale (infatti, nel 2017 la quota iraniana nel commercio mondiale rappresenta solo lo 0,35%, come affermato dal capo della Camera di commercio, Gholam-Hossein Shafei) – e, conseguentemente, di aumentare la propria libertà di azione economica e politica nella sua sfera d’influenza (triangolo sciita, Iraq, Siria) fondamentale alla stessa Cina, al fine di lambire le acque del Mediterraneo. 
Pertanto, nel 2015, la China Railway Engineering Corporation ha cominciato la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collega Teheran e Isfahan, passando per Qom, vedendo partecipe anche Ferrovie dello Stato italiane (costrette ad abbandonare il progetto a causa delle sanzioni secondarie di Trump); nel luglio 2017, l’Export-Import Bank of China ha esteso a 1,5 miliardi di dollari il prestito al paese per elettrificare la rete ferroviaria Teheran-Mashad, lunga 900 km; nel gennaio 2018, la China Civil Engineering Construction Corporation ha firmato un contratto con il governo iraniano da 511 milioni di dollari per la linea ferroviaria lunga 263 km che colleghi Kermanshah a Khosravi; nel marzo dello stesso anno, i due paesi hanno stipulato un accordo da 700 milioni di dollari per una futura costruzione di una linea lunga 400 km che connetta il porto di Bushehr alla restante rete ferroviaria del paese via Shiraz.
Dunque, al primo sguardo, la BRI può essere considerata un’opportunità strategica per ricostruire l’economia di un paese che spera di affrancarsi da decenni di sanzioni e di ritornare ad essere un attore fondamentale nella regione mediorientale. Ma i cospicui finanziamenti provenienti dalla Cina rappresentano, per l’opinione pubblica iraniana, una speranza e una paura, tanto che si possono distinguere due orientamentiuno «opportunity-centered», l’altro «threat-centered»Del resto, l’Iran già nel settore petrolifero ed energetico è un completo dipendente dalle esportazioni verso Pechino; perciò il «monopolio» dei finanziamenti cinese rischia che le risorse del paese vengano sfruttate solo da un partner che, non avendo a che fare con altri competitor (occidentali, soprattutto), possa avere un ruolo egemonico nella loro gestione, risultando contraddittorio con il principio della «prevenzione dall’ingerenza straniera» che costituisce uno dei pilastri della Rivoluzione khomeinista del 1979. 

Conclusioni 

L’adesione iraniana alla Belt and Road Initiative (BRI) rappresenta il tentativo di superare l’isolamento internazionale dettato dall’Occidente. Bensì risulti positiva per i possibili iniziali benefici economici, l’adesione al progetto infrastrutturale cinese, nel lungo periodo, si potrebbe dimostrare una misura controproducente per la Repubblica islamica, che, a fronte di un rapporto impari, rischia di essere schiacciata nelle sue ambizioni geostrategiche – sia sullo scenario mediorientale che internazionale – dall’espansione politico-economica globale della Cina.