Eastern Partnership: quale futuro per i rapporti tra Ue e Caucaso?

In data 8 ottobre 2014, nel meraviglioso scenario della Residenza di Ripetta si è tenuta la conferenza dal titolo “EU and the South Caucasus: what next for the Eastern Partnership?”, l’evento organizzato dall’Istituto Affari Internazionali è parte di un progetto iniziato nel 2011 che prevede la periodica organizzazione di conferenze, workshops e tavole rotonde di approfondimento, divulgazione e discussione riguardanti l’area sud caucasica. Il dibattito è stato impreziosito inoltre dalla presenza del personale diplomatico dell’ambasciata dell’Azerbaijan in Italia, compreso l’ambasciatore Vaqif Sadiqov oltre a personalità eminenti del mondo del diritto internazionale come Natalino Ronzitti.

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Con il programma delle Eastern Partnership, puntando ad un graduale avvicinamento di Moldavia, Bielorussia, Ucraina, Georgia, Armenia ed Azerbaijan all’area dell’Unione Europea, dal 2008 si è lavorato per ottenere una base comune di valori tramite riforme mirate e ad una maggior facilità di circolazione per persone e merci tra i sopracitati paesi e quelli appartenenti al blocco europeo. Il processo ha avuto velocità diverse, rispecchianti i diversi orientamenti dei Paesi oggetto del partenariato, oltre alle loro differenti situazioni interne. La crisi Ucraina ha drammaticamente intaccato questo processo, in particolar modo per quello che riguarda il ruolo giocato dalla Russia, che al programma di partenariato orientale ha opposto sin dai primi anni di esistenza dello stesso un suo programma di “Customs Union” per non perdere influenza in Stati considerati strategicamente fondamentali dal governo di Mosca.

Attualmente la situazione nel sud del Caucaso rispecchia pienamente il concetto espresso pocanzi delle differenti velocità di integrazione, ognuno dei tre paesi dell’area attua in maniera differente il programma, ponendo interessanti spunti di riflessione. In primo luogo l’Armenia ha sorpreso la comunità internazionale tutta compiendo una brusca inversione di rotta, dopo aver lavorato per anni ad un accordo di associazione con l’Unione Europea si trova ora ad un passo dalla firma dell’accordo che la legherà alla Customers Union guidata dalla Russia. Passando alla Georgia, il governo di Tbilisi è invece tra quelli dell’area sud caucasica il più vicino alle politiche europee e per primo e con maggior forza ha messo in pratica le riforme necessarie a conformarsi agli standard richiesti dal progetto di partenariato, inoltre nell’estate del 2014 ha firmato l’Association Agreement, coltivando il sogno di difficile realizzazione di diventare parte dell’Unione stessa. In una posizione intermedia troviamo l’Azerbaijan, il quale da sempre ha guardato in maniera positiva all’Europa ed alle sue politiche, ma contemporaneamente è riuscito a mantenere rapporti proficui con la Russia. In questo momento non vi è nell’agenda di Baku l’urgenza di firmare alcun tipo di accordo di associazione ad Est o ad Ovest e si continua a portare avanti una oculata politica di riforme per la semplificazione degli apparati burocratici e per la lotta alla corruzione. Ciò che oggi sta influenzando in maniera determinante il processo di avvicinamento ed integrazione di questi paesi con maggior forza è la presenza nell’area di tre conflitti “congelati”, quelli riguardanti l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, e quello riguardante la regione azera del Nagorno-Karabakh. Questi conflitti si protraggono da molti anni e creano una situazione di tensione costante e forte instabilità. Uno degli obbiettivi che l’Unione Europea si era posta con il programma di partenariato era proprio quello di creare una zona stabile e sicura in un’area geopoliticamente di grande importanza strategica data la vicinanza con potenze storicamente non affini alle politiche europee quali Russia ed Iran. L’Europa si è però mantenuta sempre molto defilata sulla tematica dei conflitti, fornendo scarso supporto al processo di mediazione e negoziazione. Oggi questo tipo di strategia sembra iniziare a mostrare le sue debolezze, ingenerando dubbi sul perché si continuino ad ignorare questi conflitti che quotidianamente affliggono Stati con i quali si presuppone vi sia un vincolo di amicizia e collaborazione.

La riflessione quasi provocatoria con cui si è chiusa la conferenza riguarda la sostenibilità di una prosecuzione di questo tipo di politica e l’ipotetico scenario di una chiusura del programma in favore di una sua nuova versione, plasmata secondo quelle che sono le nuove esigenze venutesi a creare e che consideri in maniera più approfondita le diverse politiche interne degli Stati partner. Questi incontri di alto livello fungono da importante forum di riflessione e confronto. Attraverso un approccio positivo alle problematiche trattate, come quello visto in questa sede, forniscono inoltre la base migliore per un processo di crescita della consapevolezza collettiva riguardo queste tematiche, oggi più che mai cruciali per il futuro delle politiche europee e mondiali.