Eastern Partnership: il ritorno del soft power europeo

In occasione del Summit di Praga del 7 maggio scorso l’Unione Europea ha inaugurato la Eastern Partnership, un nuovo partenariato intrapreso con sei Repubbliche ex sovietiche dell’Europa Orientale e Caucasica: Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. Questa iniziativa, nata sotto la spinta di Polonia e Svezia, si inserisce nel quadro delle politiche di buon vicinato portate avanti dall’UE e vuole essere il complemento nord-orientale dell’Unione per il Mediterraneo, quest’ultima deputata al rilancio dei rapporti tra l’UE e gli Stati della riva meridionale del Mare Nostrum. La Eastern Partnership, che segna il ritorno del soft power di marca UE, dovrà confrontarsi con l’hard power russo ma anche con l’ostilità di alcuni Paesi membri.

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La Eastern Partnership o “Partenariato Orientale” è stata presentata formalmente a Bruxelles dal Ministro degli Esteri polacco nel maggio 2008, appoggiato pienamente dalla diplomazia svedese. Ad un anno di distanza, con l’invito dei sei Paesi membri da parte della Presidenza ceca al summit di Praga, il progetto viene a concretizzarsi. Si tratta di un foro multilaterale, controllato direttamente dalla Commissione Europea, volto principalmente alla discussione di nuovi accordi di partenariato strategico, ricomprendenti la firma di trattati di libero scambio e la possibilità per i cittadini dei sei Paesi soci di entrata nell’UE senza l’obbligo del visto d’ingresso. Inoltre, nella dichiarazione congiunta firmata a Praga si legge che “l’Eastern Partnership cercherà di supportare le riforme politiche e socio-economiche dei Paesi soci, facilitandone l’avvicinamento all’Unione Europea”.

Per l’Unione Europea la regione assume una importanza strategica, sia sotto il profilo politico che economico: un potenziale mercato di circa 76 milioni di persone ed una regione nevralgica per quanto concerne il fabbisogno energetico comunitario. L’iniziativa può essere letta senz’altro come il tentativo polacco di elevare il proprio ruolo nello scacchiere europeo, ma vuole anche essere un segnale di risposta alle politiche revanchiste praticate da Mosca verso il suo “estero vicino”. Con l’istituzione della Eastern Partneship la Polonia rende partecipe tutta l’Unione delle sue preoccupazioni e del suo desiderio di rafforzare la collaborazione con la regione orientale.

In altri termini, Varsavia intende avvalersi, per il nuovo partenariato, dell’uso efficace del soft power, cioè a dire la capacità di ottenere i risultati che si vogliono con la forza dell’attrazione, senza agire sugli incentivi materiali offerti: privilegiare la cooptazione alla costrizione (Nye). L’Unione Europea è il modello di soft power vincente per antonomasia. Dai sei Paesi fondatori, firmatari dei Trattati di Roma nel 1957, all’ingresso di Bulgaria e Romania avvenuto nel 2007, la Comunità Economica Europea prima e l’Unione Europea dopo sono l’esempio del valore della cooptazione. Il nuovo partenariato, tramite il potere di attrazione della “casa comune”, vuole proporsi di avvicinare ulteriormente l’Unione Europea sia alle tre Repubbliche slave che alle tre Repubbliche caucasiche.Ma sarà una iniziativa vincente? Ciò dipenderà in primo luogo dal tenore delle relazioni con la Russia. Il Cremlino ha criticato aspramente il progetto, definendolo una chiara manovra di espansione della sfera di influenza comunitaria a ridosso dei confini russi. Vero, la Eastern Partnership prevede un certo grado di coinvolgimento della Russia nelle attività dell’organizzazione, ad esempio qualora si svolgano iniziative che interessino la provincia russa di Kaliningrad. Tuttavia, se Mosca riterrà il progetto lesivo dei propri interessi nazionali non esiterà ad alzare la voce, potendo ricorrere a due efficaci strumenti di dissuasione: la leva energetica e quella militare.

In secondo luogo, la Eastern Partnership deve scontare le critiche e le ostilità di alcuni Stati membri. Diversi sono i Paesi che hanno espresso riserve riguardo l’inclusione nel partenariato della Bielorussia di Lukashenko, accusato di preservare un regime de facto dittatoriale. Francia e Germania paventano il rischio di una accelerazione forzata del processo di integrazione, riferendosi soprattutto all’Ucraina. Bulgaria e Romania invece temono che l’iniziativa possa togliere peso ed importanza al Black Sea Forum for Dialogue and Partnership e all’Organizzazione della Cooperazione Economica del Mar Nero, progetti nei quali i due Paesi balcanici tengono il timone. 

Infine, il nuovo partenariato dispone di poche risorse economiche iniziali e non sarà dotato di un segretariato, quindi di una struttura autonoma e permanente (a differenza dell’Unione per il Mediterraneo); non andrà ad assumere perciò i caratteri di una organizzazione formale, bensì di piattaforma di dialogo multilaterale. Secondo alcuni esperti, ciò ne limiterà grandemente la capacità nonché il raggio d’azione.

La Eastern Partnership, per ora, assume un alto valore simbolico più che pratico. Cercare di allargare la cintura di sicurezza attorno all’UE tramite un partenariato solido ed efficace, portando il benessere oltre i confini comunitari, è certamente un proposito lodevole. Staremo a vedere nei prossimi mesi, quando il progetto comincerà a prendere sostanza, se si tratterà di un vero complemento alle politiche di buon vicinato, in grado di ottenere gli stessi risultati raggiunti 15 anni fa con i Paesi baltici e dell’Europa Centrale, o se si tratterà invece di un progetto destinato a risultati modesti quale è stato il Partenariato Euromediterraneo (il “Processo di Barcellona”). Conterà la reazione di Mosca, così come sarà decisivo un uso efficace del miglior soft power europeo. In questo senso, la risposta dell’Unione Europea alla crisi economica per i Paesi membri dell’Europa Orientale, giudicata da molti esperti tardiva e non del tutto efficace, non è certamente il miglior biglietto da visita. Ma il fattore forse più importante per la riuscita del progetto è la volontà di integrazione nell’architettura comunitaria che sapranno mostrare, alla prova dei fatti, le sei Repubbliche ex sovietiche.