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La questione EACOP come occasione di riflessione sulla governance “verde” globale

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Nel 2006 l’ufficialità dell’esistenza di ricchi giacimenti petroliferi nei pressi del lago Albert in Uganda spinse il paese africano a riprogrammare la propria idea di sviluppo e crescita economica. Dopo una lunga e complicata fase di preparazione, l’avvio del progetto EACOP (East African Crude Oil Pipeline) – proposta di TotalEnergies – sembra finalmente dare la possibilità al petrolio ugandese di affacciarsi al mondo. Osteggiato da una forte resistenza ambientalista della società civile locale, recentemente avallata da una presa di posizione del Parlamento Europeo (PE), il dibattito sull’EACOP offre un ulteriore sguardo sulla complessità della governance globale dei settori energetico e climatico, rivelando fragilità e tensioni al suo interno.

Una panoramica sull’EACOP

L’EACOP, acronimo di East African Crude Oil Pipeline, è un progetto avente come obiettivo la costruzione dell’omonimo oleodotto che consentirà il trasporto del petrolio estratto dai giacimenti ugandesi dell’area del lago Albert sino al porto di Tanga in Tanzania. La realizzazione di questa ambiziosa infrastruttura – avallata da un accordo bilaterale tra Uganda e Tanzania nel 2021 – è affidata ad un consorzio multinazionale composto dal colosso francese Total Energies (Total), l’Uganda National Oil Company (UNOC), la Tanzania Petroleum Development Corporation (TPDC) e, in misura minore, dalla China National Offshore Oil Corporation (CNOOC).

Fonte: https://bit.ly/3EYYcko

L’oleodotto riveste un’importanza strategica fondamentale per la politica economica dell’Uganda, in quanto ne rappresenta la possibilità concreta di raggiungere l’agognato status di paese esportatore, ritenuto dal governo uno step necessario per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del paese africano. Dal punto di vista tecnico, l’EACOP è una struttura midstream (ovvero finalizzata al trasporto) sotterranea che funge da punto di connessione e snodo rispetto ai due importanti impianti di upstream (ricerca ed estrazione) Tilenga e Kingfisher. Inoltre, la particolare consistenza del petrolio ugandese rende necessario garantire all’oleodotto una temperatura costante (sopra i 50° C); tale riscaldamento è assicurato da un sistema di electrical trace heating (tracciamento con cavi elettroscaldanti).

Lunghezza1443 Km
Costo (stima)3,5 mld $
Inizio lavori 01/02/2022
Fine lavori (prevista)2025
Capacità246,000 barili/giorno
ShareholdersTotal (62%)
UNOC (15%)
TPDC (15%)
CNOOC (08%)
Fonte: https://bit.ly/3EYYcko

Il fronte dell’opposizione

Nonostante i diversi studi sulla sostenibilità del progetto forniti dai suoi promotori, non sorprende che EACOP abbia trovato una forte resistenza, mossa soprattutto da preoccupazioni legate ai suoi impatti ambientali. Coinvolgendo numerose ONG regionali ed internazionali, il movimento di opposizione ha trovato unità nell’insegna dell’iniziativa #StopEACOP e ha rigettato le valutazioni elaborate dagli shareholders del progetto, mettendone in evidenza esternalità negative omesse o non considerate. Oltre alle inevitabili minacce climatiche ed ambientali, facenti riferimento alla distruzione di habitat naturali, ai pericoli di contaminazione di alcune aree idriche e forestali, nonché all’attenzione posta sulle conseguenze dirette sulle condizioni di vita di molte comunità locali, gli oppositori dell’EACOP denunciano un contesto di ripetute e sistematiche violazioni di diritti umani e civili, segnalate dalle numerose restrizioni e minacce perpetrate contro attivisti ecologici, giornalisti e talvolta anche diplomatici. Il giovane politico ugandese Bobi Wine, ormai consolidato avversario del presidente Yoweri Museveni, contrasta apertamente l’EACOP in quanto ritiene che in Uganda non ci siano le garanzie democratiche necessarie affinché i benefici economici derivati dallo sfruttamento delle risorse siano efficacemente ed equamente distribuiti agli ugandesi.

La questione dell’EACOP ha ricevuto una limitata attenzione da parte dell’opinione pubblica europea. Tuttavia, lo scorso settembre la vicenda ha acquisito una maggiore notorietà in seguito alla presa di posizione del Parlamento Europeo (PE). Nella relativa risoluzione – di fatto un potente endorsment al movimento #StopEACOP – infatti, il PE ha espresso forte preoccupazione per le violazioni dei diritti umani, ha invocato l’impegno degli attori coinvolti al rispetto delle iniziative climatiche adottate nella governance globale, come l’Accordo di Parigi, la Strategia Africa-UE e, più recentemente, la risoluzione dell’Assemblea Generale ONU che riconosce come diritto umano universale l’accesso ad un ambiento pulito e salutare (A/RES/76/300). Inoltre, ha espressamente richiesto a Total di interrompere le operazioni di costruzione per almeno un anno, a fronte di nuove valutazioni sugli impatti del progetto.

La risposta degli interessati non si è fatta attendere: come prevedibile, il presidente ugandese Museveni ha fortemente criticato la risoluzione, respingendo le accuse e condannando aspramente la presa di posizione del PE, vista come un tentativo di intromissione negli affari interni e di sviluppo del paese. Total, investita da un forte imbarazzo, ha risposto con fermezza inviando una lettera alla Presidentessa del PE; in essa, la compagnia francese taccia la risoluzione di infondatezza e ripetute inesattezze, ma soprattutto esprime condanna per il comportamento del PE, ritenuto troppo superficiale e scorretto nel non aver cercato un confronto precedente alla delibera della risoluzione.

Considerazioni

L’azione esterna dell’UE

La questione EACOP offre una nuova occasione di riflessione sul ruolo dell’UE come attore globale e sulla sua proiezione internazionale. Nonostante la risoluzione del PE non abbia alcun potere vincolante, è sicuramente riuscita nell’intento di esprimere un parziale indirizzo di politica estera e, nei fatti, a mettere in dubbio la fattibilità del progetto stesso, soprattutto a causa della perdita di interesse da parte di potenziali investitori (Kreeft, 2022).  Ma attenzione ad interpretare la risoluzione del PE come una netta presa di posizione della diplomazia europea, anzi.

Se è vero che la risoluzione dà sicuramente un indirizzo indicativo del “sentimento” europeo sulla questione, è altrettanto vero che in mancanza di un impegno coeso da parte dell’UE al completo delle sue istituzioni la stessa potrebbe divenire un sintomo d’inconsistenza, nonché di contraddizione sia interna che verso l’esterno; specialmente considerando che esiste una tendenza alla divergenza tra istituzioni sovranazionali e Consiglio su certi affari internazionali. Il pericolo per l’UE di cadere nell’accusa di double-standards o diktat neocolonialisti, soprattutto da parte di Uganda e Cina, non appare così improbabile.

Se nei prossimi mesi EACOP dovesse continuare i lavori normalmente, come dovrebbe agire l’UE? Dovrebbe procedere a punire i promotori con sanzioni? L’ipotesi sembra poco verosimile al momento, ed è impossibile se è solamente il PE ad assumere posizione in tal senso. Uno sviluppo interessante da questo punto di vista potrebbe portarlo l’entrata in vigore della direttiva europea “Corporate sustainability due diligence” promossa dalla Commissione, una misura che potrebbe effettivamente creare le condizioni per impedire legalmente a Total il proseguimento dell’EACOP.

La governance “verde” globale: uno scontro di diritti?

L’altro aspetto sul quale vale la pena fare attenzione riguarda il processo di crescente centralità delle questioni climatico-ambientali nel dibattito pubblico globale, con un allineamento a tali valori che coinvolge ormai molteplici attori ed arene nazionali, internazionali, politiche, economiche e sociali. Anche se a conti fatti si può considerare un importante step nel raggiungimento di una coscienza ambientale generale, il dibattito sull’EACOP offre occasione di riflettere sulla governance energetico-ambientale globale. Molte grandi compagnie del settore oil & gas, tra le quali Total ne è un esempio lampante, stanno diventando sempre più sensibili rispetto alle questioni ambientali, sia mediante l’adozione retoriche discorsive adeguate, ma soprattutto per l’intraprendenza ad investire nell’economia verde (specialmente in rinnovabili). Oppure si pensi all’Uganda stessa, che aderisce agli Accordi di Parigi e ha votato in favore della risoluzione ONU precedentemente menzionata. 

Un problema sembra sorgere nell’istante in cui tutti gli attori rivendicano il proprio allineamento alla sostenibilità, alla tutela del clima e all’ambiente: di fronte a controversie, come si arriva a stabilire quale posizione è effettivamente legittima? Nel caso di EACOP, entrambi gli schieramenti sono in possesso di valutazioni apparentemente conformi ai principali criteri ambientali generalmente condivisi a livello internazionale. Non si fraintenda: è ovvio che la posizione dei promotori è inevitabilmente compromessa dal perseguimento di un interesse, ma non elimina i dubbi sul come e per mano di chi dovrebbe essere stabilita legittimità. Questo si collega inevitabilmente alle tensioni che la governance “verde” crea nello spazio di rivendicazione dei diritti, sia nell’ambito delle relazioni internazionali che dei sistemi economici: davanti alla risoluzione del PE, l’Uganda può ragionevolmente rivendicare il proprio “diritto allo sviluppo” e, al tempo stesso, si scontra apertamente con il diritto all’iniziativa economica privata dei modelli di mercato.

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