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È nell’interesse di Israele fermarsi sulla «linea rossa» della Risoluzione 2728

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La Risoluzione Onu per il cessate il fuoco segna la «linea rossa» per la guerra di Netanyahu, ormai giunta alle derive della reazione sproporzionata, contraria al diritto internazionale. La strategia degli Usa punta a riavvicinare il Mondo Arabo e a riprendere il percorso degli Accordi di Abramo, disinnescando così le minacce dell’Iran e di un nuovo jihadismo globale. Se il popolo di Israele fermerà Netanyahu, si eviterà la trappola che Hamas gli ha posto nell’esporlo all’isolamento internazionale e all’escalation del conflitto. 

Una Risoluzione che può fermare l’escalation del conflitto

L’uccisione in un raid nella Striscia di Gaza dei 7 operatori umanitari di World Central Kitchen, il bombardamento all’ospedale di Al-Shifa dove sono state sventrate le camere operatorie, come anche l’attacco al consolato iraniano di Damasco hanno ormai evidenziato come la cieca ostinazione di Netanyahu non prenda in alcuna considerazione le gravi conseguenze che potrebbe subire a breve lo stesso popolo israeliano: l’uccisione degli ostaggi da parte di Hamas, l’escalation del conflitto regionale e il definitivo isolamento sul piano internazionale di Israele. Benny Gantz, ex capo di stato maggiore e attuale ministro del Gabinetto di guerra ha posto un limite alla solidarietà al governo Netanyahu invocando il voto anticipato a settembre: il suo partito centrista Unità nazionale è in predicato di diventare il primo come seggi nella prossima Knesset. Ma probabilmente già prima di settembre sarà necessario che Israele compia scelte decisive per evitare il peggio. Sugli scenari del conflitto è intervenuta la Risoluzione S/RES/2728(2024) adottata il 25 marzo scorso dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la sola astensione degli Stati Uniti. È stato il primo segnale forte del superamento della «linea rossa» di Israele sulle azioni belliche intraprese a Gaza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. La Risoluzione è stata presentata dal Mozambico ed ha ricevuto i voti favorevoli di Algeria, Cina, Ecuador, Francia, Giappone, Gran Bretagna, Guyana, Malta, Russia, Sierra Leone, Slovenia, Sud Corea e Svizzera. Gli Stati Uniti si sono astenuti spiegando di non essersi uniti al parere favorevole perché nel testo manca un’esplicita condanna di Hamas per gli attacchi del 7 ottobre. Sulla chiara presa di distanza dall’attuale linea del governo Netanyahu, gli Usa hanno cercato di attenuarne gli effetti provando a far passare la linea che non si trattasse di una Risoluzione vincolante: la portavoce statunitense al Consiglio di Sicurezza Linda Thomas-Greenfield ha dichiarato che gli Stati Uniti sostengono «pienamente alcuni degli obiettivi importanti di questa risoluzione non vincolante». Sul tema si è espresso anche il rappresentante della Corea del Sud, secondo cui la risoluzione non richiama espressamente il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite – quello che demanda al Consiglio il potere sanzionatorio e coercitivo per l’imposizione della pace – e non utilizza il verbo «decidere». É vero che nella formulazione adottata dalla Risoluzione per il cessate il fuoco non si usa il verbo “decidere” (decide in inglese) che di norma è quello usato dal Consiglio per rimarcare la valenza assertiva, mentre adopera il verbo “esigere, richiedere” (demands), il che tuttavia non significa che un inadempimento rimanga privo di conseguenze e non esponga uno Stato a responsabilità da illecito internazionale, specie se concerne l’uso della forza non avallato dalle Nazioni Unite. Peraltro anche il verbo demands si pone in un grado di maggiore incisività rispetto ad allocuzioni usate in altre occasioni, quali urges, sollecita, oppure come calls upon, esorta. Inoltre occorre precisare che la Risoluzione non può senz’altro inquadrarsi tra le misure del Capitolo VI della Carta che solo così non avrebbero carattere vincolante in senso proprio ma assumerebbero il valore di “raccomandazioni” (De Guttry, Pagani, Le Nazioni Unite, 2005). Nel caso specifico nel testo della Risoluzione infatti non si fa cenno ad una modalità di definizione di una controversia prevista dal Capitolo VI né si adopera il termine “raccomanda”, ma piuttosto si dà una chiara indicazione ad Israele per il cessare il fuoco e garantire l’assistenza umanitaria alla popolazione. D’altro canto anche le interpretazioni più recenti si soffermano sul valore in generale vincolante delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza nei termini del Capitolo V articolo 25 della Carta: «I membri delle Nazioni Unite convengono di accettare e di eseguire le decisioni del Consiglio di Sicurezza in conformità alle disposizioni della presente Carta». In sostanza anche per le mere “raccomandazioni” potrebbe dunque sussistere un obbligo generale di adoperarsi per ottemperare a decisioni assunte dalla comunità internazionale. Nel dibattito dei giuristi la soluzione dirimente è data in ogni caso da una pronuncia della Corte internazionale di giustizia: nel parere consultivo n. 53 del 21 giugno 1971 (Conseguenze giuridiche per gli Stati della continua presenza del Sudafrica in Namibia (Africa del Sud Ovest) nonostante la Risoluzione del Consiglio 276/1970) si è affermato che il mancato richiamo al Capitolo VII non muta la natura delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che è vincolante in forza dell’articolo 25 della Carta delle Nazioni Unite (che non fa parte del Capitolo VII). Occorre altresì sottolineare che la Risoluzione 2728 reca anche l’indicazione in chiusura l’espressione formale secondo cui il Consiglio «decide di rimanere attivamente interessato alla questione», una prassi adottata per ribadire che lo stesso Consiglio prevede comunque di esprimersi ulteriormente sulla questione trattata, e verificarne l’attuazione.

Un cessate il fuoco «immediato, duraturo e sostenibile»

Fatta questa premessa, è però noto che se storicamente fosse stata data concreta esecutività alle varie Risoluzioni anche del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che hanno riguardato Israele, non si sarebbe arrivati alla tragedia di un conflitto che da almeno settanta anni continua a seminare sangue e distruzioni rimanendo senza soluzioni. Sono numerose le Risoluzioni che dal 1967 richiedono al governo israeliano di ritirare dai territori palestinesi gli insediamenti illegali dei coloni, mentre Israele ha continuato a consentirne l’estensione in Cisgiordania. Emblematica è l’inosservanza dell’ultima Risoluzione S/RES/2334 (2016), pure adottata con l’astensione degli Stati Uniti, la quale «riafferma che la creazione da parte di Israele di insediamenti nei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha alcuna validità legale» e «ribadisce la richiesta che Israele cessi immediatamente e completamente tutte le attività di insediamento nei territori palestinesi occupati». Il problema della Risoluzione 2728 sarà dunque ancora di come assicurare l’effettività delle misure che in essa sono previste. Si tratta fondamentalmente di quattro condizioni: 1) il cessate il fuoco «immediato per il mese del Ramadan», che porti anche a «un cessate il fuoco duraturo e sostenibile»; 2) il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi; 3) l’accesso umanitario; 4) il rispetto delle parti degli obblighi di diritto internazionale per le persone detenute (il riferimento non è solo per gli ostaggi di Hamas, ma anche per i palestinesi reclusi nelle prigioni israeliane). La disposizione sul cessate il fuoco chiama in causa direttamente il premier israeliano Benjamin Netanyahu per l’ostinata scelta – non condivisa dai membri moderati del suo stesso gabinetto di crisi – di non fermare la guerra e di sferrare ora l’attacco decisivo a Rafah, la città più meridionale della Striscia. L’obiettivo dichiarato è quello di «completare l’eliminazione di Hamas», ma la stessa hasbara israeliana lascia presupporre qualcosa di più sconvolgente per 1,4 milioni di palestinesi presenti nell’area: questi prefigurano una nuova Nakba (in arabo catastrofe), l’esodo forzato cui furono costretti 700.000 arabi palestinesi nella guerra arabo-israeliana del 1948 dopo la nascita dello Stato di Israele. Il Centro regionale di informazione delle Nazioni Unite a commento dell’adozione della Risoluzione riporta un inesorabile confronto: da un lato c’è l’ attacco disumano dei tagliagole di Hamas che hanno provocato il massacro di 1.200 morti (accompagnato da indicibili violenze su donne e bambini) e catturato 240 ostaggi; dall’altro ci sono i bombardamenti di Israele che nel mirare ai terroristi confusi tra la popolazione civile hanno inevitabilmente causato la morte di 32.000 palestinesi (secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità locale, contestati dagli israeliani).

La «linea rossa» per Netanyahu

Sul punto vale ricordare le posizioni iniziali dell’Occidente che hanno sostenuto Israele considerata l’estrema efferatezza dell’attacco del 7 ottobre e la cattura di ostaggi civili da parte dei terroristi di Hamas. Questi certamente hanno anche la responsabilità di nascondersi negli edifici e tra la stessa popolazione civile, condizione che non consente a Israele di compiere azioni mirate: in base ai principi delle Convenzioni di Ginevra anche ai “guerriglieri” è imposto l’obbligo di distinguersi dalla popolazione civile e di non utilizzare edifici civili a scopi militari. Per gli israeliani invece le responsabilità davanti alla Corte penale internazionale – come rilevato dallo stesso Procuratore della Corte Karim Khan in uno statement – potrebbero riguardare l’eccesso nell’uso della forza bellica e l’esodo forzato della popolazione civile. Peraltro vale richiamare che su iniziativa promossa dal Sudafrica è già intervenuta la Corte internazionale di giustizia con un ordine provvisorio che ha imposto specifici criteri di limitazione delle azioni belliche di Israele in base agli obblighi previsti dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948: è tuttavia il caso di precisare che non si tratta di una pronuncia definitiva, ma di una misura provvisoria che vincola ad assicurare le finalità preventive del “crimine dei crimini” previste dalla Convenzione. Non può omettersi in proposito che la strumentalizzazione di molti media internazionali che hanno fatto passare l’idea di una condanna anticipata per Israele ha alimentato un ulteriore arroccamento a difesa di una Nazione aggredita dai terroristi, la cui identità è fortemente associata al dramma dell’Olocausto.

In ogni caso la reazione di Israele ha assunto una dimensione tale di violenza che ha indotto non solo il mondo arabo ma gli stessi paesi amici occidentali – sollecitati da numerose proteste, specie nelle università – a riconsiderare l’appoggio iniziale. Biden è stato netto nei confronti di Netanyahu nel ribadire la  necessità di evitare un precipizio nell’isolamento internazionale, e di fronte all’ennesima ritrosia del premier israeliano non ha esitato a porre un punto fermo con l’adozione della Risoluzione per il cessate il fuoco. I motivi della decisione di Biden sono stati ricondotti alle esigenze di credibilità sul fronte interno in vista delle elezioni di novembre: il presidente che si ricandida vorrebbe giungere all’appuntamento scongiurando una sovraesposizione del suo mandato in una serie di crisi internazionali rimaste irrisolte e destinate ad inasprirsi. La valutazione degli analisti è comunque anche per una scelta strategica di più ampio respiro degli Stati Uniti. L’obiettivo di far cessare gli attacchi di Israele è mirato a superare la nuova presa di distanza del mondo arabo che si era riavvicinato ad Israele e all’Occidente con gli Accordi di Abramo del 2020, una fase che si presentava estremamente positiva per l’ordine internazionale. Inoltre gli Usa si propongono di disinnescare la minaccia che sembra annunciarsi da più parti – l’attacco in Russia dell’Isis-K lo dimostra – di un rilancio del movimento jihadista globale, come anche della stessa narrativa dell’Iran che ha riarmato la violenza degli alleati del c.d. “asse della resistenza”, gli Hezbollah libanesi, le milizie sciite irachene e siriane, gli Houthi yemeniti, oltre che la stessa Hamas. Di fronte a tutto questo Netanyahu non sembra rendersi conto delle conseguenze, e piuttosto sembra fermo sulle sue decisioni.

Trasformare la guerra in operazione di polizia

Dopo la decisione americana sulla Risoluzione  Netanyahu ha inizialmente  bloccato la delegazione israeliana che a Washington avrebbe dovuto discutere un piano alternativo di attacco della città di Rafah. L’iniziativa sembra essere stata poi ripresa: è questo il percorso da compiere perché con la pressione americana l’ operazione di guerra si trasformi in una operazione di intelligence e di polizia antiterrorismo, orientata a obiettivi mirati, preservando la sicurezza della popolazione civile. Il premier israeliano in ogni caso sarà chiamato a rispondere sul fronte interno dove la componente moderata di Benny Gantz potrebbe trovare proprio sulla base della Risoluzione delle Nazioni Unite 2728 maggior forza nel rilanciare – con un coinvolgimento anche della Corte suprema oltre che dell’opinione pubblica – un richiamo alla legalità internazionale e ridefinire le linee strategiche dell’azione militare su Gaza. Lo scenario su cui ci si interroga vede comunque una situazione molto difficile per Netanyahu che si vede delegittimato  e potrebbe rinchiudersi in un ulteriore isolamento sfruttando il risentimento dell’ultradestra ortodossa peraltro esacerbata anche dalle proposte in atto di privarla dal privilegio dell’esenzione del servizio militare. Natanyhau  potrebbe anche essere portato a insistere sull’attacco di Rafah, come purtroppo sembrano indicare i nuovi bombardamenti lanciati subito dopo l’approvazione della Risoluzione, e non preoccuparsi dell’escalation regionale del conflitto, anche perché una ‘guerra esistenziale’ lo porrebbe al riparo da qualsiasi resa dei conti di fronte alla Knesset e alla giustizia israeliana. Su queste prospettive potrebbero incidere anche gli inasprimenti del rapporto con gli Stati Uniti che – dopo aver già introdotto misure sanzionatorie nei confronti dei coloni israeliani responsabili della politica degli insediamenti arbitrari nei territori palestinesi – ora potrebbero anche sospendere gli aiuti militari sinora concessi ad Israele, segnando così il definitivo distacco con il governo israeliano in carica.

La scelta decisiva per Israele

L’elemento più critico della questione sarà rappresentato in ogni caso dall’altra misura posta dalla Risoluzione delle Nazioni Unite, che non è affatto secondaria: la liberazione degli ostaggi da parte di Hamas. Sarebbero ancora 130 gli israeliani tenuti in ostaggio dai terroristi, e non si sa quanti ancora siano in vita. Hamas non è espressamente citata nella Risoluzione 2728 e questo si spiega per la volontà condivisa dai membri del Consiglio di Sicurezza di non attribuire alcuna forma di legittimazione o riconoscimento anche indiretto ad una entità che rimane un gruppo terrorista. Su questo profilo il premier israeliano potrebbe tornare a rivendicare la sua determinazione qualora Hamas frapponga ulteriori ostacoli alla liberazione degli ostaggi. Importante pertanto sarà il ruolo che potranno ora assicurare i vari attori internazionali come Qatar, Egitto e Turchia che sembrano poter avere voce in capitolo nelle mediazioni con la leadership di Hamas. Tutt’altra prospettiva riguarderà il futuro dell’organizzazione che potrebbe vedere un suo eclissamento forse definitivo, con un lungo esilio dei capi che saranno comunque esposti a possibili ritorsioni degli israeliani. Più in generale, il disegno di realizzare la soluzione “Due popoli, due Stati” voluta dalla comunità internazionale è ancora lontana, tanto che si parla di un controllo prolungato israeliano su Gaza e Cisgiordania, mentre risulta al momento problematica anche una Autorità palestinese riformata e affidata alle garanzie di alcuni Stati del Mondo Arabo e/o di una forza multinazionale anche occidentale, chiamata a predisporre “aree-cuscinetto” e di sicurezza. Su queste prospettive vale comunque per ora l’auspicio che Israele possa far prevalere la scelta umanitaria perché segnerebbe questa davvero una vittoria di lungo termine, una vincita del bene sul male, per tornare a proporsi tra le democrazie con il senso più autentico del vissuto del popolo ebraico: non dimenticare la Storia delle proprie sofferenze e adoperarsi perché non si ripetano per gli altri popoli. Se i prossimi giorni porteranno Israele a fermare la guerra, il destino potrebbe cambiare decisamente in meglio per i palestinesi, ma soprattutto per Israele stesso: avrà evitato la provocazione che Hamas gli ha lanciato per esporlo ancora alla trappola dell’inimicizia nel mondo, dell’isolamento internazionale. Israele dovrà tener conto del monito di Friedrich Nietzsche che si legge in Al di là del bene e del male: «Chi lotta con i mostri deve guardarsi dal non diventare, così facendo, un mostro egli stesso».

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