È davvero “eccezionale” la figura di Donald Trump? Alcune similitudini con Richard Nixon

È davvero “eccezionale” la figura di Donald Trump? Alcune similitudini con Richard Nixon - Geopolitica.info

«Nulla di nuovo accade sotto il sole». È una delle immagini più care al pensiero realista ma, probabilmente, rischia di deviare lo studioso di Relazioni internazionali verso il binario di un determinismo privo di speranza. Senza scomodare la saggezza del Qoelet, per comprendere la portata dei mutamenti di interazione tra le grandi potenze risulta probabilmente meno impegnativo far ricorso al Mark Twain de «la storia non si ripete mai, ma qualche volta fa rima con sé stessa».

Questa citazione fornisce il destro per riflettere sulle cause e sugli obiettivi dell’approccio strategico agli affari globali dell’Amministrazione Trump. È quanto mai necessario riflettere su questo tema poiché buona parte della pubblicistica, quando non assume le sembianze di una perizia psichiatrica, finisce perlomeno con l’attribuire al presidente in carica delle doti che – le si intenda in negativo o in positivo – risultano comunque eccezionali. In tale prospettiva, il tycoon sarebbe l’artefice di una svolta epocale nella politica estera americana, che trova la sua sintesi migliore nell’America first. I ragionamenti che usano questa formula come punto di partenza sembrano sempre sottintendere che i predecessori di Trump non perseguissero l’obiettivo di mantenere gli Stati Uniti in vetta alla piramide del potere e del prestigio internazionale dopo la fine della Guerra fredda. A inficiare questa lettura, intervengono alcuni testi diventati ormai dei classici delle Relazioni internazionali del post-Guerra fredda, come The Unipolar Moment di Charles Krauthammer (1991), Preserving the Unipolar Moment di Michael Mastanduno (1997) o After Victory di John Ikenberry (2001), che confermano ampiamente come la strenua volontà di difendere lo status quo sia stata la cifra distintiva della politica estera americana sin dall’inizio degli anni Novanta.

Il ricorso al ritornello dell’America first come incipit di queste analisi, inoltre, presenta anche una seconda criticità. Quella di compiere una spregiudicata operazione di maquillage sul fatto che, non diversamente da Trump, anche Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama arrivarono alla Casa Bianca promettendo ai loro concittadini tagli esemplari sugli impegni internazionali del Paese e l’investimento all’interno dei confini americani di quantità crescenti del denaro dei contribuenti. Solo a titolo di esempio, si ricordino i due slogan che segnarono la campagna presidenziale del 1992 e che furono entrambi immaginati per correggere il tiro sull’engagement globale prefigurato dalla Guerra del Golfo (1990-1991). A compensazione del Desert storm in Iraq i repubblicani proposero il lancio di una Domestic storm, mentre i democratici fecero ricorso al ben più tagliente It’s the economy, stupid.  Tornando al giorno d’oggi, non si può negare che la grammatica e la retorica di Trump siano state molto più urticanti di quelle utilizzate dai primi tre presidenti eletti in seguito al collasso sovietico, così come il suo stile è stato fuori di dubbio meno istituzionale. Al netto delle forme, di cui nessuno vuole sottovalutare l’importanza, non dimentichiamoci però della sostanza.

È su questo punto che, nella maggior parte delle riflessioni, fa sistematicamente capolino il “presentismo”. Tale impostazione è, di fatto, un modo di interpretare l’azione dei leader politici attraverso il prisma dell’eccezionalismo. Tuttavia, agli occhi di chi scrive, è un tipo di approccio ai problemi della politica internazionale foriero di errori esiziali, perché alimenta la tendenza a considerare ogni momento storico come unico, irriducibile a schemi di interazione contraddistinti da regolarità e, soprattutto, come il prodotto – nel bene o nel male – dello sforzo titanico di personaggi che risultano sempre essere dei game changer. All’interno di questo paradigma interpretativo, nessun ruolo, se non di tipo incidentale, è attribuito a fattori strutturali come la redistribuzione delle risorse materiali e immateriali tra gli Stati.

Pertanto, i numerosi osservatori che attribuiscono a Trump la capacità di aver stravolto il “vecchio” approccio strategico americano – come se poi negli ultimi quindici anni avesse prodotto risultati egregi o fosse stato esente da critiche altrettanto sferzanti (nessuno già ricorda più l’accusa di neoimperialismo che fu il refrain degli anni Novanta e Duemila) – tendono a spiegarne le scelte senza attribuire alcuna importanza al contesto politico-strategico al cui interno hanno preso forma. Così facendo, cadono nella trappola di maneggiare i vincoli posti dal mondo con cui si sta confrontando l’Amministrazione in carica come se fossero i medesimi con cui interagirono l’Amministrazione Clinton e l’Amministrazione Bush. Pertanto, dimenticano che, negli anni Novanta, le principali minacce all’ordine liberale furono i narcos colombiani, i warlords somali e la Serbia di Milosevic, mentre oggi sono due grandi potenze come la Cina e la Russia. Oppure si tralascia il fatto che nell’immediato post-Guerra fredda gli Stati Uniti erano in grado di compiere operazioni a costo zero come la Allied force in Kosovo, mentre ora stanno faticosamente tentando di tirarsi fuori dai pantani afgano e iracheno. Una volta che si è stati colti da questo abbaglio, naturalmente è impossibile sottrarsi alla tentazione di psicanalizzare Trump e i suoi sodali, piuttosto che cimentarsi con un’analisi politologica.

Come consigliano Alexander Cooley e Daniel Nexon nel loro ultimo Exit from Hegemony, se si considerasse Trump come un sintomo dell’instabilità dell’ordine internazionale e non come una patologia allora sarebbe più facile comprendere le ragioni del mutato approccio strategico – efficace o meno che sia – per cui ha optato questa Amministrazione. Così come sarà possibile identificare i tanti elementi di continuità della politica estera dell’Amministrazione Trump con quella dell’Amministrazione Obama. Su tutti, la comune volontà di rilanciare l’egemonia globale degli Stati Uniti, il tentativo di riequilibrare il rapporto tra impegni e risorse chiedendo agli alleati un contributo non solo formale e la scelta del retrenchment. Sia Trump che Obama, infatti, si sono confrontati con un mondo segnato dall’impasse americana in Afghanistan e Iraq, dalla fallimentare gestione di Washington della crisi economico-finanziaria degli anni 2007-2011, dal declino del modello politico ed economico americano e dalla mancata integrazione di Pechino e Mosca nell’ordine liberale.

Se similitudini tra le scelte strategiche degli ultimi due presidenti, seppur generalmente taciute, sono praticamente auto-evidenti, molto meno immediato è il parallelismo tra Trump e l’altro presidente americano la cui figura, nell’ultimo secolo, è stata avvolta da una vera e propria “leggenda nera”. Si fa riferimento, ovviamente, a Richard Nixon. Il parallelo non è dettato dalla loro comune esperienza di “quasi impeachment”. Questo fattore, per quanto importante, rappresenta comunque una variabile interna e non strutturale, che risulta comunque più che compensata dall’estrema differenza in termini di cultura politica e vissuto personale, nonché di rapporto con il Partito Repubblicano, che intercorre tra questi due presidenti. Piuttosto si fa riferimento ad alcuni mutamenti intervenuti nell’ambiente internazionale durante i loro rispettivi mandati, che hanno verosimilmente concorso alla maturazione di alcune loro decisioni per certi versi analoghe.

Se Trump si è confrontato con il dilagare dell’ISIS in Medio Oriente, Nixon è giunto alla Casa Bianca al culmine di un disastro militare in corso. Si fa naturalmente riferimento al Vietnam, che mise in discussione il primato militare americano e rafforzò il mito della proiezione di potenza sovietica. Se Trump è incappato nella crisi economica provocata dal COVID-19, Nixon si confrontò con i guasti innescati dalla crisi petrolifera del 1973. Si ricordi, infatti, che anche allora gli Stati Uniti non si dimostrarono capaci di stabilizzare i mercati internazionali e, anzi, vennero percepiti come interessati solo a limitare i danni alla loro economia. Se Trump ha assistito alla torsione revisionista della Repubblica Popolare Cinese e della Federazione Russa, Nixon si trovò al cospetto di un’Unione Sovietica al culmine del suo potere internazionale. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, infatti, Mosca spinse l’acceleratore della competizione con gli Stati Uniti, sostenendo i suoi proxy in tutto il mondo e, in particolare, in due quadranti strategici come l’America Latina e il Medio Oriente. Infine, come Trump ha sperimentato un’erosione del differenziale di potere economico con la Cina, Nixon si imbatté nell’impennata della potenza sovietica dopo la sua momentanea vittoria nella corsa allo spazio, i successi riportati come leader del processo di decolonizzazione, l’agevole repressione del dissenso all’interno del suo sistema di alleanze e i benefici generati dall’internazionalizzazione del suo settore energetico.

Di fronte a un mutamento di interazione di segno simile, sebbene quello che prese forma tra Stati Uniti e Unione Sovietica fu molto più intenso di quello in atto, sono riscontrabili alcune analogie nelle risposte delle due Amministrazioni. Sia Nixon che Trump hanno scelto di abbandonare taluni impegni presi nella cornice dell’ordine liberale. Il primo abolì nel 1971 il gold exchange standard così come previsto dagli accordi di Bretton Woods, il secondo ha lanciato una vera e propria sfida alla legittimità dell’ONU e ha ritirato gli Stati Uniti da una delle sue più importanti agenzie come l’OMS. Sia l’Amministrazione Nixon che quella Trump, inoltre, posti di fronte a una minaccia incombente sull’ordine guidato da Washington e, di conseguenza, sulla sicurezza americana, hanno sostanzialmente rinunciato al progetto della diffusione della diffusione della democrazia. L’esempio più noto della preferenza della presidenza Nixon per i regimi “inoffensivi”, ovvero più facilmente controllabili, piuttosto che per quelli democratici è il caso del Cile nel 1973. Trump, dal canto suo, ha firmato una National Security Strategy nel 2017 in cui si afferma che i valori, gli stili di vita e i modelli liberali «non possono essere imposti agli altri, né rappresentano il culmine inevitabile del progresso», azzerando così il ruolo del democratic enlargement clintoniano come perno della grand strategy americana del post-Guerra fredda. Infine, sia Nixon che Trump, di fronte alla minaccia sempre più incombente di una potenza revisionista hanno cercato di relativizzare l’inimicizia con l’avversario meno preoccupante – Pechino nel primo caso e Mosca nel secondo – per evitare che l’intera massa eurasiatica si saldasse contro gli Stati Uniti. Va ricordato, tuttavia, che l’intervento sulla scena del Russiagate ha impedito al presidente in carica di realizzare una politica di reset nelle relazioni con il Cremlino come quella attuata – per altre ragioni – da tutti i suoi predecessori.

Le numerose analogie tra il contesto strategico-politico con cui le presidenze Nixon e Trump hanno interagito e tra alcune scelte intraprese per farvi fronte trova conferma nella letteratura delle Relazioni internazionali. Non è un caso che così come negli anni Settanta-Ottanta, anche nell’ultimo lustro si siano diffusi gli studi sull’egemonia. Questi rappresentano, anzitutto, dei tentativi di cogliere le cause profonde del declino americano e di individuare gli strumenti più efficaci per arrestarlo. Dalla prima fase di questo filone di studi sono giunte a noi alcune opere che ancora oggi rappresentano delle letture imprescindibili per chiunque si affacci alla disciplina delle Relazioni internazionali. Molte di queste, nonostante avessero colto l’essenza del problema del rapporto tra l’egemone e le potenze revisioniste, peccarono di scarsa capacità previsionale. Prospettarono, infatti, lo scenario cupo della vittoria dell’Unione Sovietica. Anche le opere contemporanee sembrano essere connotate dallo stesso pessimismo. Di tanto in tanto, tuttavia, varrebbe la pena ricordare che “crisi” dell’egemonia americana non è un sinonimo di “fine” dell’egemonia americana. Viste gli scenari alternativi, speriamo che si sbaglino anche stavolta.

Gabriele Natalizia,
Sapienza Università di Roma – Geopolitica.info