Duterte pone fine al VFA: le Filippine tra USA e Cina

Il presidente di ferro esce dall’accordo sulla presenza militare americana ed apre alla Cina. Dopo i contrasti per le dispute marittime, Manila cerca la cooperazione cinese per i progetti infrastrutturali.

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Il presidente Duterte ha dichiarato che le Filippine usciranno dal Visiting Force Agreement (VFA), accordo che dal 1999 regola la presenza delle truppe statunitensi sul territorio. Già lo scorso mese Duterte aveva minacciato di porre fine all’accordo dopo che il senatore filippino Ronald Dela Rosa, ex capo di polizia e alleato politico del presidente, si era visto rifiutare l’accesso negli Stati Uniti. Divieto non insensato dato che lo stesso Duterte aveva in precedenza vietato a due senatori statunitensi l’ingresso nelle Filippine per aver palesato il loro sostegno alla senatrice filippina Leila de Lima, detenuta per la sua opposizione alla sanguinaria campagna di Duterte contro le droghe illegali.

La prima minaccia di chiudere l’accordo risale al 2016, anno in cui inizia il mandato di Rodrigo Duterte, il quale si è fatto promotore di una politica estera diametralmente opposta a quella filoamericana del suo predecessore, Benito Aquino III, effettuando un processo di allontanamento dagli States, coincidente con un avvicinamento alla Cina. Alla base di tale svolta si trovano ovviamente ragioni strategiche, rinsaldate talvolta da forti motivazioni ideologiche e storiche. Da un lato la Cina offre determinate opportunità connesse allo sviluppo ed alla cooperazione su più fronti, dall’altro gli Stati Uniti rappresentano l’invasore che ha imposto il suo dominio con la guerra del 1899. Tuttavia, la Cina rimane un vicino difficile: le relazioni sino-filippine sono caratterizzate notoriamente dalle dispute sulle Isole Spratly e sul banco di Scarborough, punti strategici per il controllo e la sicurezza delle rotte marittime, ma anche potenziali piccole basi collocate su acque preziose, sotto le quali si trovano gas e petrolio. In particolare, con la crisi diplomatica del banco di Scarborough, quando navi da guerra filippine tentarono di arrestare dei pescatori cinesi ricevendo come risposta da Pechino l’invio della Marina militare, la tensione emerse nettamente e proseguì quando l’Aja, nel 2013, decretò la totale inconsistenza delle rivendicazioni cinesi sulle isole in questione.

Nonostante l’evidenza di una relazione difficile, i rapporti sino-filippini non mancano di aperture e tentativi di cooperazione, non solo di tipo commerciale ed economico. Sin dall’inizio ufficiale delle relazioni diplomatiche negli anni 70, i due paesi furono inizialmente limitati dalla suddivisione in blocchi contrapposti della guerra fredda, per la quale le Filippine rappresentavano un baluardo americano contro la Cina comunista. Occorre però riscontrare una certa evoluzione, in particolare a partire dagli anni 2000 con la presidenza Arroyo, di una cooperazione sul piano militare. Visite, scambi ed esercitazioni congiunte tra le forze militari dei due paesi e un Memorandum, nel 2004, sulla cooperazione nel campo della difesa, volto a costituire incontri annuali in materia di sicurezza. Una fase che ha visto una repentina frenata con l’era Aquino III (2010-2016), caratterizzata da un certo filo-americanismo e dal già citato incidente di Scarborough. È con Aquino che abbiamo nel 2014 l’Enanched Defence Cooperation Agreement (EDCA), trattato con gli Stati Uniti che rafforzava la cooperazione militare tra i due paesi stabilita già dal VFA.

Con Duterte, quindi, abbiamo la rivitalizzazione di un dialogo, quello con la Cina, già avviato da decenni, all’ombra dell’alleanza con Washington. Il presidente filippino sembra voler astenersi dal brandire la sentenza di diritto internazionale, precedentemente citata, contro le ambizioni marittime cinesi, puntando invece su un approccio che mira a stabilire reciproci vantaggi, scavalcando lo scoglio delle dispute territoriali. In particolare, Manila punta adesso a sfruttare gli investimenti cinesi per alimentare il grande progetto infrastrutturale di Duterte, chiamato inequivocabilmente “Build, Build, Build”: 75 infrastrutture da costruire in tutto il paese, tra ferrovie, ponti e autostrade. Nel 24 ottobre del 2019, il Segretario delle Finanze filippino Carlos Dominguez III ed il vice-premier cinese Hu Chunhua hanno firmato una serie di accordi, alcuni dei quali riguardavano proprio il Build Build Build e le possibilità di integrarlo con la Belt and Road Initiative (BRI).

In questo contesto, la fine del VFA rappresenta per Washington la perdita di una pedina nello scacchiere del Sud-est asiatico, dove inevitabilmente aumenta l’influenza di Pechino. Una decisione che non necessariamente si rivelerà conveniente per le Filippine, le quali perderanno uno strumento di deterrenza nei confronti della Cina, oltre che un supporto sostanziale contro i separatisti islamici sul fronte interno.