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Arene informative e attori geopolitici: il duplice ruolo delle piattaforme digitali nel conflitto tra Russia e Ucraina

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La notte fra il 23 e il 24 febbraio l’esercito russo ha iniziato l’invasione dell’Ucraina. Questo evento non è stato preannunciato solo dall’intelligence statunitense, ma anche da numerosi video di mobilitazioni militari apparsi principalmente su TikTok postati da diversi utenti russi. Nel conflitto tra Russia e Ucraina le piattaforme digitali e i social media stanno avendo – e continueranno ad avere – un ruolo importante.

Sarebbe ingenuo non riconoscere che gran parte delle informazioni che circolano riguardo al conflitto passa proprio attraverso questi canali. La battaglia informativa non causa direttamente vittime ma ha altresì importanti conseguenze. Come tutti i momenti in cui la popolazione è famelica di notizie, anche oggi è dunque importante dedicare una riflessione al ruolo delle piattaforme nelle nostre società. L’onnipresenza di queste tecnologie nei contesti coinvolti dal conflitto permette infatti un flusso informativo praticamente ininterrotto sia all’interno dei paesi che verso il resto del mondo. Basti pensare all’utilizzo di Twitter da parte del presidente ucraino Zelensky, che ha intensificato la sua attività trasformando il suo profilo in un vero e proprio strumento di diplomazia per fare pressione e ottenere sostengo da altri Stati, oltre che per comunicare aggiornamenti e incoraggiare la sua popolazione alla resistenza all’invasione russa. Oltre a questo caso emblematico, il moltiplicarsi di contenuti postati da canali ufficiali e da semplici utenti sembra trasformare il conflitto in una sorta di “guerra in streaming”, fenomeno non nuovo ma che probabilmente non ha mai avuto una portata così ampia. 

Considerando che il conflitto è ancora in corso, è molto difficile offrire un’analisi esaustiva del ruolo delle piattaforme digitali in questo contesto. L’obiettivo di questo articolo è dunque principalmente quello di offrire alcune riflessioni che possano essere utili per fare ordine nello sviluppo degli eventi.

Prima di tutto è importante identificare le piattaforme coinvolte. Ci sono almeno tre principali galassie di attori digitali che hanno un ruolo in questo conflitto e che stanno giocano ruoli differenti: l’ecosistema delle piattaforme americane (Twitter più le varie piattaforme di Meta e Alphabet); l’autoctono ecosistema russo (principalmente VKontakte, Odnoklasniki, Yandex); e la cinese TikTok. La crescita di importanza di altre piattaforme oltre alle Big Tech americane è in linea con l’aumento della consapevolezza rispetto all’impatto che queste tecnologie possono avere sull’opinione pubblica.  È infatti ormai evidente che gli Stati autoritari non vedano di buon occhio le piattaforme americane e incentivino anzi lo sviluppo di piattaforme nazionali, dove è più semplice esercitare controllo e, eventualmente, censura. La geopolitica delle piattaforme diventa sempre più complessa e rispecchia, almeno in parte, quella delle loro Nazioni. Non a caso, infatti, è poco chiaro come si stiano muovendo le piattaforme russe di fronte a questo conflitto. Anche da questo punto di vista però, la Russia appare sempre più isolata rispetto al resto del mondo: blocca l’accesso a Facebook e Twitter e continua una forte campagna propagandistica sui media russi attraverso la condivisione massiva di disinformazioni. Sul fronte orientale, la piattaforma cinese TikTok pare voglia giocare la carta della neutralità: afferma sì di voler potenziare il sistema di fact-checking per combattere la disinformazione, ma non specifica come e sembra voler temporeggiare. Ad ogni modo, bisogna riconoscere che TikTok è stata finora la vera piattaforma protagonista, vista la sua capacità di rendere virali i contenuti e la larga diffusione tra la popolazione più giovane. Le piattaforme americane invece, dopo decenni di scandali e critiche, vogliono dimostrare di aver appreso la lezione e hanno intrapreso azioni tempestive per combattere la disinformazione. 

Sarà interessante vedere come si muoveranno questi ecosistemi con il continuare della guerra, sotto le varie pressioni degli Stati. Per analizzare il ruolo delle piattaforme in questo conflitto è dunque importante una riflessione riguardo il livello di analisi che si intende perseguire. Analiticamente può essere infatti utile considerare le piattaforme digitali da una parte come arene informative, e dall’altra come attori geopolitici. Questi due livelli permettono di focalizzarsi su eventi interrelati ma distinti. 

Considerare le piattaforme come arene informative ci dà la possibilità di seguire le dinamiche che si realizzano al loro interno messe in atto dagli utenti. Sarà cruciale capire il ruolo sociale che le piattaforme avranno in particolare in rapporto all’azione collettiva. Per ora, i social media in Ucraina sembrano essere stati facilitatori di unità nazionale, mentre in Russia la questione appare opposta: sono diventati canali di espressione del dissenso nei confronti della guerra e delle politiche del Cremlino, e hanno contribuito all’organizzazione delle varie manifestazioni che sono state represse con violenza nei giorni scorsi. Per il resto del mondo, come anticipato all’inizio, la sensazione è quella di trovarsi di fronte a una guerra in streaming, in cui si vedono video di missili che esplodono accompagnati dal logo di una nota musicale. Questo tipo di eventi fortemente caricati dal punto di vista emotivo alimentano senza dubbio l’engagement degli utenti, generando un turbine di contenuti e commenti che probabilmente giova più alle piattaforme stesse che non all’informazione. Queste arene informative sono sì strumenti importantissimi che permettono di avere accesso in modo tempestivo alle notizie, bisogna però come sempre sottolineare il rischio di perdere lucidità di analisi e contribuire ad alimentare il caos attorno al conflitto, con conseguenze che in questo caso potrebbero essere particolarmente serie.  

Dall’altra parte, considerare le piattaforme come attori geopolitici, ci permette invece di analizzare le loro scelte e le azioni che intraprendono. Per ora la maggior parte della discussione è ruotata attorno alla battaglia contro la disinformazione. Le piattaforme di Zuckerberg sono state le più attive da questo punto di vista potenziando il fact-checking, bloccando la monetizzazione e le pubblicità sui media statali russi, rimuovendo account propagandistici e aumentando la sicurezza dei profili privati. Non è certamente un caso: Facebook in particolare negli ultimi anni ha iniziato a patire molto a seguito dei vari scandali che si sono susseguiti ininterrottamente da Cambridge Analytica in poi, e Zuckerberg ha bisogno dimostrare alle istituzioni occidentali di poter essere un attore affidabile. Le altre piattaforme (ad esempio Google, Twitter, e perfino le piattaforme di streaming come Disney e Netflix) stanno prendendo provvedimenti simili. Nonostante questa tendenza sia decisamente apprezzabile, è importante sottolineare che le piattaforme hanno preso queste decisioni autonomamente visto che manca ancora una volta un framework legislativo comune per regolare situazioni di questo tipo. È doveroso inoltre rimarcare che questa attenzione verso la disinformazione dovrebbe essere applicata non solo ai conflitti che riguardano l’occidente, ma anche a quelli che ci paiono essere più lontani. Anche per questo motivo la questione non dovrebbe essere lasciata alla autoregolamentazione, ma dovrebbe essere il frutto di un regolamento internazionale condiviso sulle piattaforme. 

Ad ogni modo, pare che le piattaforme occidentali stiano andando verso una “maturità” per quanto riguarda le tematiche della disinformazione, frutto di decenni di attenzione politica e legislativa (in particolare europea). Questa è una notizia positiva, ma c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto se si considera la crescita di importanza delle piattaforme provenienti da altre parti del mondo, che stanno rendendo la geopolitica delle piattaforme sempre più complessa, aprendo potenzialmente un ulteriore terreno di scontro tra gli Stati. 

Michele Veneziano

Dottorando In Scienze Politiche e Sociali

Università di Bologna 

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