Due governi per un paese in ginocchio: la crisi Venezuelana

Lo scorso 23 gennaio l’opposizione al governo chavista è scesa in piazza per una protesta poderosa in tutto il paese. Contemporaneamente il presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó, si autoproclama nuovo presidente temporaneo del paese. Dall’altro lato Maduro ha risposto chiamando i propri sostenitori in strada in difesa del governo dando di fatto il via all’ennesimo scontro tra i due poli opposti che attualmente animano un’alterna guerra civile nel paese. Ad oggi questi scontri hanno generato 16 vittime.

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Siamo tuttavia dinanzi all’ennesimo atto di una vicenda che parte da lontano ovvero dal giorno della morte di Hugo Chavez (5 marzo 2013). Con la morte del leader massimo del movimento socialista e bolivarista venezuelano (oggi riassunto con il termine chavismo) si è creato un vuoto politico nel paese difficile da colmare soprattutto considerando il carisma insostituibile dello stesso Chavez. Detto ciò le successive elezioni hanno comunque premiato la corrente socialista seppur con un esiguo vantaggio (50,78% dei consensi) e portato alla guida del paese Nicolas Maduro. Ma proprio il cambio alla leadership ha evidenziato una vulnerabilità del progetto socialista incapace di uscire dalla visione storica e chiavista per rinnovarsi in un necessario adattamento alle nuove sfide. Vulnerabilità ben letta dall’opposizione che in apertura del 2014 è subito scesa in piazza per “chiedere” una maggiore sicurezza sociale. Preteste che tuttavia sono presto tramutate in vere e proprie guerriglie di piazza aggravando oltre misura le statistiche nazionali collegate alla violenza e alle morti violente. La risposta del governo è stata altresì dura giungendo fino alla detenzione di importanti leader di opposizione come Leopoldo Lopez. Ma il 2014 ha visto il paese caraibico impegnato su un altro fronte ovvero il crollo internazionale del prezzo del petrolio. Questo è stato per Caracas un duro colpo in termini finanziari ed economici visto che la stessa economia del paese è collegata pericolosamente al settore energetico tanto da definirsi “economia monoprodotto”. Dall’inizio della presidenza Chavez ad oggi infatti il Venezuela ha sì nazionalizzato il settore energetico, ma da questo non è riuscito a svincolarsi in termini di dipendenza. A nulla sono valsi i tentativi di diversificazione produttiva mediante l’incentivo all’iniziativa privata cooperativa e le ingenti misure assistenziali per la redistribuzione delle ricchezze sono rimaste una voce importante delle spese dello stato. Spese ripagate a loro volta dal petrolio che una volta accusata la recessione ha visto Caracas in forte difficoltà finanziaria. Difficoltà ulteriormente aggravata dal subentrare di sanzioni finanziarie unilaterali ai propri danni introdotte dall’amministrazione Obama che nella destabilizzazione sociale venezuelana ha inteso vedere un “pericolo per la propria sicurezza”. Sanzioni tutt’oggi in essere in quanto confermate e ampliate dall’amministrazione Trump. Il blocco finanziario e il crollo del prezzo del petrolio uniti agli ingenti investimenti interni sostenuti dal governo non hanno fatto altro che dar vita ad una galoppante inflazione che di conseguenza ha fatto registrare una regressione del benessere sociale (oggi secondo la Caritas le famiglie venezuelane in condizioni di povertà sono l’82%). A poco sono valsi i pagliativi trovati dal governo per mitigare la svalutazione: rilancio del Bolivar Soberano come nuova moneta, creazione della criptovaluta Petro, continuo innalzamento del salario minimo hanno avuto un effetto brevissimo per dirsi validi strumenti di rilancio economico ed anche la conclamata diversificazione produttiva resta tutt’oggi un miraggio difficile da conseguire (soprattutto con la situazione sociale in essere).

A fine 2015 lo stesso popolo venezuelano ha poi bocciato la linea politica chavista esprimendosi nelle elezioni legislative in favore dell’opposizione al governo. Con il voto di fine 2015 l’Assemblea Nazionale, ovvero l’organo legislativo del paese, ha subito un ribaltamento in termini di composizione politica finendo con l’essere a maggioranza assoluta in mano alle forze politiche d’opposizione. Situazione difficile che rischiava di creare un vero e proprio blocco legislativo e che è stata evasa nel 2017 dal governo con la creazione di un nuovo organo, l’Assemblea Costituente, capace di sostituirsi nelle sue funzioni all’Assemblea Nazionale. Una scelta politica che non ha fatto altro che acuire gli antagonismi interni al paese e le proteste contro il governo.

Da questo momento in poi, anzi già dal 2016, l’opposizione sfida il governo a livello internazionale arrogandosi il diritto di rappresentare il paese in ambito internazionale. Uno dei leader dell’opposizione, Henrique Capriles Radonski, infatti inizia un tour ufficiale nella regione per accogliere consensi istituzionali nella campagna anti Maduro: Argentina, Paraguay e infine l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) accolgono con favore le istanze dell’opposizione e si schierano apertamente contro il governo chavista. L’OSA addirittura impugna più volte la Carta della Democraticità (articolo che prevede l’imprescindibilità per un paese membro di rispettare i parametri di democraticità) per imbastire un’azione ingerente nella questione venezuelana. Democraticità poi finita anche sotto la lente d’ingrandimento del Mercosur (di cui il Venezuela è membro) con la conseguente sospensione temporanea (2017). Tutti contro Maduro quindi che di tutta risposta ha avviato la procedura d’uscita del proprio paese dall’OSA e ad ha mantenuto una dialettica aggressiva nei confronti delle sovranità ostili. Internamente poi ha cercato in modo blando di imbastire un dialogo con le opposizioni che di contro chiedevano e continuano a chiedere nuove elezioni. Elezioni che in vero ci sono state nel 2018, ma le stesse sono state boicottate dal grosso degli oppositori politici dando spazio ad una riconferma di Maduro con il 60,84%. Un dato che in realtà è difficile da leggere vista la non convergenza dei dati dell’affluenza alle urne: l’opposizione parla del 30% mentre il governo attesta le affluenze tra il 40 e il 50%. Elezioni che poi sono state non riconosciute dal Gruppo di Lima (un apposito organo internazionale latinoamericano costituito nel 2017 per analizzare la questione venezuelana e costituito da Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Santa Lucia) e dagli Stati Uniti.

Condizione non proprio idilliaca per Maduro che vede ulteriormente accrescere la tensione interna nel paese tanto da subire un attentato il 4 agosto 2018 e ripetuti tentativi di golpe disinnescati da un attento esercito ancora oggi fedelissimo alleato e parte integrante del chavismo. Ma proprio dall’esercito viene l’ultimo tentato colpo di stato: il 21 gennaio scorso 27 militari hanno tentato un assalto ad una caserma. Un’insurrezione fallita ma significativa visto anche quanto accaduto due giorni dopo ossia il 23 gennaio data dell’autoproclamazione alla presidenza del leader d’opposizione Juan Guaidó. Questo nuovo governo, che attualmente convive con quello in essere chavista è stato sin da subito riconosciuto dai governi di Stati Uniti, Canada, Ecuador, Perù, Argentina, Brasile, Colombia e a seguire da Regno Unito, Spagna e Francia. Si sono astenuti Messico e Uruguay mentre ad esprimere il proprio disaccordo e al contempo appoggio al governo di Maduro sono stati Bolivia, Cuba, Nicaragua, El Salvador, Russia, Cina e Turchia. La risposta immediata di Maduro è stato un esplicito atto d’accusa nei confronti degli Stati Uniti e conseguente espulsione di tutti i funzionari statunitensi dal territorio venezuelano. Di contro Washington ha in prima battuta vietato il rimpatrio per poi procedere al recupero dei propri funzionari dal paese caraibico.

Le scelte dell’amministrazione Trump vanno ben oltre la questione democratica ed ideologica ed hanno una natura molto più pragmatica. Se le accuse di Maduro sono dirette all’ingerenza statunitense nella questione politica del paese, le scelte di Trump appaiono come un’ammissione di colpa e un’inamovibile desiderio di cambiamento politico nel paese caraibico. Le congetture internazionali hanno subito un definitivo assestamento con le elezioni brasiliane dell’autunno 2018. Con la vittoria di Bolsonaro il paese più importante in termini economici del Sud America ha portato gli equilibri regionali in un’inconfutabile riallineamento alla Dottrina Monroe: Argentina, Ecuador, Colombia, Paraguay, Perù e infine il Brasile hanno visto un ripristino dell’ideologia neoliberista alla ledership dei rispettivi paesi e quindi hanno dato spazio ad una contrapposizione ideologica importante e maggioritaria all’ideologia chavista. Con Bolsonaro il quadro regionale quindi appare favorevole all’innescamento di una pressione internazionale nei confronti di Maduro che agli occhi di Washington (punto di vista pragmatico) ha la colpa di mantenere una nazionalizzazione del settore energetico poco conforme alle necessità del libero mercato. Ciò va considerato soprattutto se si analizza come il Venezuela sia in possesso delle riserve petrolifere mondiali più importanti (concentrate nel Bacino dell’Orinoco) e come lo stesso paese preferisca siglare accordi di partnership con Cina e Russia (competitor economici degli Stati Uniti). L’amministrazione Trump ha bisogno di foraggiare il rilancio economico su vasta scala del proprio paese e per fare ciò non può prescindere dalle ricchezze di paesi vicini come il Venezuela.

Maduro indubbiamente nel suo percorso politico ha fatto numerosi errori che lo hanno spinto ad essere immagine di un governo sempre più vulnerabile e solo, ma la scelta internazionale di legittimare un governo d’opposizione parallelo a quello chavista può solo aggravare la situazione interna nel paese andando a colpire la popolazione che oggi risulta spaccata in questo schieramento di forze andando a delineare una situazione di guerra civile. La strategia internazionale e dell’opposizione appare chiara: mettere sempre più pressione al governo per indurlo all’errore capace di determinare un’ingerenza esplicita da parte dei paesi favorevoli al cambio di governo. Intanto si cerca anche la strada per giungere ad un’implosione interna del sistema chavista: Juan Guaidó ha offerto l’amnistia a chi voglia abbandonare il chavismo per congiungersi al Venezuela che verrà. Una sorta di occhiolino all’esercito (vero ago della bilancia per il buon esito del colpo di stato), ma anche un’offerta a Maduro per uscire indenne da ogni possibile ingerenza statunitense.