Dubbi e certezze della nuova politica estera giapponese

Dalla fine degli anni novanta e dall’escalation nucleare nordcoreana, la politica estera del Giappone ha dovuto affrontare sfide più pericolose, l’equilibrio geopolitico della regione est asiatica è instabile e il futuro appare incerto. Le sfide lanciate dalla Cina e dalla Corea del Nord nel periodo post bipolare sembrano chiedere una trasformazione delle priorità in tema di difesa e sicurezza degli Stati Uniti e del suo tradizionale alleato nella regione. Le possibilità dell’indebolimento dell’ordine internazionale di non proliferazione nucleare e dell’ombrello atomico statunitense pongono il Giappone inoltre di fronte alla rinnovata questione dell’opzione nucleare nazionale. La crisi di Fukushima e la presidenza di Shinzo Abe non hanno fatto che aggiungere tasselli ad un edificio che appare traballante.

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Le minacce alla sicurezza: la Cina e la Corea del Nord

La caduta dell’Unione Sovietica e la conseguente uscita della Corea del Nord dall’orbita di Mosca hanno reso il regime di Pyongyang una minaccia alla sicurezza regionale. I rapporti con il Giappone sono molto tesi da quando la Corea del Nord ha deciso di implementare i suoi sforzi per il perseguimento dell’arma nucleare. Le preoccupazioni di Tokyo sono aumentate in seguito al test di un missile balistico nello spazio aereo nipponico nel 1998, ad ulteriori test nel Mar del Giappone nel 2006 e a test nucleari sotterranei susseguitosi nel 2006, 2009 e 2013. Gli ordigni nordcoreani sono dotati della gittata necessaria a colpire il territorio nipponico con un attacco nucleare: i missili Nodong possiedono un raggio di azione di 1500 Km, invece i missili Musudan vantano una gittata di 4000 Km sufficiente per centrare le isole di Guam e di Okinawa. Preoccupano le dichiarazioni di Pyongyang che minacciano di trasformare il paese nipponico in “un mare di fuoco nucleare”.

Il gigante cinese preoccupa gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione, primo fra tutti il Giappone. La Cina sta implementando la costruzione della marina oceanica, sta ampliando il suo arsenale nucleare e sta ammodernando le proprie forze armate. Le tensioni irrisolte sulle Isole Senkaku o Diaoyu in cinese (la mossa più recente di Pechino è stata la realizzazione nel novembre 2013 di una “Zona d’identificazione per la difesa aerea” Adiz, nello spazio sopra l’arcipelago) e l’appoggio nipponico a paesi che hanno contenziosi territoriali con la Cina (come Taiwan e Filippine) non fanno che complicare il quadro. La Cina ha palesato con determinazione la volontà di affermare la propria sovranità su una serie di arcipelaghi nel Mar Cinese Orientale e Meridionale i cui fondali sono ricchi di gas e petrolio. Preoccupazioni sono state registrate dal Giappone, dalla Malesia, da Taiwan e dalle Filippine. Il primo Ministro giapponese Shinzo Abe nel dicembre 2013 si è dichiarato preoccupato della mancanza di trasparenza che contraddistingue la politica di sicurezza nazionale e militare dell’ingombrante vicino.

La carta nucleare: l’ombrello atomico statunitense

Un possibile elemento di instabilità nella regione è dato dal rischio di proliferazione nucleare militare del Giappone.

Il paese fin dal noto Art. 9 della costituzione del 1946 (il paese, sconfitto e umiliato nella seconda guerra mondiale, rinuncia alla guerra quale diritto sovrano della nazione), passando per l’Atomic Basic Law (1955) e il Three Non Nuclear Principles Resolution (1971) ha chiaramente rifiutato l’opzione nucleare militare, decidendo di utilizzare l’energia atomica per soli scopi pacifici. Il Giappone si è sistemato nel blocco occidentale e la sua difesa militare è garantita dagli Stati Uniti. Il paese si pone da settant’anni a questa parte come alfiere del pacifismo e del multilateralismo: ha firmato tutti i più importanti accordi internazionali in tema di disarmo e di lotta alla proliferazione nucleare (Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons nel 1976 e l’Additional Protocol nel 1998, solo per citare i due più importanti) e la sua opinione pubblica è stata sempre contraria all’arma nucleare. L’attacco atomico che colpì nel 1945 Hiroshima e Nagasaki e lo shock del disastro radioattivo di Fukushima nel 2011 hanno segnato duramente l’identità collettiva nazionale.

Nonostante gli svolgimenti elencati fino a qui indicherebbero una chiara linea antinucleare e pacifista, le dinamiche post bipolari hanno riacceso il dibattito in materia militare nucleare. Durante la Guerra Fredda la sicurezza del Giappone era vitale per gli Stati Uniti, un fatto che appariva molto meno sicuro nel mondo del dopo-Guerra Fredda. In Giappone si temeva che gli Stati Uniti rivedessero l’estensione del deterrente nucleare ai loro alleati. Il ritiro della Corea del Nord dal regime di non proliferazione nucleare, e la sua comparsa (in seguito a India e Pakistan) come potenza nucleare dichiarata hanno minato la fiducia riposta sul multilateralismo come arma efficace per gestire minacce nucleari all’interno della regione est asiatica. La scelta se dotarsi di un arsenale autonomo o meno dipende dalla credibilità dell’ombrello atomico americano. Nel 1994-1995 la Japan Defense Agency affrontò la possibilità di un verosimile allentamento dell’ombrello atomico americano ed osservò l’eventualità della costruzione di un arsenale nucleare indipendente, concludendo che il mantenimento della deterrenza americana fosse fondamentale per gli interessi giapponesi. Nel 1996 la dichiarazione congiunta Yoshimoto-Clinton riconfermò la decisione americana di mantenere stabile il proprio impegno in Giappone. Al tempo della presidenza Bush e della “Guerra al Terrorismo” il Giappone, pur non trovandosi sempre d’accordo con l’unilateralità di Washington nelle questioni internazionali, si ritenne sufficientemente garantito dagli sforzi americani di rafforzare l’alleanza bilaterale fra i due paesi. Il timore di una politica americana più “rilassata” sotto una leadership democratica è venuto meno in seguito al discorso di Canberra del novembre 2011 tenuto dal presidente Obama, che ha ribadito il proprio sostegno economico e politico ai propri alleati nella regione: «As we consider the future of our armed forces, we’ve begun a review that will identify our most important strategic interests and guide our defense priorities and spending over the coming decade. So here is what this region must know. As we end today’s wars, I have directed my national security team to make our presence and mission in the Asia Pacific a top priority. As a result, reductions in U.S. defense spending will not – I repeat, will not – come at the expense of the Asia Pacific». Finché l’ombrello atomico statunitense rimane credibile, le possibilità che il Giappone si doti di un ordigno nucleare autonomo appaiono remote.

Gli Stati Uniti da parte loro sono fermamente convinti nella necessità di impedire la proliferazione nucleare in estremo oriente. Con le politiche nucleari di Pyongyang, culminate nel 2006 con il primo test atomico, Washington teme che il Giappone tecnologicamente avanzato e dotato di un progredito sistema nucleare civile, si doti dell’arma atomica, provocando una pericolosa escalation nella regione. Inoltre la carta militare convenzionale è di fondamentale importanza per l’obiettivo di mantenere un potenziale futuro conflitto al di sotto della soglia nucleare: gli alleati possono ostentare una superiorità in tale ambito rispetto alla Cina e alla Corea del Nord. Ma proprio i continui investimenti nel settore convenzionale determinano, le scelte di alcuni stati (come Iran e Corea del Nord) nel perseguire un’opzione militare nucleare capace di compensare il divario, e, dall’altro, una corsa agli armamenti della Cina, che porta come conseguenza l’innalzamento di tensione tra gli stati est asiatici.

Shinzo Abe e le priorità strategiche giapponesi

Le politiche di sicurezza giapponesi sono mutate in senso più assertivo da quando la vittoria dei liberal-democratici (LPD) alle presidenziali giapponesi del dicembre 2012, ha portato di nuovo al potere Shinzo Abe. Il primo ministro, appartenente alla fazione conservatrice del LPD, ha ridefinito gli obiettivi strategici e militari del paese. In primis il governo sta ricostruendo e rafforzando i rapporti con gli Stati Uniti: Obama ha appoggiato i nipponici nella vicende delle isole Senkaku rivendicate dalla Cina, mentre la cooperazione militare tra i due paesi è in netta ripresa. Inoltre il Giappone ha interrotto la politica pacifista con la Cina, dichiarandosi pronto ad intervenire per prevenire ogni mossa aggressiva di Pechino.

Shinzo Abe sta ridefinendo la strategia di sicurezza in Estremo Oriente riavvicinando il Giappone verso l’Asean e rafforzando la cooperazione militare tra i membri. Il suo obiettivo di lungo termine è di formare una coalizione anticinese nella regione. Il presidente ha introdotto l’idea della Security Diamond, che coinvolge Giappone, India, Australia e lo stato statunitense delle Hawaii per salvaguardare la sicurezza delle rotte marittime nel Pacifico.

Le politiche di Shinzo Abe stanno preoccupando gli stati nella regione perché sembrano mettere in dubbio la tradizionale linea pacifista e antimilitarista giapponese. Inoltre a livello interno parte dell’opinione pubblica nipponica accusa il presidente di aver nascosto i reali danni ambientali provocati dal disastro di Fukushima. Il varo della legge sul nuovo segreto di stato non ha fatto che riscaldare ulteriormente la situazione, alcuni giapponesi sentono attaccata la loro libertà di espressione.

Barack Obama e il Pivot to Asia

In occasione della visita in estremo oriente di fine aprile 2014, il presidente statunitense Barack Obama ha tentato di fare il punto della situazione: gli Stati Uniti vogliono consolidare il Pivot to Asia, rinsaldando i legami con gli alleati della regione (Giappone, Corea del Sud, Malesia e Filippine), con l’obiettivo ultimo di contrastare lo strapotere cinese nell’area. Due grandi partite si stanno giocando nella regione per gli Stati Uniti: contrastare l’emergere di una grande potenza regionale (la Cina) e combattere la proliferazione delle armi di distruzione di massa (la Corea del Nord).

Riguardo al problema delle isole contese tra il Giappone e la Cina, Obama ha rinfrancato il primo ministro giapponese Shinzo Abe affermando che l’articolo 5 dell’accordo di sicurezza Usa – Giappone (che obbliga gli Stati Uniti a intervenire a protezione del suo alleato in caso di attacco ai suoi territori) è attivo per difendere anche questo arcipelago. Gli Stati Uniti si impegnano a difendere la sovranità territoriale del Giappone e degli altri stati minacciati.

Un altro problema rilevante è quello del possibile futuro quarto test nucleare nordcoreano. Obama ha cercato di esortare l’aiuto della Cina nell’evitare l’ennesimo esperimento nucleare. Pechino, infatti, ha interesse che non sia compromesso lo status quo nella regione ma Pyongyang non sembra aver compreso il messaggio: il 29 aprile la marina del regime ha iniziato delle esercitazioni navali lungo il confine marittimo conteso con Seoul.

L’altro obiettivo di Obama, Il tentativo di allargare a nuovi membri il Trans Pacific Partnership (TPP), è fallito. Il grande accordo di libero scambio vorrebbe includere i 12 paesi a cavallo dell’Oceano Pacifico, ma attualmente ne comprende soltanto quattro: Nuova Zelanda, Singapore, Brunei e Cile. Tokyo non è disposta ad abbattere la politica protezionista che tutela il settore agricolo nazionale (in primis la produzione di riso, frumento, prodotti lattiero-caseari, carni, e zucchero) e quello automobilistico. Gli Stati Uniti vorrebbero condurre la Cina alla firma del TPP per costringerla a rispettare norme stringenti nel campo della tutela dei lavoratori, dell’ambiente e della proprietà intellettuale. Tale obiettivo ad oggi sembra molto difficile da raggiungere.

Conclusioni

La missione di Obama in Estremo Oriente dell’aprile 2014 può ben sintetizzare la situazione attuale. La regione sembra trovarsi in una situazione di attesa, in cui Stati Uniti e Cina giocano le loro carte cercando di evitare grandi crisi regionali. Il presidente Obama sta cercando di contenere la potenza cinese rinsaldando l’alleanza militare con i paesi alleati (Giappone, Corea del Sud, Malesia e Filippine),ma non ha compiuto grandi passi in avanti nella realizzazione della Tpp. La Cina sta tentando di alterare a proprio favore l’equilibrio nel mar cinese meridionale e orientale, come dimostra la creazione della Zona d’identificazione per la difesa aerea (Adiz) nel novembre 2013. Da parte statunitense la recente riconferma della difesa (sul piano sia nucleare sia convenzionale) dell’alleato giapponese rientra sempre in questo grande disegno strategico, Shinzo Abe rimane un importante alleato degli Stati Uniti nella regione ma deve evitare velleità nucleari. La strategia statunitense di containment della Cina presenta però una carenza molto importante: non tiene conto del ruolo della Russia di Vladimir Putin, che sta sviluppando il suo pivot to Asia stringendo più stretti rapporti con Pechino, nell’ambito della sicurezza e dell’energia. In questo senso l’accordo trentennale raggiunto con la Russia (maggio 2014), tra la Gazprom e la China national petroleum corporation (Cnpc) è un evento epocale: Mosca fornirà gas a Pechino, diversificando i suoi compratori. Putin, visto il rinnovato clima di tensione tra Russia e Occidente, ha spinto il Cremlino a cercare il sostegno politico ed economico della Cina, per combattere pacificamente le sanzioni “occidentali” e recidere la dipendenza economica dall’Europa. Dalla prospettiva di Pechino invece, Mosca è il più grande ostacolo al funzionamento del Pivot to Asia di Washington. A confronto ci sono due diverse visioni della regione estremo orientale e tre grandi potenze in discussione.