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Il Dubai Air Show e la vendita degli F-35 agli Emirati Arabi Uniti

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Al salone di Dubai le autorità americane hanno lasciato intendere che la vendita degli F-35 e dei droni Reaper agli Emirati è ancora sul tavolo. Tutto dipenderà dalle garanzie che il Paese del Golfo offrirà a Washington nei confronti dei suoi rivali, in particolare la Cina. L’eventuale vendita del caccia a Dubai aprirebbe le porte a una più ampia partecipazione dei partner americani del Golfo nel programma della Lockheed.

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Il Dubai Air Show e il contratto USA-UAE

Nelle giornate comprese tra il 14 e il 18 novembre, si è svolto, presso la capitale degli Emirati Arabi Uniti, lo storico Dubai Airshow, il salone aeronautico che si tiene a cadenza biennale presso la città emiratina. La fiera rappresenta un importante momento di incontro tra i rappresentanti delle istituzioni pubbliche e private operanti nel mondo della difesa, i quali sfruttano spesso queste occasioni per siglare importanti accordi commerciali o rilasciare dichiarazioni ufficiali afferenti tematiche industriali militari. In occasione dell’esposizione, la più grande tenutasi nel settore aeronautico da quando è iniziata la pandemia da Covid, sono stati esposti prodotti appartenenti a più di 371 compagnie operanti nel mondo dell’aeronautica e sono state accolte ben 387 delegazioni civili e militari provenienti da più di 140 Paesi. 

La delegazione americana, solitamente molto corposa, era questa volta alquanto ridotta. Mancavano, infatti, molti dei vertici della difesa responsabili dei processi di acquisizione e vendita degli armamenti – compresi quelli responsabili delle acquisizioni dell’US Air Force (USAF) – soprattutto perché Biden, a quasi un anno dall’inizio del suo mandato, non ha ancora riempito alcune caselle chiave della difesa. In effetti, il candidato nominato da Biden per l’USAF, Andrew Hunter, non è ancora stato confermato dal Senato, mentre il candidato per il Pentagono, Mike Brown, ha rinunciato alla candidatura nel mese di luglio e non è stato ancora sostituito. 

Lo show di Dubai era atteso da molti, in quanto rappresentava la prima grande esibizione tenuta in presenza in un Paese del Golfo dopo la firma degli accordi di Abramo tra Israele, Stati Uniti, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti. La firma di questi accordi avrebbe incluso, secondo quanto riferito dalle autorità americane, anche un importante contratto di vendita di armamenti da parte di Washington nei confronti di Dubai. Il contratto, preparato dall’amministrazione Trump, prevedeva la consegna alle forze armate emiratine di 50 F-35A (per una cifra di 10,4 miliardi di dollari), 18 MQ-9 Reaper (droni armati multi-missione del tipo Medium-Altitude, Long-Endurance, per 2,97 miliardi di dollari) e di un certo numero di munizionamento aria-aria e aria-terra (per una cifra di 10 miliardi di dollari), per un totale di 23 miliardi di dollari. 

L’affare, che sarebbe divenuto storico – dato che avrebbe significato la vendita del più moderno caccia di quinta generazione prodotto dagli Stati Uniti a un Paese che fino a pochi anni fa era un rivale di Israele – è riuscito con difficoltà a ottenere il beneplacito del Congresso e del Senato durante il mandato Trump, ma è stato sospeso dal presidente Biden. Due sono i timori che hanno spinto la nuova amministrazione americana a sospendere temporaneamente la vendita di materiale militare così sofisticato agli Emirati. Il primo ha a che vedere con ragioni di carattere umanitario. Fin dall’inizio del suo mandato, il presidente Biden ha posto al centro della sua politica estera un focus particolare verso la tutela dei diritti dell’uomo, un tema che, secondo lui, era stato tenuto troppo in disparte dal suo predecessore, accusato di aver instaurato legami troppo stretti con alcuni dei regimi più autoritari del globo. Quest’estate Biden aveva dunque annunciato che la sua amministrazione avrebbe intrapreso un processo di revisione dei contratti in materia di armamenti attualmente in opera tra gli Stati Uniti e i loro Paesi clienti, una revisione che avrebbe messo al centro, ancora una volta, il rispetto dei diritti dell’uomo, in totale controtendenza rispetto a Trump, il quale aveva anzi allentato le restrizioni del US Conventional Arms Transfer Policy al fine di aumentare le vendite all’estero da parte dell’industria militare americana, con particolare riferimento al mercato mediorientale.

Il secondo timore che ha spinto l’amministrazione Biden a imprimere un alt alla vendita delle armi agli Emirati sono state le relazioni di Dubai con Pechino. I cinesi, che sono inevitabilmente attratti dalle fonti energetiche mediorientali e dai porti del Golfo Persico, si sono infatti molto avvicinati alle monarchie del Golfo, offrendo sostegno economico e finanziario e proponendo la vendita, ad esempio, di alcuni UAV cinesi, in cambio di concessioni per realizzare delle basi su quei territori. Il Wall Street Journal riferisce, ad esempio, che, prima della sospensione della vendita da parte di Biden, la cinese COSCO era impegnata nella costruzione di un’infrastruttura portuale nel porto di Khalifa, circa 50 km a nord di Abu Dhabi, e che i lavori sono stati arrestati dalle autorità emiratine solo dopo la mossa del presidente democratico.  I timori americani, poi, riguardano anche l’attività della Huawei, che intenderebbe intervenire nel Golfo con la sua tecnologica 5G. 

Le dichiarazioni americane

In occasione dell’esibizione, il Vice Assistente Segretario del Dipartimento di Stato, Mira Resnick, ha rilasciato un’importante dichiarazione, affermando che “gli Stati Uniti sono decisamente impegnati a procedere con la vendita degli F-35, i quali rappresentano un game-changer per gli Emirati”, lasciando in questo modo intendere che il mega contratto con Dubai non è affatto da considerare una questione chiusa. Il Vice Assistente ha poi specificato che “(gli Stati Uniti) proprio mentre parliamo, stanno lavorando con gli emiratini per assicurarsi che ci siano chiarimenti in merito alle assicurazioni richieste dalla precedente amministrazione”.  

A giudicare dalle parole del Vice Assistente, dunque, l’amministrazione Biden non ha rimosso l’ipotesi di vendere i caccia americani a Dubai, ma sta cercando il modo per garantire che la tecnologia americana possa essere al sicuro dalle mani dei suoi rivali, specialmente la Cina. In effetti, a dispetto di quanto è stato detto quest’estate, l’alta autorità americana non ha parlato di diritti umani. I timori americani sembrerebbero riguardare la protezione dall’influenza straniera. “Siamo stati molto chiari con tutti i partner del programma del mondo, queste considerazioni non riguardano in maniera specifica gli Emirati…eventuali venditori poco affidabili rappresentano una minaccia alla propria sicurezza (dei Paesi acquirenti) e alla sicurezza americana”. La ferma volontà di ostacolare eventuali azioni di potenze ostili in Paesi partner del più avanzato caccia americano è stata confermata, in maniera alquanto chiara, dalla decisione di Washington di estromettere la Turchia dal programma Joint Strike Fighter (JFS) una volta acquisito il sistema russo S-400. 

Come confermato dalla stessa Resnick durante la sua dichiarazione – “vorremmo che gli UAE impiegassero l’F-35 in maniera tale da poter considerare Dubai uno dei partner degli Stati Uniti nel campo della sicurezza e uno strumento che possa fungere da deterrente per le minacce, incluse quelle provenienti dall’Iran –Washington sembra disposta ad allargare la partecipazione al programma JSF a tutti quei Paesi che possano garantire la sicurezza della tecnologia americana e operare a favore degli interessi di Washington. In questo senso, l’esito del contratto con gli Emirati sarà rilevante per tutta una serie di Paesi che a oggi potrebbero essere interessati al velivolo della Lockheed. Tra questi, figurano certamente il Qatar, che a breve riceverà il suo primo F-15QA dalla Boeing, e il Kuwait, che ha ricevuto a settembre il suo ultimo F/A-18E/F Super Hornet. 

La presenza russa e israeliana

Benché i timori americani riguardino primariamente l’azione cinese negli Emirati, Pechino non era l’unico Paese rivale agli Stati Uniti a presenziare allo show. Infatti, per la prima volta da quando esso è stato svelato, a Dubai era possibile osservare da vicino il Sukhoi 75 “Checkmate” russo. Il caccia, svelato a luglio di quest’anno, dovrebbe effettuare il suo primo volo nel corso del 2023. La produzione in scala, invece, è prevista per il 2026. 

Sebbene la presenza del caccia russo abbia attirato l’attenzione di molti, interrogata a riguardo, la Vice Assistente Resnick ha dichiarato che il tentativo russo di vendere il Su-75 a Dubai non è da considerare rilevante, perché nessun partner americano nel Golfo è attualmente in fase di contrattazione con Mosca per l’acquisto di questo tipo di materiale militare. “Non abbiamo visto nessun competitore strategico in grado di sostituire gli Stati Uniti nel ruolo che attualmente giochiamo nella regione”, ha detto Resnick, chiarendo ogni dubbio. I commentatori militari più esperti di dinamiche mediorientali, sebbene sottolineino come Dubai abbia firmato, nel 2017, un accordo preliminare – poi andato in fumo – per l’acquisto del caccia russo Su-35 e per la collaborazione nello sviluppo di un caccia di nuova generazione, la presenza russa allo show sarebbe da intendere solamente come un messaggio nei confronti degli Stati Uniti, volto a premere Washington in favore di un via libera al contratto temporaneamente sospeso. 

Infine, a conferire forte peculiarità all’Air Show tenutosi quest’anno è stata la presenza, per la prima volta dalla firma degli Accordi di Abramo, di aziende israeliane, le quali erano presenti in maniera alquanto massiccia. La firma degli Accordi di Abramo, in effetti, rappresenta un’occasione ghiotta per l’industria militare israeliana, la quale può gettare gli occhi su un mercato completamente nuovo, fino ad ora considerato monopolio degli Stati Uniti. Il mercato di armi del Medio Oriente, infatti, è particolarmente fruttuoso: basti pensare che, solo nel 2020, gli Stati Uniti hanno venduta alla solo Arabia Saudita più di due miliardi di dollari di materiale militare. Sebbene Israele si stia muovendo con cautela in questo periodo nei confronti degli Emirati, Gerusalemme ha accolto con favore le richieste di acquisto di materiale militare avanzate dal Bahrain e dagli Emirati subito dopo la firma degli accordi. 

Le dichiarazioni di Resnick a Dubai lasciano intendere che nei prossimi mesi gli Stati Uniti potrebbero sbloccare la vendita dei caccia F-35 agli Emirati. Un atto del genere potrebbe aprire a una più ampia partecipazione dei Paesi partner degli Stati Uniti nel Golfo. Agli Emirati potrebbero infatti seguire alcuni importanti Paesi come Qatar e Kuwait. Gli Stati Uniti dovranno vigilare affinché i tentativi di infiltrazione russa e soprattutto cinese nei paesi partner del programma JFS vengano immediatamente sventati. Lo show di Dubai, poi, ha messo in luce i primi effetti degli accordi di Abramo sul mercato degli armamenti nel Golfo Persico, primo tra i quali la nuova potenziale collaborazione tra Gerusalemme e le monarchie del Golfo in ambito industriale militare.

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