Tokyo: un drone radioattivo non ferma Shinzo Abe

Il primo ministro giapponese punta ad un’ampia riforma del sistema di sicurezza e spionaggio per superare la condizione che aveva reso Tokyo dipendente da Washington per la raccolta delle informazioni all’estero durante la Guerra Fredda. Il leader del partito Liberal-Democratico è infatti consapevole che un’intelligence efficiente rappresenta uno strumento imprescindibile per la tutela degli interessi strategici nazionali nell’epoca della globalizzazione.

Tokyo: un drone radioattivo non ferma Shinzo Abe - GEOPOLITICA.info

L’incidente del 22 aprile

L’episodio del 22 aprile scorso durante il quale un piccolo drone è atterrato sul tetto del Kantei, l’edificio che ospita gli uffici del primo ministro, sembra suscitare perplessità circa il cordone di sicurezza che dovrebbe proteggere i vertici istituzionali giapponesi. Per certi versi, torna alla mente il tragico attentato terroristico del 1995 compiuto con il gas sarin nella metropolitana di Tokyo, che provocò dodici morti e migliaia di intossicati e per il quale fu condannato il guru della setta Aum Shinrikyo, Shoko Asahara. Il velivolo a controllo remoto, lungo circa mezzo metro, benché non fosse armato, portava dipinto il simbolo della radioattività. Analizzato, è risultato infatti essere positivo alle radiazioni, anche se di un livello non mortale.

Uno smacco per il sistema di sicurezza giapponese, nonostante tre giorni dopo le autorità di polizia fossero già in grado di identificare l’autore del gesto, un quarantenne residente a Obama nella Prefettura di Fukui. Consegnatosi spontaneamente, avrebbe rivelato la natura dimostrativa del suo gesto, ovvero di protesta contro la politica nucleare del governo. Negli stessi giorni infatti un tribunale aveva autorizzato la riattivazione di una centrale atomica, nonostante in Giappone sia ancora vivo il ricordo della tragedia di Fukushima del 2011. A dispetto di questo “incidente”, il governo giapponese recentemente si è tuttavia mostrato abbastanza attento al controllo dello spazio che, letteralmente, sovrasta i suoi cieli.

Il 24 marzo scorso, infatti, la Japan Aerospace Exploration Agency (JAXA) ha effettuato dal Tagenashima Space Center un lancio per la sostituzione di un satellite utilizzato per il rilevamento radar che aveva terminato il suo ciclo operativo. In febbraio, aveva già lanciato in orbita con successo un nuovo satellite per operazioni d’intelligence, utilizzando un razzo vettore H-2A delle Mitsubishi Heavy Industries. I compiti di quest’ultimo (che completa la cinquina dei satelliti spia giapponesi attualmente in funzione) saranno coordinati dal Cabinet Satellite Intelligence Center e rientreranno nell’ambito del programma denominato Information Gathering Satellites (IGS).

I dettagli operativi della missione non sono stati svelati dal governo, benché riguardino in massima parte la sorveglianza delle attività balistiche della Corea del Nord. Recentemente, inoltre, il Ministero delle Finanze ha approvato il budget destinato al complesso delle attività spaziali per l’anno fiscale 2015, stanziando 324,5 miliardi di Yen (2,75 mld di Dollari). Lo somma dovrebbe soddisfare i parametri indicati nel “Basic Plan” rilasciato il 26 gennaio scorso dall’Office of National Space Policy (ONSP), organismo governativo creato il 12 luglio 2012. Il nuovo documento programmatico, che traccia le linee guida della space policy nipponica per il prossimi dieci anni, si propone il rafforzamento delle misure di difesa anti-missili balistici, il consolidamento della cooperazione strategica (in chiave difensiva, ovvero contro le minacce della Corea del Nord) con gli Stati Uniti e lo sviluppo di nuovi satelliti per l’intelligence.

Tokyo sembra inoltre volere gradualmente accantonare gli obsoleti e costosi razzi vettori della serie Epsilon (Epsilon-1) utilizzati per il lancio di satelliti scientifici. Contemporaneamente, ha anche confermato la prosecuzione del programma di sviluppo del nuovo vettore H-3 delle Mitsubishi Heavy Industries, che dovrebbe sostituire l’H-2A. Anche lo sviluppo del programma ASNARO (Advanced Satellite with New system Architecture for Observation) ha ottenuto la conferma da parte dell’ONSP. Per quanto riguarda invece le questioni strategiche sono due le novità introdotte dal “Basic Plan”. Da un lato la nuova formula espressa dalla stretta relazione tra ricerca spaziale e intelligence, tanto che per la prima volta la politica spaziale viene inclusa nella strategia per la sicurezza nazionale e dall’altro il chiaro riferimento alla Repubblica Popolare Cinese come fattore di pericolo per la stabilità regionale e internazionale. L’obiettivo dell’intelligence spaziale giapponese sarebbe infatti quello di agire (in sinergia con l’alleato statunitense) per contrastare eventuali lanci nordcoreani e monitorare i movimenti navali cinesi nel Sud Est asiatico e, in prospettiva, nel Pacifico occidentale.

Riformare l’intelligence

Peraltro, l’attività di Tokyo nel settore della Geo Intelligence (GEOINT) è solo uno dei molteplici aspetti relativi al dibattito sulla riforma dei sistemi di sicurezza e della comunità d’intelligence, che negli ultimi anni, è andato maturando, facendosi sempre più vivo, all’interno dei vertici istituzionali giapponesi.

Non è un segreto infatti che il rinnovamento dell’intelligence nazionale sia una vecchia ambizione di Abe, almeno sin da quando, nel 2006, presentò un primo progetto per coordinare le cinque principali agenzie e adeguare il ruolo dei servizi segreti nipponici alle sfide attuali, anche per sancire una cesura netta rispetto al periodo della Guerra Fredda, quando Tokyo dipendeva pressoché esclusivamente da Washington per l’intelligence estera (ancora oggi il governo giapponese mantiene uno stretto legame con gli Stati Uniti, attraverso il General Security of Military Information Agreement, siglato tra i due Paesi nel 2007). Sopra tutti tre rapporti, prodotti rispettivamente dal Ministero degli Affari Esteri, dal Partito Liberal-Democratico e dal Governo, hanno alimentato questo dibattito.

Il primo, del 2005, ribattezzato First Machimura Report, illustrava la necessità di una riforma del servizio di intelligence estero, da porre sotto il controllo del Ministero degli Esteri, che prendesse come esempio il britannico Secret Intelligence Service (SIS). Il secondo (2006), conosciuto anche come Second Machimura Report, analizzava invece l’episodio noto come “Shanghai incident”, a seguito del quale, nel maggio 2004, il responsabile dell’ufficio cifra del consolato giapponese a Shanghai si tolse la vita, spinto, secondo fonti ufficiali di Tokyo, da una trama di ricatti e pressioni tessuta dai servizi segreti cinesi (Pechino smentì però la circostanza e respinse ogni e addebito). Le conclusioni di questo secondo rapporto suggerivano un maggiore coordinamento delle strutture d’intelligence da attuarsi attraverso un nuovo sistema centralizzato di controllo da porre sotto l’autorità del primo ministro, oltre al rafforzamento dei poteri del direttore del Cabinet Intelligence.

Raccogliendo sostanzialmente i suggerimenti dei primi due, il terzo rapporto (2008) sanciva la volontà di creare un’agenzia centrale che fosse emanazione dell’ufficio del primo ministro. Come nel caso del First Machimura Report, anche in quell’occasione l’esempio citato era rappresentato dal Joint Intelligence Committee inglese. Un quarto documento, rilasciato dal Kantei nell’agosto 2007 e intitolato Improvement of counter-intelligence Function, suggeriva inoltre la creazione di un’agenzia di controspionaggio, in seguito istituita nell’aprile 2008 all’interno dell’Ufficio di Gabinetto. Nelle recenti stime per il budget della Difesa è  inoltre previsto uno stanziamento riservato alla cyber intelligence e al contrasto al cyber terrorismo, anche attraverso strumenti di partenariato internazionale, come ad esempio l’accordo di mutua collaborazione siglato con Israele nel luglio 2014, che coinvolge agenzie di cyber-security dei due Paesi, tra cui il National Information Security Center giapponese e il National Cyber Bureau israeliano.

Secret Protection Bill

Parallelamente, è fiorita anche una letteratura relativa alla necessità di rinnovare, ovvero creare ex novo una legislazione in grado di fornire solide basi giuridiche alla riforma della comunità d’intelligence nipponica. Tra gli studi prodotti uno dei più interessanti è forse quello di Masahiro Matsumura, docente alla St. Andrew’s University di Osaka e Visiting Research Fellow all’Institute for National Security Studies (INSS) degli Stati Uniti. Il documento, intitolato Deepening Japan’s Information Security Regime: The Need of Domestic Legislation (2013), spiega come l’adozione, nel dicembre 2013, del “Secret Protection Bill” (ufficialmente Act on the Protection of Specially Designated Secrets) abbia rappresentato il primo importante passo capace di dare quella necessaria copertura legale, soprattutto al nuovo organismo di coordinamento fortemente voluto dal governo liberal-democratico di Abe: il National Security Council (NSC), approvato dalla Dieta di Tokyo il 27 novembre 2013 (Abe aveva fatto un primo tentativo in tal senso già nel 2007).

Ispirato all’omonima struttura statunitense, esso prevede, tra le altre novità, la figura del National Security Secretariat (NSS), avente il compito di formulare e coordinare le linee principali della politica di difesa e dell’azione diplomatica in relazione alle esigenze di sicurezza nazionale. Il NSC redige inoltre due documenti programmatici: la National Security Strategy e la National Defense Program Guidelines, entrambi adottati per la prima volta il 17 dicembre 2013. Infine, nel recente (10 marzo 2015) documento del governo intitolato Japan’s Security Policy sono stati riassunti i passaggi fondamentali e le novità introdotte fino ad ora dalla riforma voluta da Shinzo Abe.

La ratio di fondo è quella di uniformare e coordinare la policy della comunità d’intelligence giapponese con l’ufficio del primo ministro, evitando che, come accaduto in passato, si ricreino le condizioni per il verificarsi di “compartimenti stagni” tra le cinque principali agenzie nazionali, al fine di rafforzare l’azione di contrasto alle sfide attuali, in particolare nell’area Asia-Pacifico.