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Draghi vola negli Stati Uniti: Ucraina e Libia i temi caldi

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Tra martedì 10 maggio e mercoledì 11 maggio, mentre gli Stati Uniti approvavano il Lend Lease Act, chiaro rimando alla legge che permise a Roosevelt di armare il Regno Unito contro Hitler, il premier italiano Draghi si è recato in visita alla Casa Bianca. Tra i temi principali affrontati dai due capi di stato, vi è stata l’Ucraina, ma anche l’indipendenza energetica e quindi la Libia.

L’arrivo del presidente del Consiglio dei Ministri italiano a Washington ha ricalcato la tradizione inaugurata proprio nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Infatti, dal 1947 tutti i presidenti del Consiglio si sono recati in visita a Washington nel tentativo di consolidare o riparare la relazione con la Casa Bianca.

Mario Draghi, giunto alla Casa Bianca, ha provato a non portare con sé l’immagine di una coalizione di governo divisa in politica estera. Divisione che ha risentito anche della mancata audizione di Draghi al Parlamento, il premier infatti non ha accolto la richiesta del Movimento 5 Stelle di parlare al Parlamento prima di recarsi a Washington per chiarire la posizione italiana. Internamente, il supporto all’invio di armi per alimentare la resistenza Ucraina è controbilanciato da posizioni che vorrebbero maggiori sforzi per una soluzione diplomatica. Nel frattempo, i padroni di casa oltreoceano saranno anche un Paese profondamente diviso internamente, ma si sono dimostrati profondamente uniti di fronte all’invasione russa dell’Ucraina.

Stando al comunicato ufficiale della Casa Bianca, i due Paesi hanno riaffermato la salda partnership che li lega, riflessa anche all’interno della NATO, e hanno discusso degli sviluppi in Ucraina, di fronte ai quali rimane fondamentale imporre costi sempre più elevati ai danni della Russia. L’incontro bilaterale ha altresì incluso la dipendenza energetica europea e la Libia.

Pace per l’Ucraina

Termini quali “colloqui” e “negoziati” con riferimento al dossier ucraino, sono stati i protagonisti dell’incontro. E pure, le parti sono consapevoli che un possibile negoziato implicherebbe concretamente coniugare soluzioni funzionali a un cessate il fuoco con la sospensione, parziale se non totale, dell’invio di armi e di alcune sanzioni affinché la Russia abbia un incentivo per sedersi al tavolo delle negoziazioni e prendere decisioni che siano politiche. Se Putin non vedrà offrirsi qualcosa, lasciarsi uno spiraglio per un ritiro in qualche modo dignitoso, l’alternativa potrebbe essere un conflitto perenne, la cui unica fine potrebbe provenire da un cambio di leadership nel Cremlino, che non è detto che avvenga nel medio periodo.

Draghi ha ribadito che, al di là delle considerazioni geopolitiche, il focus rimane sul raggiungere la pace che vuole l’Ucraina, non imposta dagli altri stati, alleati o meno. Inoltre, il premier italiano ha espresso il desiderio che i combattimenti e l’invasione dell’Ucraina finiscano nel prossimo futuro, trovandosi peraltro allineato con Biden nella richiesta di un cessate il fuoco. Entrambi i leader rimangono infatti sensibilmente consapevoli che la decisione di cessare l’invasione dipenderà da Putin e dalla capacità della resistenza ucraina di frenare i suoi piani militari.

Un altro fronte che ha visto i leader allineati è la gestione dell’inflazione e della crescita repentina dei prezzi nel settore alimentare. Draghi e Biden hanno discusso anche della potenziale crisi alimentare che potrebbe investire i Paesi, soprattutto i più poveri. Le ostilità, infatti, impediscono le esportazioni di grano dall’Ucraina. A tal fine, l’esigenza di ripristinare i porti è fondamentale. All’ambasciata italiana, il primo ministro ha aggiunto che una pace imposta sarebbe la ricetta per il disastro, perché sarà una pace finta, pronta a essere messa in discussione in ogni momento. Nel corso della seconda giornata, recandosi a Capitol Hill per l’incontro con la speaker Nancy Pelosi e i leader dei gruppi politici del Congresso, Mario Draghi ha rimarcato di portare il desiderio di pace dell’Europa.

Divergenze

Che la relazione sia salda non significa che manchino le occasioni di attrito. A Washington la dipendenza energetica dell’Italia, ma anche della Germania si pensi al condotto Nordstream 2 e alla ferma opposizione statunitense, dalla Russia, non è mai stata accettata, al massimo tollerata. L’indipendenza energetica che gli Stati Uniti possono vantare ha permesso agli Stati Uniti maggiore libertà retorica, rispetto alle posizioni europee. È stato il segretario alla difesa Austin a dichiarare l’obiettivo statunitense di indebolire la Russia e distruggerne le capacità militari. Sempre gli Stati Uniti non hanno esitato a definire Putin un criminale di guerra, ma il messaggio non è stato echeggiato dall’Unione Europea.

Le posizioni europee e statunitensi potrebbero divergere anche in vista del meeting del G20, carico di significato simbolico, che si terrà a novembre. Infatti, la presenza di Putin potrebbe spingere gli Stati Uniti a boicottare. A riguardo, Draghi ha detto di aver trattato il tema con Biden supportando la necessità di costruire un tavolo di pace, sebbene la tentazione sarebbe non sedere con Putin. Durante il suo viaggio a Washington Draghi ha anche tenuto una conferenza dinanzi alla stampa, in occasione della quale ha ribadito il suo messaggio sulla guerra in Ucraina. Le dichiarazioni ruotano sempre intorno alla necessità di giungere a un negoziato. A tal fine, tutte le parti devono fare uno sforzo, ma in particolare Russia e Stati Uniti, che invece sembrano essere pronti a sostenere l’Ucraina in una lunga guerra contro la Russia, come ha annunciato il direttore dell’intelligence statunitense Avril Haines al Senato.

Bilanci sul fianco est

Il posizionamento di Draghi è parso sostanzialmente in linea con la posizione tedesca e francese fomentando il sospetto americano che gli europei siano disposti a cedere parti di Ucraina pur di riprendere i rapporti economici con la Russia, ciò rispecchia anche i sospetti europei nei confronti degli atteggiamenti intransigenti degli Stati Uniti.

Ma, come ribadito da Draghi, questa è l’ora dell’Unione Europea. In questo momento l’Unione Europea può essere artefice del suo destino o schiava delle decisioni altrui. E tuttavia, nonostante i profondi cambiamenti a cui l’Europa sta andando incontro, la relazione tra il Vecchio Continente e il Nuovo Mondo rimane salda. Insomma, tutto cambia perché tutto resti uguale. D’altronde fino ad oggi Stati Uniti, Unione europea e NATO hanno lavorato di concerto sull’invio di armi e, soprattutto, sulla simultaneità delle sanzioni. Bruxelles e Washington continuano a parlare un’unica lingua, sebbene con alcune sfumature differenti.

Il messaggio che si può trarre in queste fasi della guerra è che Putin non è riuscito né a dividere le due sponde dell’Atlantico né l’Unione Europea al suo interno. Al contrario, l’Europa di oggi si presenta molto più unita di quella di ieri, almeno nell’immediato. Il presidente Biden, in risposta, ha riconosciuto, da molto prima dell’invasione russa dell’Ucraina, la straordinarietà del processo di integrazione europea e il carattere di partner fondamentale degli Stati Uniti che contraddistingue l’Unione Europea, riprendendo la linea di continuità che sembrava essere stata tranciata da Trump e dalle sue politiche improntate all’unilateralismo e al protezionismo che sono giunte a qualificare, per la prima volta, l’Unione Europea come nemico. Dalle parole del premier italiano traspare una certa propensione ad abbracciare visioni che non sono in contrasto con gli Stati Uniti “ma stanno cambiando e dobbiamo parlarne. Bisogna riflettere sugli obiettivi di questa guerra e poi decidere”. Da un lato vi è il richiamo incessante al negoziato e alla pace, dall’altro la democrazia, la vittoria, l’indebolimento di un Paese. Questa potrebbe essere una falla nel rapporto Stati Uniti – Unione Europea, che sarebbe più propenso ad accettare opzioni per raggiungere la pace. Una pace che l’Italia intende raggiungere anche se non orchestrare direttamente.

Inevitabilmente, l’ordine di sicurezza europeo dovrà subire degli aggiustamenti. Non è detto che il leit motiv dei rapporti con la Russia possa continuare a essere la cooperazione, dovrà necessariamente essere posta maggiore attenzione sul fattore deterrenza nel nuovo sistema regionale che si costituirà.

Ucraina, ma anche Libia

Ma alla Casa Bianca, si è parlato anche di Libia, che ha acquisito nuova luce a causa degli sviluppi in Ucraina. Draghi ha riconosciuto che il Paese può essere un enorme fornitore di gas e petrolio, per l’Italia e per tutta Europa. Nonostante ciò, potrebbe costituire un asset cruciale in questo momento nell’ottica di raggiungere l’agognata autonomia strategica, l’obiettivo principale per Biden e Draghi rimane la stabilizzazione del Paese. E il primo passo per la stabilizzazione del Paese prevederebbe intraprendere un percorso elettorale e arginare escalation di violenza.

Tuttavia, la situazione sul campo è differente. In Libia la presenza di due governi di fatto ha di fatto già portato all’acuirsi della crisi, sull’orlo dello scontro armato. Da una parte c’è il premier la cui nomina trova legittimità nelle Nazioni Unite e nell’iniziativa del Foro di Dialogo Libico, Abdelhamid Dabaiba e, al contempo, non trova legittimità nella camera dei rappresentanti del parlamento di Tobruk che infatti ha ritirato la fiducia in seguito alle mancate elezioni. Questo era infatti uno degli obiettivi dell’esecutivo ad interim, adesso affidato a Fathi Bashaga, ministro dell’Interno del precedente governo di accordo nazionale. Il nuovo leader dovrebbe guidare il governo per i prossimi diciotto mesi e far approdare la Libia alle elezioni, parlamentari e presidenziali. Ma se quest’ultimo è cauto nel prendere il potere perché restio a iniziare lo scontro armato, il primo è altrettanto restio a lasciare il potere in quanto trae ancora legittimità dalla volontà del consesso delle Nazioni Unite. Quindi la costante instabilità libica si riversa anche sulle principali risorse economiche del Paese. E ancora una volta la Libia riafferma il su carattere strategico.

Bilanci sul fianco sud

La NATO non può far altro che guardare a est, ma non ascoltare cosa avviene nel fianco sud sarebbe un errore colossale, soprattutto adesso che molti stati membri dell’Unione vedono nell’Africa una soluzione alla dipendenza energetica dalla Russia.

Gli Stati Uniti continuano a essere una presenza che conta nel Mediterraneo, ma l’intenzionalità di questa è mutata. La Libia rimarrà pressoché una questione regionale. Davanti a tale consapevolezza, l’Unione Europea può, indipendentemente e all’interno della NATO, giocare quale attore geopolitico principale nel Mediterraneo, arginando l’emergere o il rafforzarsi di altre potenze che non necessariamente vedono nella democrazia il fine della loro presenza nel Paese oppure la Libia può essere l’ennesima questione annosa su cui la NATO si spaccherà.

Per quanto il tema delle risorse e del burden-sharing sia fondamentale e ricorrente nella retorica statunitense, gli sviluppi in Ucraina sembrano dimostrare che le risorse contano ma la volontà altrettanto. Di fronte a ciò, sarebbe ragionevole attendersi che un eventuale maggiore sostegno alla Libia dovrebbe essere coordinato ma non dipendente dagli Stati Uniti.

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