Draghi in Libia: gli interessi e il ruolo dell’Italia

La visita di Mario Draghi in Libia, la prima all’estero del premier italiano, dimostra l’importanza del dossier libico nell’agenda italiana e la volontà di voler riaffermare il ruolo internazionale dell’Italia e al contempo tutelarne gli interessi. Poche settimane fa in un discorso rivolto al Senato il presidente del Consiglio italiano ha parlato di una “forte attenzione e proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario con particolare attenzione alla Libia”. Stessi toni da parte del nuovo premier libico, Abdulhamid Dbeibah, che si è rivolto agli italiani e alle aziende italiane chiedendo loro di considerare “la Libia come casa loro e non solo un business”. 

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Dopo oltre dieci anni di guerra civile, da poco il paese nordafricano ha intrapreso una strada promettente e in parte inattesa con la formazione di un nuovo governo transitorio di unità nazionale che avrà l’obiettivo di accompagnare il paese alle prossime elezioni del 24 dicembre. Significativa è stata la scelta del governo italiano volta a segnare rapidamente un punto a suo favore con la visita a Tripoli del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, la prima di un responsabile politico occidentale, che poi è stata seguita da una seconda visita insieme agli omologhi francese, Jean-Yves Le Drian, e tedesco, Heiko Maas.  Ciò dimostra l’esistenza di un canale privilegiato nelle relazioni tra i due Paesi e che la situazione a livello diplomatico e internazionale si sta muovendo abbastanza velocemente. Inoltre, ha mostrato che l’Italia può svolgere un ruolo di traino a livello europeo grazie anche all’autorevolezza dello stesso Draghi all’interno dell’Unione.

Questa tempestiva serie di contatti e incontri di primo livello manifesta una rinnovata attenzione per gli sviluppi libici e una promettente disponibilità del nuovo governo di Tripoli a rialimentare il dialogo con Roma. In passato non sono mancate oscillazioni da parte di Roma, con una strategia alquanto altalenante: siamo stati tra i governi europei più vicini a Tripoli e al governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj, con periodi di spostamenti e avvicinamenti verso il fronte opposto guidato da Khalifa Haftar, che hanno in parte ridimensionato il nostro peso diplomatico e la nostra posizione agli occhi della comunità internazionale e dei libici stessi. Nel frattempo il paese è diventato un territorio di scontro tra paesi arabi e di spartizione tra Russia e Turchia: due potenze che hanno avuto il coraggio e l’abilità di sfruttare gli errori italiani ed europei per inserirsi nel panorama libico e spartirsi le sfere di influenza. Il fatto ora di essere i primi a incontrare i rappresentanti del nuovo governo ci pone senz’altro in una posizione vantaggiosa da cui poter ripartire e tentare di riparare gli errori commessi.

Draghi arriverà in Libia con un percorso chiaro e già annunciato in parte: la necessità di esserci nel paese nordafricano per proteggere gli interessi italiani, pur mantenendo evidentemente una strategia basata su quel multilateralismo che vede Washington e Bruxelles come partner necessari e l’Onu artefice dell’architettura diplomatica che ha visto la nascita del nuovo governo Dbeibah, bisognoso di sostegno internazionale per non fallire in questo tentativo di stabilizzazione. Ruolo in Libia che gli Stati Uniti hanno confermato al governo Draghi, sostanzialmente per due ragioni. In primo luogo, il ruolo e la presenza della Russia nel Mediterraneo è ritenuta scomoda, visto la sensibilità dell’area. In secondo luogo, l’obiettivo di una necessaria stabilità regionale, che vede protagonista non solo Libia, ma coinvolge paesi limitrofi come Egitto e Tunisia, e arriva alla parte orientale del Mediterraneo dove il protagonismo della Turchia di Erdogan fa da padrone. L’attività di Ankara nel Mediterraneo è complessa e tenuta sotto controllo; fino ad oggi è stata accettata nell’ottica di un bilanciamento rispetto all’azione russa. L’Italia in questo contesto ha un ruolo di raccordo che potrebbe essere utile agli interessi statunitensi ed europei.

Ma ci sono anche da tutelare interessi prioritari. L’Italia ha in Libia degli asset importanti da un punto di vista economico, politico e culturale. Non bisogna dimenticare il lavoro dell’Ambasciata a Tripoli che non è mai stata chiusa neanche durante la guerra, unico caso tra le diplomazie occidentali; il nostro paese è stato l’unico a nominare un proprio inviato speciale, scelto pochi mesi fa da Di Maio, l’Ambasciatore Pasquale Ferrara; si parla già di un’apertura di un consolato a Bengasi e un altro nel sud del paese; oltre alla missione navale europea EunavforMed Irini a guida italiana (obiettivo principale della missione è il controllo dell’embargo di armi nel paese nordafricano), a cui è stato prorogato il mandato per altri due anni. Quest’ultima decisione è stata fortemente sostenuta dall’Italia, da sempre attiva nel promuovere una missione nel Mediterraneo sulla falsariga di quelle precedenti, che in fin dei conti ad oggi rappresenta il massimo impegno operativo dell’Ue nella crisi libica.

La storia degli investimenti italiani recenti in Libia è importante: prima della rivoluzione del 2011, operavano in Libia oltre 100 aziende italiane. Nel 2010 l’Italia rappresentava il primo mercato di destinazione delle esportazioni libiche con il 42,3% del totale. I settori più rilevanti sono quelli delle costruzioni, dell’impiantistica industriale, delle infrastrutture e dell’energia, in particolar modo il settore petrolifero. Quando si parla di aziende italiane in Libia, il primo nome che ricorre è quello di Eni, presente nel paese da oltre mezzo secolo e operante in joint venture con la National Oil Corporation; la società non ha mai sospeso le sue attività durante il periodo del conflitto civile. Non a caso, il premier libico ha già incontrato Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni. Al centro dei colloqui le attività dell’azienda italiana in Libia, dei mezzi per far procedere l’economia libica nella giusta direzione e della cooperazione nel settore dell’energia, in particolar modo quella da fonti rinnovabili. La Libia ha bisogno che Eni investa e promuova la responsabilità sociale nei settori della salute, dell’istruzione, della formazione professionale e dell’energia elettrica. Quest’ultima, in particolare, è considerata da Dbeibah una “priorità urgente” per il paese. Deve ritornare in cima all’agenda politica: c’è una grande carenza di energia elettrica e la popolazione è stanca dei continui blackout. L’Italia su questo punto dovrà collaborare come già sta facendo in parte l’Eni. Dalla caduta di Gheddafi, però, solo una parte delle altre aziende presenti come Iveco, Agusta Westland-Finmeccanica e Saipem è rimasta operativa sul complicato suolo libico. Chiaro che le condizioni di sicurezza sono state un fattore negativo oltre che le divisioni interne e i continui conflitti per la spartizione dei proventi. Il percorso onusiano verso la riunificazione e la stabilizzazione politica cambia le carte in tavola e crea nuove possibilità per tutti gli attori interessati.

Altro tema fondamentale è la ricostruzione del paese e il conseguente rinnovamento delle infrastrutture. Un aspetto su cui l’Italia può giocare un ruolo chiave, nonostante lo svantaggio rispetto ad altri paesi come la Turchia e l’Egitto: Ankara è intenzionata a capitalizzare quanto prima l’investimento speso in Libia e recuperare quei progetti miliardari – si stima siano circa 20 miliardi di dollari – che le imprese di costruzioni turche avevano avviato in Libia prima dello scoppio del conflitto, mentre l’Egitto vuole vedere risolta quanto prima la crisi nel paese limitrofo per motivi di sicurezza ma anche energetici e di politiche del lavoro.

Torna d’attualità per Roma anche il progetto dell’Autostrada della pace, evocato recentemente anche da Di Maio. Il premier libico ha poi rinnovato l’invito a riaprire le rotte aeree, e su questo fronte resta aperto un altro capitolo che coinvolge le imprese italiane: quello del nuovo aeroporto di Tripoli (la gara d’appalto era stata vinta nel 2017 dal consorzio di imprese italiane Aeneas).

Importante è la continuazione dei progetti di cooperazione e di supporto ai comuni libici e agli ospedali locali: in questo settore il nostro ambasciatore Giuseppe Buccino è molto attivo. L’influenza italiana nel paese nordafricano passa anche dall’aspetto culturale: non è un caso se pochi mesi fa a Tripoli è stata presa la decisione di insegnare la nostra lingua nelle scuole.

Inoltre, Draghi parlerà con Dbeibah del dossier migratorio, questione cara sia all’Italia che ad altri paesi europei. Il numero di attraversamenti illegali delle frontiere europee è diminuito del 40 per cento nei primi mesi del 2021 rispetto allo scorso anno, in gran parte a causa di un calo degli arrivi nel Mediterraneo orientale e occidentale, secondo i calcoli preliminari di Frontex, l’Agenzia europea per le frontiere, che però evidenzia un’impennata nella rotta del Mediterraneo centrale, quella che porta a sbarchi in Italia. Al 2 aprile 2021 gli arrivi sulle coste italiane hanno raggiunto 8.162 unità rispetto alle 2.794 dell’anno scorso e alle 524 del 2019. Altro punto da affrontare sarà la revisione dei campi di prigionia dei migranti. Per le milizie si tratta di un capitale da sfruttare anche sui tavoli del negoziato politico e il successo e la caratura internazionale di Draghi si misureranno anche su questo piano. Sotto questo punto di vista, il rafforzamento della cooperazione in termini di sicurezza con i libici è anche funzionale al mantenimento del cessate il fuoco nell’ex colonia italiana. La pace è fattore di stabilità fondamentale. Una pace duratura che dipende anche dal ritiro dei mercenari stranieri dal territorio libico. Ma per una Libia stabile e sicura (anche in ottica migratoria) serve una stabilità economica che è prerequisito fondamentale.  Far ripartire l’economia per rilanciare le condizioni di vita e il contesto sociale generale per i cittadini libici.

Se l’Italia riuscisse non soltanto a mostrarsi politicamente amica del nuovo governo, ma anche ad offrire progetti reali e specifici, potrebbe sicuramente sostenere in maniera attiva il processo politico avviato lo scorso 5 febbraio a Ginevra. Questo approccio interessa all’Italia, ma certamente anche ai libici: c’è un interesse reciproco che costituisce l’anello di congiunzione di un rapporto che resta privilegiato, malgrado i passi falsi fatti in passato. Inoltre, se il Governo saprà utilizzare bene le frecce al suo arco, potrà sfruttare gli sviluppi positivi della questione libica anche per rinsaldare il suo ruolo nella stessa Unione Europea.

Mario Savina,
Geopolitica.info