Draghi, Erdogan, i turchi e… i francesci. Il Sofagate la dice lunga su di noi

Le parole di Draghi su Erdogan agghiacciano tanto per il candore con il quale tenta di esplicitare alcuni arcana imperii in una conferenza stampa (spiegando al giornalista come si “coopera” con “i dittatori”) quanto per la straordinaria franchezza con la quale asserisce che, sempre “dei dittatori”, si ha bisogno per assicurare gli interessi del proprio Paese. Aggiunge poi che è importante trovare l’equilibrio giusto. Il Presidente Draghi guarda alla Turchia come all’ ‘altro da noi’. E’ la visione tipica del ‘turco’ intesa come l’ ‘altra parte’, quella che in fondo tutta l’Europa aveva fino al 1923. Sia chiaro, assumere una posizione critica nei confronti di derive autoritarie o anche discriminatorie di genere, ammesso che sia questo il caso, è sacrosanto (nelle sedi opportune ed in modi consoni). Tuttavia, viene da chiedersi se sia chiaro a tutti cosa oggi la Turchia sia davvero, quale sia il suo rapporto di forza con noi nel Mediterraneo e dove siamo esattamente noi. Il Ministro dei Trasporti turco Adil Karaismailoğlu ci aiuta, involontariamente, a capire a che punto siamo. 

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Nel suo discorso di insediamento al Senato, il Presidente aveva dedicato alla politica estera poco più di tre minuti ed asserito che nostro dovere è aiutare a costruire un rapporto “più virtuoso” fra Europa e Turchia. Mimica (minima) e (pacata) gestualità, corroborate da un’improvvisa interruzione giusto prima di pronunciare il fatidico “più virtuoso”, suggerivano uno stato d’animo fra il glaciale, il disilluso ed il sarcastico davvero difficile da descrivere (per i più curiosi: Governo, la fiducia al Senato: il discorso di Mario Draghi – YouTube, da 47:33 a 47:39). Il Presidente Draghi vede l’Italia come un attore di casa in Europa e nelle relazioni transatlantiche. Considera l’Italia come interlocutore immediato di Francia e Germania, membro della NATO, della UE e delle NN.UU. Ed è vero, l’Italia deve tenersi strette queste appartenenze, perché sono la sua condizione naturale da settant’anni e perché l’Italia, fuori da questi circoli e per cosa è diventata negli ultimi trent’anni, non sarebbe in grado di sopravvivere.

Deve però non mediare la sua posizione mediterranea, ovvero deve essere in grado di agire comprendendo che il Mediterraneo si muove secondo logiche specifiche e che la condizione mediterranea non è una serie B dell’essere europeo. Cercare di puntare sulla presenza centrale, anche in senso geografico, nel “mare in mezzo”, può valere anche un maggiore peso a Washington. Ad averlo capito perfettamente è proprio la Turchia: il Canale Istanbul – con velata ed ipotetica volontà di disapplicare Montreaux – ne è la prova, insieme alla visione che la Turchia ha degli stretti in generale, al mantenimento artificioso di un processo di accesso alla UE e ad una appartenenza alla NATO alla quale si attribuisce ogni giorno valore maggiore. E’ bene che ne prenda nota anche il Paese Italia e non solo le nostre poche grandi realtà economiche, che faticano a sopravvivere in un Mediterraneo dove i colpi bassi loro somministrati perché gettino la spugna sono innumerevoli. Draghi enuncia di aver ben chiaro tutto questo quando dice di voler consolidare la collaborazione con Stati di specifica sensibilità mediterranea: Spagna, Grecia, Malta, Cipro, ma manca nel capire il contesto e nell’identificare l’obiettivo. Il riferimento alla Turchia (con la quale si dovrebbe operare, ricordiamolo, con mediazione ed in funzione dell’UE) segue in posizione dialetticamente subordinata. Ed il punto è questo: prima viene il blocco Nord-Nord-Ovest e poi quello Mediterraneo, di secondo livello. Ed infatti la relazione con Francia e Germania è “strategica ed imprescindibile” (relazione, si direbbe, “di serie A”), quella con i Paesi mediterranei è una “collaborazione” da consolidare (“serie B”). Le differenze semantiche ed il peso specifico delle parole sono importanti per una personalità sofisticata, lucida ed intellettualmente strutturata come quella di Draghi. Infatti, nelle dichiarazioni su Erdoğan, Draghi si sofferma a sottolineare la differenza fra il necessario “cooperare” con lui (relazione di “serie C”), che è diverso da “collaborare”. “Collaborare” è il termine usato nelle relazioni con i Paesi europei mediterranei (che, ripetiamo, sono relazioni di “serie B”).

E’ invece opportuno capire che la nostra appartenenza al Mediterraneo è una condizione esistenziale e non un fatto “ambientale o migratorio” e che la differenziazione fra il gruppo Spagna, Malta, Grecia e Cipro da una parte e la Turchia dall’altra è (salvo per questioni culturali e di conflitti esistenti) una pura costruzione astratta. Esserci nel Mediterraneo, da Ovest ad Est, e apprezzare la nostra presenza lì come paritetica a quella della NATO è vitale, e garantisce anche un maggior peso nelle relazioni internazionali, soprattutto (è bene ripeterlo) a Washington.

Inoltre, anche i quattro Stati mediterranei esplicitamente menzionati da Draghi hanno sul Mediterraneo (se non sulla mera questione migratoria) posizioni completamente diverse: se Cipro e Grecia fanno da sempre e per ovvie ragioni un muro contro la Turchia e cercano di strutturare un migliore rapporto con Washington e Tel Aviv perseguendo l’interruzione del loro isolamento energetico, Spagna e Malta sono nei confronti di Ankara molto più morbide. La Spagna soffrirebbe poi immensamente dalle conseguenze di un indebolimento della Turchia, che si porterebbe dietro non si sa quante banche iberiche.  Su Malta, poi, ci sarebbe da chiedersi se non abbia maggiore interesse a incassare in prospettiva qualche dividendo collaborando attivamente con Turchia (e Libia) e Regno Unito nella gestione dello Stretto di Sicilia, se un giorno la Turchia riuscisse a strutturare un’influenza stabile e importante sulla Tunisia.

Non è il mero quantum economico a valutare la qualità e l’importanza delle relazioni internazionali. Il Governo Draghi rischia altrimenti di soffrire di economicismo, ovvero di una valutazione del valore delle relazioni con l’estero basato sulla floridità degli scambi economici. Ma è la potenza di un Paese, ovvero la sua capacità di agire e produrre influenza ottenendo risultati geopolitici, a contare veramente. Il fattore economico ne è una conseguenza. L’ENI (uno dei pilastri sulle rendite del quale questo Paese può ancora sopravvivere) si è affermato quanto lo Stato ha avuto la visione necessaria per appoggiarlo. L’economia, senza un sistema-Paese consapevole alle spalle, è condannata al peggioramento ed al depredamento industriale da parte di concorrenti, anche provenienti da Paesi che si vorrebbe fossero amici (come è andata a finire con i Cantieri dell’Atlantico? E con Luxottica?).

La Turchia, che è stata capace di riprendersi tutte le ex-colonie italiane (Albania compresa) ed a giocare quel ruolo in Libia che avrebbe potuto essere italiano, è esempio lampante di questo. Ha un PIL che è poco più della metà del nostro, non è un membro della UE, i suoi cittadini hanno bisogno di un visto per entrare in Europa, l’indice di sviluppo umano è pari 0,820 contro lo 0,883 italiano. Eppure la Turchia è un Paese importantissimo, ha una capacità di proiezione notevole, e soprattutto è un Paese in grado di volere. Ha voluto rimanere il necessario punto di appoggio di Washington nell’area. Ha saputo trasformare ideologicamente le proprie Forze Armate rendendole da una parte capaci di sostenere l’interesse nazionale permettendosi sgarri agli Stati Uniti (opposizione ai Kurdi in Siria, questione di Cipro, relazioni con la Russia) e dall’altra ha saputo mantenere perfettamente i patti con la NATO eseguendo compiti che altri (anche noi) hanno dimostrato di non volere (Libia), non potere (ancora Libia) o non saper fare. Sa usare la propria posizione geografica per ricattare (la Russia) e tentare (gli Stati Uniti) con la questione del Canale di Istanbul, assumendo peso strategico. E in un processo post-kemalista di allontanamento dai valori occidentali (lo stesso Presidente Erdogan ha definito necessario il recupero dell’identità culturale turca ed un “suicido culturale” la sua occidentalizzazione) la Turchia si è consolidata per gli Stati Uniti quale uno dei più affidabili alleati. Non è raro ascoltare alti esponenti delle Forze Armate statunitensi esprimersi apertamente con ammirazione e profondo rispetto per le capacità dimostrate dalla Forze Armate turche, tanto dal punto di vista operativo quanto da quello industriale.

Le osservazioni del Presidente Draghi su Erdogan hanno suscitato in Turchia reazioni più o meno omogenee: 1) un dittatore c’era ma era in Italia (riferimenti al Fascismo), 2) il Governo in Turchia è eletto, 3) si tratta di esternazioni fuori luogo. Sono seguite, naturalmente, convocazione del nostro Ambasciatore e richieste formali di scuse. Successivamente, il Governo turco ha sospeso il contratto firmato con Leonardo per la fornitura di elicotteri da addestramento, un probabile solo primo passo verso ulteriori e più forti sanzioni che potrebbero colpire anche l’energia.

Il Presidente Erdoğan tuttavia ha parlato direttamente della cosa. Perché? Perché la Turchia sa benissimo che con l’Italia esiste una collaborazione preziosa. L’Italia serve come membro non ostile dell’Europa e della NATO. Inoltre, ad Ankara sono tutti consapevoli che le dichiarazioni di Draghi non sono la linea del Paese ma il pensiero personale di un Presidente del Consiglio che guida un governo settoriale, un’amministrazione straordinaria chiamata non a governare ma a garantire uno specifico settore – quello dell’economia in riferimento specifico al NextGenerationEU -. Non deve fare strategia (ed infatti ad essere chiamato “strategico” è il rapporto con Francia e Germania, il che è tutto dire) né reale politica (vedansi a questo proposito nomi ed appartenenza politica di buona parte dei Ministri). Lo scopo del Governo Draghi è garantire all’Italia la rispettabilità necessaria per ottenere dei fondi che provengono dal Centro-Nord Europa. 


Il Centro-Nord Europa, peraltro, ha reagito con totale distacco alle parole di Draghi, che pure interveniva (certamente con sincerità) a difesa del Presidente della Commissione Europea. Zero appoggio dalla Commissione, zero appoggio da quella Germania (unica eccezione un partito politico) che non vuole inimicarsi la Turchia ed evita che si adottino sanzioni contro di essa, zero appoggio da quella Francia che in genere ama considerarsi come patria ed origine di ogni libertà (pare credendoci davvero) e che si era distaccata nella retorica anti-erdoğaniana nell’ultimo periodo. Zero dalla Grecia!


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Perché? Perché le dichiarazioni fatte dal nostro Presidente non sono iscrivibili all’ortoprassi delle relazioni internazionali, e rischiano di trasformarsi in uno scivolone.Il commento più interessante? Quello del Ministro dei Trasporti turco, Ing. Adil Karaismailoğlu, che dichiara come la posizione di Draghi rispecchi una visione da vecchio ordine mondiale ed una mentalità coloniale, alla quale egli (il Ministro Karaismailoğlu appunto) vuole opporsi asserendo che “il mondo è più grande di 5” (“ ‘Dünya 5’ten büyüktür’ söylemi ile eski dünya düzenini ve sömürgeci zihniyeti gün yüzüne çıkaran ”). Cosa vuol dire che “il mondo è più grande di 5”? Si riferisce ai membri permanenti dei Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che la Turchia vorrebbe riformare per dare più spazio alle realtà che essa rappresenta. In pratica, Ankara fa fronte comune con diversi Stati africani ed asiatici (guidandoli) perché questi vengano stabilmente rappresentati in seno alle NN.UU. E’ una visione strategica. Mentre il nostro Paese deve cercarsi un salvatore fra i pochi leader di livello globale con cittadinanza italiana capaci di presentarsi con le credenziali giuste negli ambienti internazionali, per portare a casa quantomeno la sopravvivenza. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.