L’abbattimento dell’F-16 e l’evoluzione della dottrina militare iraniana

Il 10 febbraio un F-16 dell’aviazione israeliana è stato abbattuto in territorio siriano. Il caccia sorvolava la Siria per due obiettivi: intercettare e distruggere un drone iraniano che precedentemente era entrato nello spazio aereo israeliano, e colpire non precisati “bersagli iraniani”. L’episodio dimostra che il conflitto siriano è tutt’altro che sopito, e che la Siria è ancora teatro di diverse guerre per procura, ma soprattutto evidenzia l’evoluzione della strategia militare iraniana.

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La dottrina militare iraniana ha subito diverse evoluzioni nel corso della propria storia recente. Chiaramente, uno dei fattori principali che ha costretto il nuovo Iran rivoluzionario a rivedere la propria strategia, è stato il cambio di schieramento internazionale in seguito al 1979, e le conseguenti sanzioni che hanno limitato Teheran nella capacità di acquisizione di armamenti dall’estero.
Anche il conflitto, disastroso in termini di costi umani ed economici, con l’Iraq di Saddam Hussein, combattuto nel corso degli anni ’80, ha contribuito a influenzare fortemente la nuova dottrina militare della Repubblica Islamica. Lo sviluppo del programma missilistico, che oggi porta l’Iran ad avere il più variegato e completo arsenale balistico della regione, trova le sue radici proprio nel conflitto con l’Iraq, quando i dirigenti iraniani si resero conto della debolezza militare in cui riversavano le proprie forze armate da poco riformate. Inoltre, sempre  in questo decennio, le Guardie della Rivoluzione (Pasdaran, o IRGC) hanno iniziato a ricercare nuovi metodi di combattimento, distaccandosi da un approccio convenzionale alla guerra. L’insofferenza di Hafez al-Assad alla presenza di militari iraniani in Siria, a supporto del Libano nella guerra contro Israele, portò i Pasdaran a ricercare nuove alleanze con le già esistenti milizie di estrazione sciita presenti nei vari scenari di guerra, e alla conseguente creazione di Hezbollah, che diventerà il più importante proxy iraniano nella regione.

Il periodo degli anni ’90, e i successivi primi anni 2000, favorirono la conversione della strategia iraniana da offensiva, cioè volta all’espansione della Rivoluzione sull’intero mondo islamico, a difensiva. La presenza, dal 2001, delle truppe statunitensi in Afghanistan e dal 2003 in Iraq, accelerò questo processo decisionale all’interno delle istituzioni militari di Teheran. Nel 2005 venne teorizzato il concetto di “Mosaic Defense”, cioè di diverse strategie di difesa asimmetrica volte a mettere in sicurezza l’Iran da un’eventuale invasione statunitense. Vennero creati 31 centri di comando delle forze dei Pasdaran, uno per Teheran e uno per ciascuna delle 30 provincie iraniane, per mettere in atto un decentramento operativo, che avrebbe facilitato la flessibilità delle operazioni militari, e reso impossibile per il nemico la distruzione di un centro operativo di controllo.
La difesa dell’Iran, inoltre, è stata predisposta su due differenti livelli: un primo livello, sulle frontiere esterne, affidato all’Esercito Nazionale, con il compito di rallentare, ma non impedire (date le differenze qualitative), l’invasione di una super potenza esterna; un secondo livello, interno, affidato invece alle Guardie della Rivoluzione, che con la mobilitazione delle forze para-militari dei Basij (sotto l’effettivo controllo delle IRGC dal 2007), una volta attirato il nemico in profondità nel paese, attiverebbero una strategia difensiva basata su tattiche irregolari, guerriglia, azioni semi-indipendenti tramite l’uso di ordigni esplosivi improvvisati (IED), artiglieria, mortai, razzi non guidati e cecchini.
Il tutto al fine di impedire i rifornimenti tra le fila nemiche, e di aumentare i costi (economici e social) dell’offensiva della potenza esterna fino a renderli insostenibili, superiori ai benefici potenziali.

I tumulti che nel 2011 hanno sconvolto il Medio Oriente e Nord Africa, passati alla storia con il nome di Primavere Arabe, hanno comportato una nuova evoluzione della dottrina strategica iraniana. Le istituzioni militari iraniane hanno modificato il concetto di Mosaic Defense, spostando oltre i confini la prima linea difensiva del paese. La politica di difesa avanzata dell’Iran si cristallizza nei principali scenari di guerra: in Iraq contro lo Stato Islamico, identificato come un nemico per la sicurezza della Repubblica Islamica; in Siria a fianco di Bashar al-Assad, per impedire l’eventuale caduta di quest’ultimo, alleato di ferro di Teheran; e nello Yemen a supporto dei ribelli Houthi, fondamentali nell’azione di deterrenza nei confronti dell’Arabia Saudita e nella strategia di controllo degli stretti marittimi della Repubblica Islamica (lo Yemen è posizionato all’imbocco dello strategico stretto di Bab el-Mandeb).

Nonostante alcuni analisti ricerchino la fonte della strategia militare di Teheran tra gli argomenti religiosi o identitari, la dottrina iraniana è prettamente pragmatica, e si basa sulla valutazione del contesto esterno e sull’analisi dei precedenti conflitti che hanno, direttamente o meno, coinvolto il paese.
Le sanzioni, come scritto in precedenza, hanno portato l’Iran a cambiare rotta, puntando su diverse strategie asimmetriche che hanno massimizzato le poche opportunità che il paese aveva a disposizione. La guerra con l’Iraq, combattuta negli anni ’80, ha comportato l’evoluzione del programma missilistico. I diversi conflitti che si sono susseguiti negli anni in Europa e in Medio Oriente (le guerre nei Balcani, l’invasione statunitense in Iraq nel 2003, le due guerre cecene) sono stati studiati a fondo della istituzioni iraniane, che hanno valutato come prioritarie lo sviluppo di tattiche di guerriglia urbana, il decentramento operativo e lo sviluppo di milizie semi-indipendenti.
Lo studio e le analisi dei comportamenti militari delle altre potenze, e l’uso del “reverse engenering” (chiamato in italiano “ingegneria inversa”, processo che consiste nell’analisi dettagliata del funzionamento, della progettazione e sviluppo di un dispositivo, un componente elettrico, un meccanismo ecc. al fine di produrre un nuovo dispositivo o programma che abbia un funzionamento analogo), ha portato l’Iran allo sviluppo di strategie e armamenti nazionali che si sono dimostrate vincenti, dati gli ultimi sviluppi regionali. Il drone utilizzato dall’Iran in territorio israeliano per testare le capacità di difesa anti aerea di Tel Aviv, e che alcuni analisti militari hanno definito una “trappola” per attirare l’F-16 nello spazio aereo siriano, è una copia del Lockheed Martin RQ-170 Sentinel, catturato dagli iraniani nel 2011. Al tempo l’amministrazione Obama, dopo aver riconosciuto di aver perso il drone in territorio iraniano, aveva espresso la preoccupazione per l’eventuale processo di studio ed analisi del velivolo da parte dell’Iran.

Lo sviluppo tecnologico sul fronte dei droni da parte dell’Iran, nato dallo studio degli armamenti statunitensi, crea preoccupazione per la sicurezza di Israele: una stima dell’intelligence israeliana dell’Air Force 2017 sottolinea che la minaccia dei droni è parte di un’area tecnologica che avanza a un ritmo estremamente veloce, tanto che “si prevede che diventi parte integrante del campo di battaglia durante il tempo di pace e in tempo di guerra”. L’abbattimento del jet israeliano è una dimostrazione degli avanzamenti militari da parte dell’Iran, che alterna la strategia difensiva interna ed oltre confini con dimostrazioni di deterrenza, volte a scoraggiare gli eventuali nemici ad intraprendere un’azione bellica diretta. Teheran ha dimostrato di poter spostare abilmente diverse azioni militari dal proprio territorio alle zone circostanti. Di conseguenza, un’aggressione diretta contro la Repubblica Islamica innescherebbe un’escalation di azioni offensive tramite l’uso di gruppi-proxy e dell’arsenale missilistico che renderebbero ancora più instabile la regione mediorientale.

La dottrina militare iraniana è complessa e imprevedibile: lo sviluppo della dottrina coinvolge una quantità di organi statali, università, centri di ricerca e think tank pari solamente a quelle di Cina e Russia. Decine di istituzioni interconnesse con specifiche parti del governo, che contribuiscono a modificare ed adattare la postura militare di Teheran all’ambiente esterno, e che rendono difficile una precisa valutazione da parte dei principali nemici della Repubblica Islamica.
E’ proprio questa imprevedibilità, ricercata dall’Iran, che contemporaneamente rappresenta la maggiore fonte di sicurezza del paese e la principale causa di timore degli altri attori regionali.

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