Dopo #USA2020: analisi del voto e scenari interni

Si è conclusa, salvo strascichi legali annunciati da Trump, la battaglia per la 46esima presidenza degli Stati Uniti. Joe Biden è il vincitore, alla fine di una campagna elettorale fortemente segnata dall’argomento Covid, che ha rappresentato il principale framework all’interno del quale si sono mossi i due candidati, e che ha caratterizzato larghi tratti dei dibattiti televisivi. Adesso per il 77enne democratico inizia la seconda fase del processo di transizione presidenziale in cui avverrà il trasferimento dei poteri e si indirizzerà la nuova politica americana, anche attraverso la scelta dei nuovi membri del Gabinetto.

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L’analisi del voto

Prima di scoprire i primi dati che ci giungono dai principali stati chiave di queste elezioni, è utile capire le strategie adottate negli ultimi giorni di campagna elettorale dei due candidati, per avere il termometro delle sensazioni e degli scenari immaginati dai due staff. 

Trump negli ultimi giorni ha giocato prettamente in difesa, conscio che la battaglia si sarebbe svolta nella Rust Belt. Tanti comizi specialmente in Pennsylvania, ai 4 angoli dello Stato, dove 4 anni fa aveva vinto con uno scarto relativamente basso (50.000 voti), facendo bene, oltre che nelle consuete zone rurali, anche nei sobborghi di Philadelphia e Pittsburgh. 

Al contrario Biden ha giocato all’attacco, e forte dei sondaggi che lo premiavano tra gli Stati del Nord, si è concentrato sulla Georgia (soprattutto negli ultimi giorni di campagna) ed ha investito (anche grazie all’aiuto finanziario di Bloomberg) nella promozione di numerosi spot elettorali in Texas e Florida. 

Due approcci strategici differenti, quelle dei due candidati, ma anche sul piano tattico si sono notate delle differenze: abbiamo assistito ai numerosi bagni di folla per Trump, con i comizi organizzati direttamente accanto alle piste di atterraggio degli aeroporti dove arrivava con il suo aereo presidenziale; al contrario Biden ha tenuto un profilo più basso, con comizi drive-in e con il grande investimento in spot elettorali. 
Per molti analisti uno dei principali motivi di tale scelta, oltre a un elettorato maggiormente attento alla tematica del Covid-19, era anche dovuto alla necessità di non contagiarsi, ed evitare di concedere appigli allo sfidante allo scadere della campagna elettorale. 

Ma vediamo cosa ci hanno detto i risultati, specialmente negli stati chiave, aiutandoci con le infografiche pubblicate dal New York Times

Texas: uno Stato che cambia

Partiamo da un’analisi dello stato repubblicano per eccellenza. Trump si è aggiudicato la vittoria, ma con un margine inferiore rispetto a quello del 2016: + 5,8%, mentre 4 anni fa il margine era di 9 punti percentuali. 

Il Texas è uno stato che alcuni sondaggisti, nei giorni prima delle elezioni, reputavano contendibile, anche se sbilanciato verso i repubblicani. I motivi vengono fatti ricadere sul forte cambiamento demografico in corso nel Lone Star State, e su un tessuto socio-economico, specialmente nelle grandi città, sempre più eterogeneo e vicino all’offerta democratica. 

Confrontando i risultati del 2016 e del 2020, aiutandoci con i grafici del NYT, si nota come le aree urbane (Houston, Dallas e Austin) abbiano confermato il trend che le vede sempre più blu, ma la notizia principale che arriva dal Texas è l’enorme voto ispanico nella Valle del Rio Grande che si è spostato verso Trump. Spostamento che ha permesso al presidente uscente di colmare lo svantaggio accumulato tra i voti bianchi nelle grandi città e nei sobborghi. 

Florida: la vittoria di Trump

Passiamo alla Florida, che va considerata un successo su tutta la linea per Trump, che ha triplicato il vantaggio del 2016: da +1,3% a +3,4%. Anche questo Stato dai sondaggisti era dato competitivo per i democratici, ma la variabile non considerata è dovuta al successo di Trump nella contea di Miami-Dade, dove è riuscito a conquistare il voto dei cubani. Come si nota dalla grafica, la più grande variazione è proprio quella a Miami, con la straordinaria vittoria repubblicana. 

In questa grafica, relativa alla città di Miami, viene inoltre evidenziata l’ampia vittoria di Trump e dei repubblicani nei quartieri a maggioranza cubana. 

Georgia: la forza di Atlanta

È forse, al netto di eventuali contestazioni legali, la principale sconfitta di Trump in queste elezioni: è passato dal vantaggio di 5 punti nel 2016 alla sconfitta, anche se minima, stimata nello 0,2%. Causa della sconfitta, come si nota dalle due infografiche che seguono, è stata la conquista del centro urbano di Atlanta e della contea di Columbia. Inoltre, Biden, oltre a cristallizzare la sua forza tra la comunità nera, è riuscito ad ottenere ottimi risultati anche tra la popolazione bianca non laureata. 

Nell’infografica sopra si nota il grande cambiamento su Atlanta, e nella grafica sottostante viene descritta la grande forza democratica nella città, e il curioso “anello” repubblicano che circonda i sobborghi. 

Michigan: lo Stato “operaio”

Lo Stato che nel 2016 aveva contribuito ad alimentare la narrativa di un Trump forte tra gli operai (anche se i dati sul voto per reddito non confermano tale analisi) è tornato tra le mani dei democratici. Il motivo è semplice: Biden è riuscito a mobilitare gran parte dell’elettorato, specialmente su Detroit e sobborghi, che 4 anni fa aveva voltato le spalle alla Clinton. Biden ha mantenuto le contee conquistate dalla Clinton, e ribaltato circa due terzi delle contee conquistate da Trump nel 2016. La grande partecipazione ha consentito di riprendere uno stato che storicamente appartiene alla tradizione democratica, e che 4 anni fa ha rappresentato il vero capolavoro elettorale di Trump. 

Pennsylvania: la madre di tutte le battaglie

Era stato annunciato come stato chiave, ed è stato così. La Pennsylvania, vinta di circa mezzo punto percentuale da Trump nel 2016, è tornata ai democratici dopo diversi giorni di conteggio, ritardi principalmente dovuti allo scrutinio delle schede del voto anticipato di Philadelphia e Pittsburgh. 
Come detto, è uno stato fortemente battuto da Trump negli ultimi giorni di campagna elettorale, e i risultati per il Presidente uscente – nonostante la sconfitta – non sono stati negativi. 

Ha migliorato infatti la propria prestazione di 4 anni fa nella contea di Philadelphia, roccaforte democratica, specialmente nei distretti bianchi e ispanici. Un aumento di voti che però non ha superato la forte mobilitazione democratica, specialmente nelle contee di Philadelphia e Pittsburgh, che ha consentito a Biden di vincere lo stato chiave per eccellenza del 2020. 

La strada verso il 20 gennaio e la situazione al Congresso

Adesso per Biden e il suo team inizia la seconda fase, dalla durata di circa 75 giorni, del cosiddetto periodo di transizione presidenziale, processo in cui avverrà il trasferimento formale dei poteri dal presidente uscente al presidente eletto – ai sensi del Presidential Transition Act del 1963 – attraverso i transition teams, nominati in questo caso da Trump e Biden. 

Date le dimensioni e le complessità del governo federale, la transizione presidenziale richiede il duro lavoro di un grande numero di persone, solitamente tra 500 e 1000. Il presidente eletto, insieme al suo team, ha il compito di coprire più di 4000 posizioni all’interno dell’Amministrazione – di cui circa 1200 necessitano della conferma da parte del Senato – spesso partendo da Dipartimenti chiave come quello dello Stato, del Tesoro e della Difesa. 

In realtà però, l’intero processo di transizione dura circa un anno e si compone di tre fasi:

  1. Pre-election “planning” phase: in questa fase, che solitamente inizia tra maggio e giugno, vengono gettate le basi per il lavoro ufficiale che inizierà una volta nominato il presidente eletto. In tal senso, vengono scelte le persone chiave del transition team, viene assegnato un budget ad ogni gruppo che compone la squadra e si iniziano a stabilire i primi rapporti con il Congresso e con l’Amministrazione in carica;
  2. Post-election “transition” phase: fase che va dall’election day al 20 gennaio, giorno dell’inaugurazione presidenziale, in cui il transition team deve comporre il personale che farà parte dell’Amministrazione, elaborare i principi fondamentali delle politiche che attuerà il nuovo presidente ed identificarne le priorità;
  3. Post-inauguration “handover” phase: fase corrispondente ai primi 200 giorni di mandato del nuovo presidente in cui si cercherà di attuare quanto elaborato nelle fasi precedenti. Inoltre, il Senato dovrà confermare quasi la metà delle nomine che avverranno da parte del presidente.

Più nello specifico, entro l’8 dicembre dovranno essere concluse eventuali controversie, a partire da quelle sul voto per posta ancora in fase di spoglio in alcuni Stati. Tale termine vale anche per l’eventuale riconteggio dei voti nei singoli Stati, per le cause nei tribunali e per la possibilità di ricorso alla Corte Suprema, prontamente annunciato da Trump. Il 14 dicembre invece i Grandi Elettori si riuniranno per votare: le delegazioni del Collegio Elettorale si incontreranno nei vari Stati scegliendo il presidente e il vicepresidente. Fino alle elezioni del 2016 i Grandi Elettori non avevano l’obbligo di votare per il ticket che avevano promesso di sostenere. Ciononostante, lo scorso 6 luglio la Corte Suprema ha stabilito la possibilità per gli Stati di agire in tal senso. Da allora 33 Stati su 50, più il District of Columbia, hanno adottato delle leggi per punire i cosiddetti faithless electors, ossia quei Grandi Elettori che non rispettano il proprio voto. Successivamente, il 3 gennaio a mezzogiorno si insedierà il nuovo Congresso mentre il 20 gennaio avrà luogo il giuramento che coincide con l’inizio del mandato presidenziale di Biden.

Relativamente al nuovo Congresso, il 177esimo per la precisione, la situazione è sempre più incerta. Infatti, oltre che per il presidente, gli Stati Uniti hanno votato anche per l’intero rinnovo della Camera dei Rappresentanti e per 1/3 del Senato. Alla Camera dei Rappresentanti, se prima delle elezioni i democratici godevano di una netta maggioranza (233 contro i 201 seggi repubblicani), il gap si sta via via colmando. Attualmente i democratici hanno conquistato 216 seggi contro i 198 repubblicani, ottenendo ancora una volta la maggioranza.

Il Partito Democratico ha guadagnato 3 seggi: il secondo e il sesto distretto della North Carolina e il settimo distretto della Georgia. I repubblicani invece sono riusciti a strappare 8 seggi agli avversari tra New Mexico, Oklahoma, Iowa, Minnesota, Michigan, South Carolina e Florida, di cui la maggior parte erano stati persi alle mid-term del 2018. Nonostante le attese negative, il numero dei seggi per il GOP è destinato a salire considerando il fatto che ne mancano ancora 16 – la maggior parte situati tra lo Stato di New York e quello della California – visto l’alto numero di voti per posta. Sebbene i democratici abbiano di fatto ottenuto la maggioranza, quest’ultima appare risicata; la sensazione dunque è che i repubblicani possano colmare definitivamente il gap alle prossime mid-term nel 2022. 

Al Senato invece, dove i repubblicani partivano con una maggioranza di 53 a 45, attualmente la situazione è di completo pareggio con 48 seggi a testa per i due partiti (51 per ottenere la maggioranza). All’appello mancano ancora quattro seggi, in due dei quali – stando agli ultimi sondaggi – il GOP sarebbe favorito. Se i repubblicani dovessero arrivare a 50, saranno comunque decisivi per il controllo del Senato i ballottaggi previsti per il 5 gennaio per i due seggi assegnati dalla Georgia. Una vittoria in Georgia per i democratici significherebbe ottenere la maggioranza visto che il vicepresidente, che è anche presidente del Senato, ha il potere di esprimere il voto decisivo in caso di pareggio. 

Invece, se il Senato dovesse rimanere a maggioranza repubblicana, Biden sarà il primo presidente dai tempi di George H.W. Bush ad entrare in carica senza avere tutto il Congresso dalla sua parte. Questo potrebbe essere un problema, innanzitutto perché dal Senato passano la gran parte delle nomine governative. Infatti, un ramo del Congresso controllato dal GOP rischierebbe di provocare un blocco o un forte rallentamento dell’attività legislativa, un po’ come avvenne per quasi tutto il periodo dell’Amministrazione Obama. 

Quale Gabinetto per Biden?

Come già detto, una maggioranza repubblicana al Senato potrebbe rappresentare una sfida alle possibilità di Biden di ottenere l’approvazione per i suoi candidati ai Dipartimenti più importanti dell’Amministrazione tra cui quello dello Stato, della Difesa e del Tesoro. Molto probabilmente, tale realtà politica farà sì che il presidente eletto possa virare su candidati più centristi e meno progressisti, rischiando però di alienare l’ala più liberal del Partito Democratico. Ad ogni modo, stando alle dichiarazioni di Biden e Harris una cosa è certa: il nuovo Gabinetto cercherà di rappresentare quanto più possibile la composizione etnica degli Stati Uniti. 

Cerchiamo, dunque, di capire quali potranno essere le figure chiave della nuova Amministrazione Biden, oltre alla già nota vicepresidente eletta Kamala Harris. 

Dipartimento di Stato: attualmente la principale indiziata per tale Dipartimento sembrerebbe Susan Rice, ex National Security Advisor di Obama ed ex Rappresentante permanente alle Nazioni Unite. Considerando che verosimilmente i primi mesi di Biden come nuovo presidente si concentreranno sull’economia e su politiche di contrasto al Covid-19, molti funzionari americani sono convinti che per questo motivo la scelta del presidente eletto potrebbe ricadere proprio sulla sorella del Segretario di Stato dell’Amministrazione Bush. La forte opposizione repubblicana, fondata sul controverso attacco al consolato americano a Bengasi e la conseguente morte dell’allora Ambasciatore statunitense in Libia nel 2012, potrebbe però ostacolare le possibilità della Rice. Altri possibili nomi potrebbero essere William Burns e Antony Blinken, entrambi ex vicesegretari di Stato durante l’Amministrazione Obama.

Dipartimento del Tesoro: la nomina riguardante il Segretario del Tesoro sarà probabilmente la prima scelta che farà Biden considerando l’attuale situazione economica americana causata dalla pandemia causata dal Covid-19. Si è parlato molto della possibilità che Elizabeth Warren ricopra tale carica, ma la probabile maggioranza repubblicana al Senato rende la nomina della senatrice del Massachusetts alquanto difficile. Dunque, l’indiziata numero uno è il governatore della Federal Reserve Lael Brainard ben vista sia dai repubblicani sia dai democratici, avendo svolto un ottimo lavoro durante l’attuale crisi. Inoltre, Sarah Blook Raskin ex vicesegretaria del Tesoro, è vista come una valida alternativa. 

Dipartimento della Difesa: la favorita potrebbe essere Michele Flournoy, sottosegretario alla Difesa per la politica militare, dal 2009 al 2012, dell’Amministrazione Obama e co-direttrice del Center for New American Security. Nell’ultimo periodo, tra le altre cose, ha presentato un progetto su come il Pentagono debba accelerare gli sforzi per sviluppare nuove tecnologie per contrastare l’ascesa cinese. Attenzione però alla senatrice dell’Illinois Tammy Duckworth, veterana della guerra in Iraq, e al senatore del Rhode Island Jack Reed – laureato a West Point e per anni nella lista dei principali democratici in lizza per un posto al Pentagono. 

Dipartimento di Giustizia: il favorito per diventare l’86esimo Procuratore Generale è Doug Jones, senatore dell’Alabama ed ex procuratore degli Stati Uniti per il distretto settentrionale dell’Alabama. Un po’ indietro nelle gerarchie troviamo Sally Yates che ha un passato di 10 giorni da Procuratore Generale dell’Amministrazione Trump ed è anche vecchia conoscenza dell’Amministrazione Obama, per la quale ha ricoperto il ruolo di vice Procuratore Generale; e Tom Perez, presidente del Comitato Nazionale Democratico ed ex segretario del Lavoro per Obama. Attenzione anche alla senatrice del Minnesota Amy Klobuchar che ha un ottimo rapporto personale con Biden. 

Dipartimento del Commercio: tale Dipartimento è ritenuto da molti analisti quello in cui Biden potrebbe nominare un politico repubblicano. A tal proposito, Meg Whitman – CEO di Quibi ed ex CEO di eBay, sembrerebbe la favorita. Sarà interessante, chiunque sarà il Segretario, vedere come porterà avanti la politica di imposizione di dazi doganali fortemente perseguita da Trump.

Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani: molti contendenti per le posizioni sanitarie più prestigiose nell’Amministrazione Biden hanno già lavorato, o lavorano, al suo transition team consigliandolo sia sulle politiche sia sul personale necessario per affrontare al meglio la pandemia e per proteggere l’Affordable Care Act, meglio conosciuto come Obamacare. A tal proposito, Michelle Lujan Grisham – governatrice del New Mexico ed attuale co-presidente del transition team di Biden – sembrerebbe la principale favorita. Anche Vivek Murthy, ex Chirurgo Generale e Mandy Cohen, segretario della Salute del North Carolina sarebbero ben visti da Biden. 

Dipartimento della Sicurezza Interna: Alejandro Mayorkas, ex vicesegretario di tale Dipartimento creato da George W. Bush nel 2002 a seguito della promulgazione dell’Homeland Security Act, sarebbe il principale candidato per ricoprire tale ruolo. Nel 2013 però nessun repubblicano ha votato per confermare la sua nomina, il che potrebbe rappresentare un problema per una sua futura conferma da parte del Senato.

Battaglia interna nei repubblicani

La forte presa di posizione di Trump dopo il voto è stata un terremoto, non solo per l’intero sistema politico americano, ma anche all’interno del GOP. 
Le ultime indiscrezioni da Washington parlano di una parte del partito, anche molto vicina al Presidente uscente, come la moglie Melania e il genero Jared Kushner, che avrebbero consigliato a Trump di fare il consueto discorso di concessione della vittoria. 
Anche alcuni tweet giunti nella notte delle elezioni, mentre Trump continuava ad “urlare” sul social preferito di stoppare il conteggio, hanno alimentato l’idea di un partito diviso: ad esempio il messaggio di Marco Rubio, lanciatissimo dopo gli splendidi risultati della Florida, che recita“The result of the presidential race will be known after every legally cast vote has been counted”. Eric Trump e Donald Trump Jr, entrambi su Twitter, si sono scagliati contro i repubblicani che preferivano non protestare, accusandoli di mancanza di spina dorsale e di mancato sostegno al loro candidato presidente. 

Al momento, da quanto riportano i principali media internazionali, Trump non avrebbe nessuna intenzione di concedere la vittoria, e punta a un’aspra battaglia legale, consigliato dall’ex sindaco di New York Giuliani, che dal giorno dopo le elezioni ha effettuato diverse conferenze pubbliche per preannunciare battaglia e criticare la “chiamata” alla presidenza di Biden fatta dai media. 

Importante, perché significativo per descrivere il sentimento dell’ala ortodossa del GOP, è stato il pensiero espresso ieri dall’ex speaker della Camera Newt Gingrich, che in una dichiarazione – peraltro twittata da Trump – ha ribadito la convinzione di trovarsi chiaramente di fronte a “elezioni rubate”, al fatto che le macchine burocratiche delle grandi città siano corrotte e che i personaggi coinvolti siano dei ladri. Un’alleanza importante dal punto di vista simbolico, questa tra Trump e l’ex speaker, perché va ricordato che Gingrich è lo stratega che ad inizio anni 90 ha “creato” la corrente ortodossa nel partito repubblicano, caratterizzata da un atteggiamento intransigente nelle istituzioni e dallo stile comunicativo spregiudicato nei confronti dei democratici, che portò all’incredibile vittoria delle elezioni di metà mandato del 1994. 

Un partito con due anime, quindi, che nel futuro sarà segnato dal risultato di questa ampia diatriba legale che Trump vorrà combattere. Nel frattempo, un esponente importante del GOP, nel tentativo – forse – di auto-lanciare la propria candidatura per il 2024, delinea la sua idea di nuovo partito repubblicano. Si tratta del già citato Marco Rubio, che nella sua analisi del voto ha rivendicato l’enorme successo tra i latinos a Miami e nel sud del Texas, scrivendo come questi voti rappresentino il “futuro del GOP: un partito costruito su una coalizione multietnica e multirazziale di lavoratori americani”.  Un messaggio certamente importante, che alimenta una faglia interna sulla visione del Partito: un nodo che i prossimi mesi contribuiranno a sciogliere, e che segnerà il futuro della politica americana. 

Per l’Amministrazione Biden, se i trend interni attuali dovessero essere confermati, si prospetta un mandato di ferro in cui il dialogo con il Senato e con la Camera dei Rappresentanti sarà necessario. In tal senso, il ruolo di Kamala Harris sarà cruciale, dovendo sin da subito rafforzare la propria leadership all’interno del Partito Democratico – partito che necessita di un ricambio generazionale e di leadership se vorrà effettivamente rappresentare la propria base elettorale – in vista del 2024 quando, verosimilmente, potrà diventare il primo presidente americano donna della storia. 

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Lorenzo Zacchi,
Geopolitica.info