La Scozia del dopo referendum: i risvolti interni ed internazionali

L’esito del referendum dello scorso 18 settembre ha sedato non solo le preoccupazioni di Londra rispetto a una possibile soluzione secessionista della questione scozzese, ma anche il timore di alcuni governi europei che avevano intravisto nella Scozia un pericoloso precedente per altre forme di nazionalismo in Ue. Anche a Bruxelles la notizia della vittoria degli unionisti ha, almeno per il momento, congelato la questione di una ipotizzata procedura “sui generis” per l’ottenimento della membership che avrebbe richiesto una modifica dei trattati previa approvazione dei 28 paesi membri.

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L’ampia partecipazione dei cittadini scozzesi è stata testimoniata dall’affluenza record registrata alle urne: ha votato l’84.59% degli aventi diritto con l’importante inclusione degli elettori più giovani a partire dai sedici anni di età.

Il risultato della consultazione popolare ci consegna l’immagine di un paese spaccato in due sulla questione dell’indipendenza: il 44.7% degli scozzesi si è espresso a favore dell’indipendenza mentre il 55.3% si è dichiarato pro-unione. Gli elettori hanno fatto dunque loro lo slogan della coalizione unionista “Better Together” dimostrando ancora una volta l’esistenza di una doppia identità –  una “dual identity” per dirla con lo studioso di nazionalismi Luis Moreno – che li lega intimamente all’Inghilterra e al resto del Regno Unito. Il rapporto con la realtà statale di cui gli scozzesi sono parte è piuttosto complesso e articolato e oggi più che mai appare evidente quanto sia superficiale un’analisi che ne evidenzi esclusivamente il dato conflittuale.

Malgrado la sconfitta degli indipendentisti  – e in primis di Alex Salmond  e dello Scottish National Party  – la questione scozzese rimane aperta. Il governo britannico non può, infatti, ignorare l’esistenza di una forte spinta interna verso forme sempre maggiori di emancipazione politica, economica e giuridica. Lo stesso Cameron ha già promesso nuove forme di devoluzione anche se probabilmente minori rispetto al progetto della cosiddetta “devo-max”. Questa formula –  che Salmond voleva inserire come secondo quesito referendario – indicherebbe il massimo grado di devoluzione di poteri possibile sotto la cornice statuale del Regno Unito, attraverso l’attribuzione con legge ordinaria di poteri dal livello centrale di governo al livello periferico.

La peculiarità del sistema britannico è data dal fatto che lo Sato e le Nazioni di cui questo si compone sono stati a lungo in tensione e non hanno avuto sempre un significato condiviso. Tale ambiguità – che ha trovato espressione nella flessibilità dell’impianto giuridico britannico – ha consentito da un lato il successo dell’Unione, ma ha rappresentato dall’altro la sua debolezza, in quanto potenzialmente aperto a successive trasformazioni. La natura essenzialmente asimmetrica del sentimento nazionale spiega dunque come sia difficile applicare soluzioni federali o unitarie al contesto britannico. Fallito il tentativo di forgiare un vero e proprio sentimento identitario britannico, l’unione ha tentato di preservare per più di trecento anni l’identità delle nazioni più piccole come la Scozia all’interno di una più grande struttura politica attraverso forme flessibili di devoluzione di poteri.

Oggi però gli scozzesi chiedono di più. Se è vero che gli indipendentisti sono stati sconfitti bisogna infatti ricordare che i “si” sono stati ben 1.617.989, e che coloro che si sono espressi a favore dell’unione rivendicano in gran parte spazi di autonomia maggiori che vanno da una semi-indipendenza fiscale, ad una maggiore quantità di introiti ricavati dal petrolio fino ad includere un  ampliamento delle competenze legislative di Holyrood.

Qualora concesso, un simile accrescimento di poteri avrebbe implicazioni anche sul fronte interno all’unione. È verosimile immaginare che il processo di devolution inizierà a interessare anche le altre parti del Regno Unito come il Galles e l’Inghilterra. Inoltre, parallelamente alla diminuzione degli spazi di interferenza di Westminster nella vita politica scozzese, dovrà essere ridotto anche il peso dei parlamentari e dei politici scozzesi su questioni che non possono essere definite  propriamente nazionali.

Indipendentemente dal risultato del referendum, il voto sull’indipendenza scozzese sta avendo un importante significato anche sul piano internazionale. Il movimento secessionista in Catalogna ha tratto nuovo slancio dallo svolgimento della consultazione popolare d’oltremanica. Gli indipendentisti catalani sono infatti decisi a percorrere lo stesso iter per poter decidere liberamente le proprie sorti. “Quella della Scozia è la strada giusta, l’unica per risolvere i conflitti. Il processo catalano va avanti” ha dichiarato Artur Mas presidente della Generalitat catalana non appena noto l’esito del referendum scozzese.  Nonostante l’opposizione di Madrid, il parlamento di Barcellona ha approvato una legge che dà copertura legale alla convocazione di un referendum indipendentista per il prossimo 9 novembre. Il governo spagnolo minaccia di fare ricorso alla Corte Costituzionale ritenendo fin da ora privo di significato giuridico il risultato delle votazioni. Del resto la fissazione del referendum in Scozia ha fatto seguito a un Agreementdel 15 ottobre 2012 sottoscritto dal governo del Regno Unito e da quello Scozzese, in cui è stato concordato di lavorare insieme per permettere il corretto svolgimento delle votazioni. Il 16 gennaio 2013 la camera dei Lord ha approvato all’unanimità il trasferimento di poteri a Holyrood per consentire lo svolgimento del referendum. Una simile votazione era di fatto necessaria essendo le materie costituzionali riservate a Westminster. I poteri sono stati così trasferiti sulla base della sezione 30 dello Scotland Act del 1998 e dell’Agreement, aprendo la strada per l’introduzione di un Referendum Bill approvato dal Parlamento Scozzese il 14 novembre 2013.

In Spagna, il movimento indipendentista catalano deve invece fare i conti con un governo avverso al progetto secessionista fermamente convinto dell’”unità indissolubile della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli”. Certo è che sei la maggioranza degli elettori catalani si esprimerà a novembre a favore dell’indipendenza  – come è prevedibile che succeda con una ampia maggioranza – il governo centrale spagnolo non potrà ignorare del tutto la volontà del popolo catalano anche se questa si esprimerà fuori dalla cornice costituzionale.