Dopo 22 anni dall’accordo di pace in Irlanda del Nord, il Regno Unito è al capolinea?

Il 10 aprile del 1998 veniva firmato a Belfast il “Good Friday Agreement”, dal governo britannico di Tony Blair, dai principali partiti politici nordirlandesi e dal governo della Repubblica d’Irlanda, guidato da Bertie Ahern. La regione dell’Irlanda del Nord, martoriata dal più grave conflitto europeo del dopoguerra, trovava finalmente la pace. 

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Fu fondamentale l’impegno dei partiti per la buona riuscita dei negoziati, portati avanti da tutte le parti in causa nei mesi precedenti alla firma, così come furono fondamentali sia il ‘cessate il fuoco’ dei gruppi paramilitari sia l’attenta supervisione degli Stati Uniti sulle trattative, tramite il senatore Mitchell. 

L’accordo infatti fu ratificato un mese dopo con un referendum della popolazione nordirlandese, stanca di un conflitto che durava da circa un trentennio e che aveva causato più di 3200 morti nella regione. Fu un accordo storico perchè da una parte riportò la pace e dall’altro fece iniziare un processo di integrazione tra le due comunità, una cattolica nazionalista e l’altra protestante unionista, purtroppo non ancora completato. 

Con il senno di poi si può ammettere che non fu un accordo perfetto visto che fu il frutto di grandi compromessi (come sempre accade in questi casi) e che non diede i mezzi migliori per attuare realmente una ‘normalizzazione’ dell’Ulster. Ma fu lo strumento adatto in quel momento per portare la pace, cosa per niente scontata, in una regione profondamente divisa. A ormai 22 anni da quell’accordo diversi cambiamenti notevoli hanno attraversato non solo l’Irlanda del Nord, ma anche la Repubblica d’Irlanda e l’intero Regno Unito.   

Nella regione dell’Ulster, solamente nel gennaio scorso, i partiti politici sono riusciti finalmente a trovare un accordo per la formazione di un nuovo governo, dopo 3 anni in cui il Parlamento di Stormont è stato chiuso e inattivo. Dalle ultime elezioni, tenutesi nel giugno 2017, sono emersi nuovi equilibri sociali, visto che la popolazione nazionalista è cresciuta, riducendo e quasi azzerando la distanza quantitativa con la parte unionista, storicamente predominante. 

Arlene Foster, leader del DUP (Democratic Unionist Party), è stata infatti nominata primo ministro mentre il suo vice, carica con praticamente gli stessi poteri del premier, è Michelle O’Neill, figura emblematica del rinnovamento dello Sinn Féin. Proprio il ‘Belfast Agreement’ del 1998 ha dettato le linee del cosiddetto ‘power-sharing’ tra le due comunità.  

La Repubblica d’Irlanda è invece ancora impantanata nella definizione di un nuovo governo dopo la tornata elettorale dello scorso febbraio, in cui lo Sinn Féin (che si presenta sia nell’Ulster che nella Repubblica) ha visto accrescere il proprio consenso diventando il primo partito, un risultato sorprendente ma non troppo.  

E’ riuscito infatti ad incanalare il malcontento di gran parte della popolazione su temi come il caro prezzi, l’emergenza abitativa e i malfunzionamenti della sanità, nonostante l’Irlanda abbia avuto in questi ultimi anni una crescita economica imponente con i governi Fianna Fail-Fine Gael. In generale in tutta l’isola il numero dei nazionalisti è aumentato e questo, per forza di cose, sarà determinante per il futuro sia dell’Irlanda che dell’Irlanda del Nord. 

Inutile negare che questi cambiamenti sociali siano derivati in parte anche dal lungo processo della Brexit, che ha visto come primo protagonista proprio il possibile confine all’interno dell’isola irlandese, il quale ha scatenato frapposte reazioni tra le parti e che, con molta probabilità, farebbe ripiombare il Nord Irlanda in un clima di tensione e violenza scatenato dai residui dei gruppi paramilitari ancora attivi. 

La maggioranza della popolazione nordirlandese, d’altronde, aveva votato per rimanere nell’Unione Europea al referendum sulla Brexit del 2016. Un voto che fino ad adesso non è stato di fatto tenuto in considerazione. Nell’Accordo del Venerdì Santo è previsto, tra le altre cose, che nessun cambiamento dello status costituzionale della regione dell’Ulster possa essere adottato senza il consenso della popolazione. Un’uscita dall’UE potrebbe rientrare all’interno di questa categoria, il che avrebbe dei risvolti particolari. 

Quel che appare però è che la diminuzione della popolazione unionista o filo-britannica nel Nord Irlanda e la crescita dei nazionalisti su tutta l’isola, desiderosi di una riunificazione tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, rendono questa eventualità molto più vicina che in passato, sebbene sia comunque un obiettivo nel medio e lungo futuro.  

Allo stesso modo anche le istanze secessioniste della Scozia hanno preso maggior vigore e viene richiesto a gran voce un altro referendum dal primo ministro Nicola Sturgeon, dopo quello fallito del 2014. Anche la nazione scozzese d’altronde ha votato in maggioranza per rimanere nell’UE nel 2016. Altra ‘provincia’ della Gran Bretagna, che storicamente è sempre stata molto legata all’Inghilterra, è il Galles. Da lì però, escludendo qualche timido movimento indipendentista, non giungono sentimenti di rivalsa. 

Che la Brexit sia stata una chiara volontà da parte dell’Inghilterra più profonda e più interna di isolarsi dal resto del continente, con cui in realtà non si era mai integrata, è un dato di fatto. Ma può non essere stata motivata solo da questo. Un’altra visione, come sostiene per esempio Dario Fabbri di Limes, è quella di considerarla come un estremo tentativo di ricercare un’unità che si stava già perdendo. Ricompattare le ‘province’ come l’Irlanda del Nord e la stessa Scozia all’interno del Regno Unito, estraneandosi dall’UE.  

Ad oggi, quello che si può dire con cauta certezza, è che la Brexit, unita ad altri fattori, ha di fatto accelerato il processo di disgregazione di un Regno che tanto ‘Unito’ non lo è più. 

Luca Sebastiani,
Junior Fellow Geopolitica.info