Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco – pt. 4

Cosa ha spinto Trump a mutare così radicalmente la sua politica verso la Russia? Axel Famiglini per Geopolitica.info propone un’analisi di alcuni fattori alla base del rapporto Trump-Putin. Ecco l’ultimo contributo di 4 articoli.

Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco – pt. 4 - Geopolitica.info

L’attacco americano in Siria ed il plauso generale degli alleati
L’attacco americano alla base siriana dalla quale sarebbe partito il bombardamento chimico promosso dal regime di Assad ha suscitato il plauso generale di tutti coloro che a vario titolo hanno sostenuto nel corso dei sei anni di guerra civile i ribelli anti-regime, nonché la viva approvazione degli alleati degli Usa in estremo oriente come Australia e Giappone, i quali confidano di ottenere una politica più muscolare (ma non dissennata) da parte di Washington nei confronti di Cina e Corea del Nord. In particolare la Turchia ha potuto beneficiare di una ragguardevole boccata di ossigeno per le proprie aspirazioni in politica estera, essendosi trovata ormai da troppo tempo con l’acqua alla gola sulla questione siriana. Ankara pertanto si è sentita sufficientemente forte per riaffermare con rinnovato slancio il fatto che Assad se ne debba andare nonostante Erdogan stesso avesse ben chiaro che non poteva permettersi uno scontro con la Russia, soprattutto nel corso della campagna elettorale del referendum sul presidenzialismo che ha riguardato in primo luogo il proprio destino politico alla guida del Paese. Sia il Regno Unito che la Francia, dopo aver subito un crescente isolamento sul piano internazionale, hanno salutato con estremo favore l’azione americana anche se, dietro le righe, non sono mancati dei dubbi, soprattutto da parte francese, sulla razionalità e sulle reali finalità dell’iniziativa “trumpiana”. L’attacco contro il regime di Assad, promosso dall’amministrazione americana, ha indubbiamente mandato un segnale a Damasco in tema di apparenti “linee rosse” che non dovrebbero essere superate e di accordi platealmente non rispettati (come quello palesemente disatteso sulla consegna dell’arsenale chimico patrocinato e confezionato per Obama dall’inaffidabile e “bifronte” Russia di Putin), tuttavia tale azione militare non ha certamente condotto ad un punto di svolta la guerra civile siriana, essendo stati gli Americani ben attenti a non colpire obiettivi di interesse russo. L’ambigua azione internazionale del nuovo segretario di stato Tillerson apparirebbe maggiormente finalizzata ad inviare segnali geopolitici ben precisi al Cremlino rispetto al nuovo corso americano piuttosto che a sostenere effettivamente un cambio di regime a Damasco. Sembrerebbe in realtà che gli Usa, a seguito dell’azione militare posta in essere in territorio siriano, abbiano voluto mandare un messaggio a Russia, Iran e Cina sul fatto che gli Stati Uniti, dopo gli anni dello smarrimento obamiano, siano tornati determinati a far valere le proprie irrinunciabili prerogative anche attraverso l’uso della forza. La bomba “Moab” in Afghanistan possiede indubbiamente un significato di questo tipo, soprattutto a fronte delle crescenti minacciose ingerenze sino-russe nella regione e dei relativi rovesci subiti dal governo filoamericano di Kabul. La vicenda nordcoreana va altresì letta nella logica dei rapporti commerciali in essere tra Stati Uniti e Cina. Lo stesso presidente Trump ha fatto capire che la guerra commerciale che la Casa Bianca intende  intraprendere nei confronti di Pechino potrebbe essere calmierata dal fatto che la Cina risulti al fin fine “collaborativa” nel contrastare le mosse nucleari del regime di Pyongyang, storico alleato dell’ex-celeste impero e comoda spina nel fianco posta ai danni degli interessi americani.

Ciononostante agli alleati europei e mediorientali, Israele inclusa, la “nuova” amministrazione Trump piace perché il potenziale militare offerto dall’alleanza con gli Stati Uniti potrebbe permettere loro di tornare a minacciare l’intervento americano qualora questi lo ritengano necessario per affermare i propri interessi. Tuttavia il fatto che i militari USA, dopo anni di umiliazioni subite nell’era Obama (il quale probabilmente non era facilmente ricattabile), siano riusciti a tenere in pugno la Casa Bianca come mai prima d’ora potrebbe risultare altresì pericoloso sia per coloro che ritengono di aver nuovamente ristabilito un canale di comunicazione privilegiato con Washington che per coloro che avevano sperato che l’isolazionismo trumpiano avrebbe alla fine trionfato, lasciando così totale campo libero a Mosca, Pechino ed alleati. Infatti se gli Stati Uniti ritengono oggi di dover riaffermare il proprio ruolo nel mondo iniziando semplicemente a far detonare armi convenzionali nei vari teatri globali di crisi, ciò potrebbe condurre ad un ulteriore imbarbarimento dei rapporti internazionali, ad una incontrollabilità ed imprevedibilità della politica Usa e a  generare, in definitiva, delle conseguenze difficilmente immaginabili nel breve-medio periodo, in particolare a fronte di regimi, come quello nordcoreano, che alimentano il proprio potere interno anche grazie alle provocazioni militari messe in atto nei confronti dei presunti nemici esterni quali, per l’appunto, gli Stati Uniti. Un possibile nuovo test atomico della Corea del Nord potrebbe condurre ad un attacco aereo americano che a sua volta rischierebbe di indurre il regime di  Pyongyang ad intraprendere azioni che renderebbero una guerra totale nella penisola coreana del tutto inevitabile. Parimenti questo stato di grazia nel quale i “tradizionalisti” americani si trovano ad operare da pochi giorni potrebbe comunque terminare se i “trumpisti” riuscissero nuovamente a riprendere in mano le redini della stanza dei bottoni. In questa situazione di incertezza e di estrema imprevedibilità le divisioni e le lotte interne insite da troppi anni in seno alla politica americana rischiano di non tramutare il mondo in un luogo più sicuro come molti sperano che torni ad essere lo scenario internazionale dopo la sorprendente conversione di Trump sulla via di Damasco.

Purtroppo l’Europa rimane divisa sul da farsi ed in particolare sulla risposta da dare alla Russia in merito al suo coinvolgimento nella crisi siriana, essendo alcuni Paesi europei assai restii a sobbarcarsi la responsabilità e l’onere di tutelare in prima persona la credibilità politico-militare dell’Occidente (rimane in tal senso emblematico, oltre alla perdurante crisi ucraina, il tentato colpo di stato in Montenegro recentemente orchestrato da Mosca) se non, nei casi più estremi, come quello italiano, più interessati a fare affari con Mosca e a tramutarsi, alla bisogna, in volontari cavalli di Troia del Cremlino in seno alla UE  in cambio di quale briciola russa in Europa orientale, in Siria ed addirittura nella nostra ex-colonia libica. Le derive autoritarie della Turchia di Erdogan hanno a più riprese adombrato le socialdemocrazie europee, ciononostante è arduo ammettere che si possa chiedere alla Turchia di contribuire alla stabilizzazione del Medioriente (fornendo, oltretutto, aiuto e supporto finanziario e politico) e pretendere contestualmente che questa tolleri in silenzio le critiche rivolte al suo governo in tema di diritti civili e democratici espresse con toni che lasciano pochi spazi all’interpretazione. Indubbiamente può suscitare una certa emozione negli animi più sensibili il fatto  che in Turchia la democrazia possa  essere, in un certo senso, messa in discussione, tuttavia la mera realpolik, la quale dovrebbe consigliare un’azione politica lucida e non scossa da un certo grado di dilettantismo, dovrebbe suggerire che, una volta cassata “de facto” ogni possibilità per Ankara di aderire all’Unione europea, non competa agli stati europei valutare pubblicamente se la Turchia si stia effettivamente avviando verso un presidenzialismo di carattere scarsamente liberal-democratico. Sarebbe invece maggiormente opportuno e nell’interesse di tutti gli attori in gioco che gli Europei si preoccupassero del fatto che una Turchia isolata e alla disperata ricerca di alleati non sia infine costretta a ridursi in una mera dépendance del Cremlino, mandando alle ortiche qualunque possibilità di plasmare a proprio vantaggio lo scenario siriano e mediorientale, nonché perdendo un’importante alleato politico e militare nella regione.  Da questa prospettiva il recente insuccesso della missione diplomatica di Boris Johnson tesa a convincere i Paesi del G7 ad imporre nuove sanzioni a Mosca dimostra come una politica che non possieda alle sue spalle né un adeguato spiegamento di forze militari né alleati pronti a mettersi in gioco in prima persona poco possa fare per ingenerare un mutamento di idee sui grandi temi della politica internazionale in quegli stati che tutt’ora considerano la guerra come una mera continuazione della politica. In tal senso la battaglia “trumpista” atta ad indurre gli alleati Nato a spendere una cifra adeguata nel settore della difesa rimane probabilmente l’unico elemento ancora valevole e condivisibile dell’ormai apparentemente “tumulata” politica estera  del “giovane ed inesperto” Donald Trump.