Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco -pt.3

Cosa ha spinto Trump a mutare così radicalmente la sua politica verso la Russia? Axel Famiglini per Geopolitica.info propone un’analisi di alcuni fattori alla base del rapporto Trump-Putin che verrà pubblicata in 4 articoli.  

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Donald Trump: “Questa o quella per me pari sono”

Il punto più basso dei rapporti tra Stati Uniti ed alleati euro-mediorientali si è probabilmente consumato quando fonti governative e diplomatiche americane hanno dichiarato a fine marzo un cambiamento di rotta radicale nella politica statunitense sul fronte siriano ovvero il fatto che l’allontanamento dal potere di Assad non fosse considerato più una priorità per l’amministrazione Trump. Nonostante da parte di Londra e Parigi si fosse ancora una volta rimarcato il fatto che Assad dovesse lasciare il potere dopo una transizione politica, questo ulteriore mutamento di “umore” della Casa Bianca deve aver indotto Mosca ed alleati ad intendere che Washington fosse ormai pronta per un accordo vantaggioso sulla Siria. Assad, dal canto suo, deve aver letto queste ultime dichiarazioni americane come la formale accettazione della sua permanenza in carica da parte di Washington e pertanto si è probabilmente sentito legittimato ad agire come meglio ritenesse opportuno. Quello che però né Assad né Putin immaginavano era che a Washington le condizioni per un colpo di mano contro Trump (e le sue tendenze familistiche) fossero ormai mature. Le inchieste volte a chiarire i rapporti tra i consiglieri del presidente ed i Russi probabilmente si erano progressivamente approfondite a sufficienza anche grazie all’aiuto di vecchia data dei Britannici e già alcune “teste” vicine al presidente erano saltate (Flynn, Bannon) in seno all’amministrazione americana proprio a causa di rapporti non leciti intercorsi con ambienti dei servizi segreti russi. L’attacco chimico di Assad contro la popolazione civile siriana ha rappresentato il “casus belli” per quello che non sembrerebbe esagerato definire come una sorta di “mini golpe” in seno alla Casa Bianca. Non si spiega altrimenti come sia stato possibile che il presidente Trump ed il suo gabinetto di ministri abbiano mutato di 180 gradi, nel giro di pochissime ore, l’orientamento politico insito in tutte le più importanti dichiarazioni offerte ai media mondiali in tema di politica estera da Trump stesso e dai suoi più stretti collaboratori. Si può supporre che nel momento in cui Assad, con il tacito consenso dei Russi (i quali, forse, in seno alle imperscrutabili logiche del Cremlino, preparavano la prevedibile vendetta per il fin troppo puntuale attentato alla metropolitana di San Pietroburgo), gasava cittadini siriani inermi, i militari e l’intelligence “a stelle e a strisce” abbiano posto sul tavolo del presidente prove inoppugnabili relative a rapporti intercorsi tra elementi del suo entourage (o addirittura lui stesso) e i servizi russi e abbiano costretto il presidente o ad affrontare con accondiscendenza il ricatto o a subire le gravi conseguenze derivanti dall’aver intrattenuto, direttamente o indirettamente, rapporti “non autorizzati” con Mosca. Trump, colta la rilevanza delle accuse mossegli e delle possibili conseguenze poste alla sua attenzione dal “fronte tradizionalista” del governo americano, ha evidentemente capito “l’antifona” e si è trovato costretto ad ufficializzare quello che gli è stato chiesto di fare, di fatto sconfessando totalmente l’intera linea politico-programmatica che la Casa Bianca aveva sostenuto in politica estera fino a pochi giorni prima, a partire dal più volte preannunciato nuovo corso nei rapporti con Putin fino alla palese dichiarazione di inutilità della Nato.

Ciononostante la possibile assunzione di leadership da parte dei militari dell’amministrazione Trump non è stata organizzata a pieno svantaggio dell’immagine del presidente Usa, dato che Trump aveva sempre promesso all’elettorato di far tornare gli Stati Uniti all’apice della propria potenza militare. Lo stesso attentato di Stoccolma, occorso nel medesimo giorno dell’attacco americano in Siria, ha in un certo qual modo offerto un omaggio alle capacità divinatorie di un presidente che già si era lanciato in previsioni suffragate sul nulla in merito al livello di sicurezza della capitale svedese.