L’elezione di Donald Trump e le possibili conseguenze per Taiwan e la regione Asia-Pacifico

Gli equilibri della regione saranno necessariamente modificati dall’approccio della politica statunitense. Durante la campagna elettorale il neo presidente Donald Trump non ha mai accennato alla questione del Mar del Sud cinese.

L’elezione di Donald Trump e le possibili conseguenze per Taiwan e la regione Asia-Pacifico - GEOPOLITICA.info (cr: Brigette Supernova/The Daily Beast)

D’altra parte anche Hillary Clinton ha accuratamente evitato di indicare una soluzione univoca per una delle vicende geopolitiche più delicate nello scenario internazionale. L’area che registra il maggior volume di traffico commerciale al mondo è la chiave di volta per comprendere il possibile futuro non solo della regione ma anche delle prospettive dell’economia globale. Il ruolo statunitense nel Pacifico ha determinato una forte conflittualità con Pechino, a riprova della sostanziale inefficacia della politica di Obama nella regione. La Trans-Pacific Partnership (TPP) che doveva essere lo strumento degli Stati Uniti nella realizzazione del “Pivot to Asia”, principale obiettivo degli otto anni di mandato presidenziale appena terminato, è stata contestata durante la campagna elettorale da entrambi i candidati. La scelta di Hillary Clinton, che era stata inizialmente tra i promotori della TPP, di non sostenere l’accordo è indicativa dell’ambivalenza nell’adottare una linea univoca nei confronti di Pechino.

L’unica reazione ufficiale di Pechino alla elezione di Donald Trump è stata sino ad ora affidata ad un comunicato del portavoce del ministero degli Esteri che, prendendo atto del risultato delle consultazioni, dichiarava la volontà del governo cinese di mantenere buoni rapporti commerciali con gli Stati Uniti. Un comunicato che riflette la tradizionale prudenza di Pechino rispetto agli eventi internazionali, il governo cinese non esprime mai in maniera diretta reazioni o commenti “a caldo”. Bisognerà aspettare qualche mese per comprendere la reale risposta di Pechino, la stampa cinese si era espressa in maniera decisamente negativa su una possibile presidenza Trump. La Clinton offriva dei riferimenti politici abbastanza chiari, con una politica incentrata su obiettivi più legati ad elementi geostrategici che economici.

Foreign Policy ha espresso chiaramente la sua visione del futuro della regione in un articolo, dichiarando che la vera vincitrice dell’elezione statunitense è stata proprio la Cina. Secondo l’autorevole giornale l’approccio di Trump sulla questione dei diritti umani e sul futuro di Hong Kong sarà di senso opposto alla presidenza Obama e la stessa vicenda del Mar Cinese meridionale potrebbe venire declassata nelle priorità statunitensi.

Un altro nodo cruciale nell’equilibrio della regione è Taiwan, il paese è sempre stato tradizionalmente legato al partito repubblicano, ma il legame esile tra il nuovo presidente degli Stati Uniti e il proprio partito non rappresenta una garanzia sufficiente per Taipei. Le dichiarazioni di Trump sugli equilibri geostrategici asiatici, in particolare sulla impossibilità statunitense di garantire continuamente la difesa di Seul e Tokyo di fronte alle ingerenze cinesi, si rifanno ad una classica politica isolazionista. Trump in campagna elettorale ha fatto continui riferimenti alla necessità di contrastare l’economia cinese, raffigurata come la vera responsabile della crisi di alcuni comparti cruciali dell’economia statunitense e alla necessità di limitare il disastroso effetto dell’invasione delle merci cinesi nel mercato interno.

Le misure per contrastare lo strapotere dell’economia cinese non potranno essere esclusivamente legate a modalità interne di regolamentazione della circolazione delle merci ma dovranno affrontare il complesso quadro strategico della regione del Pacifico. L’isolazionismo di Washington potrebbe spingere alcuni paesi, Filippine in primis, nelle braccia di Pechino mentre una riduzione dell’attenzione nei confronti delle presunte violazioni dei diritti umani da parte della Cina garantirebbe un nuovo corso nelle relazioni tra Washington e Pechino.

Una rinnovata relazione con Taiwan, improntata ad un approccio più muscolare ed energico, potrebbe essere la chiave della politica statunitense nella regione. Una presidenza Trump potrebbe far cadere le limitazioni per la vendita di armamenti bellici a Taipei per interpretare le relazioni con Taiwan nella tradizione di ogni presidenza repubblicana. Il neo presidente dovrà necessariamente ricucire i contrasti all’interno del partito repubblicano e il rapporto con Taiwan potrebbe costituire uno degli elementi per ricostruire una fiducia reciproca. La questione di Taiwan è uno dei pochi elementi, all’interno delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina, che potrebbe generare una vera e propria rivolta all’interno del partito repubblicano nei confronti del presidente.

Durante la campagna elettorale l’orientamento di Trump in politica estera non è mai stato chiaro e univoco, tutti gli occhi del mondo sono ora puntati sulla Casa Bianca per comprendere le reali intenzioni del presidente. Sicuramente ci sarà una discrepanza tra i proclami di Trump candidato e le politiche che adotterà nel delicato scacchiere del Pacifico, solo i prossimi mesi potranno svelare la reale direzione dell’azione statunitense in Asia.