Doha, l’incognita nell’asse Riyadh-Abu Dhabi

La fine dell’embargo del Qatar, sancito durante il 41° vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha segnato un punto di svolta nelle relazioni tra i sei Paesi membri. La riconciliazione si è rivelata estremamente vantaggiosa per Riyadh e Doha, tuttavia numerosi segnali, tra cui l’assenza dell’Emiro di Abu Dhabi Muhamad bin Zayed, farebbero ipotizzare una certa freddezza emiratina nei confronti del Qatar. Il riavvicinamento dell’Arabia Saudita con Doha rischia davvero di compromettere la solidità dell’asse Riyadh-Abu Dhabi?

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Un’alleanza pluridecennale

Uniti da una comune visione politica degli assetti regionali e da una forte cooperazione socioeconomica, Arabia Saudita ed Emirati Arabi possono vantare una delle relazioni bilaterali più solide all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC nell’acronimo inglese). Questa alleanza pluridecennale cominciò a consolidarsi con l’avvento delle Primavere arabe che scossero l’intera regione del Nord Africa e Medio Oriente, senza risparmiare le ricche monarchie del Golfo. Le incognite securitarie connesse alle rivolte popolari esplose nel vicino Bahrein infatti convinsero Abu Dhabi e Riyadh a fare fronte comune per prevenire insurrezioni a livello nazionale. Vari fattori rafforzarono ulteriormente tale unione: gli interventi militari congiunti in vari teatri come Libia, Yemen e Bahrein, il tentativo di isolare il nemico Iran e i suoi proxies regionali e l’antagonismo nei confronti dell’Islam politico, annoverata tra le motivazioni che spinsero i due Paesi a guidare una coalizione, congiunta con Bahrein e l’Egitto, contro il Qatar. Quest’ultimo venne infatti isolato diplomaticamente nel 2014 in seguito al sostegno manifestato nei confronti delle rivolte di piazza Tahrir e del neoeletto presidente egiziano Muhammad Morsi nonché esponente della Fratellanza Musulmana, considerata dai quattro Paesi un’organizzazione terroristica. La crisi diplomatica sembrò risolversi nove mesi più tardi grazie alla mediazione del Kuwait, per poi riaccendersi nel 2017 quando all’isolamento diplomatico si aggiunse un embargo economico e logistico. Nel giugno 2018, Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno rafforzato ulteriormente le loro relazioni bilaterali raggiungendo una visione comune sull’integrazione economica, militare e sociale che si ramificata in 44 progetti congiunti da implementare entro 5 anni. Questo accordo di partnership strategica, noto come “Strategia Al-Azm” viene amministrata dal Consiglio di Coordinamento saudita-emiratino allo scopo di rafforzare la sicurezza e la sovranità di entrambi i Paesi a livello regionale e internazionale. Tra i risultati raggiunti in questa cornice, sicuramente uno dei più significativi è la cooperazione economica. Nel settembre 2020 ad esempio, Ahmed Mahboob Musabih, direttore generale di Dubai Customs, dichiarava all’agenzia di stampa emiratina WAM che “il solido rapporto economico che l’Arabia Saudita ha con gli Emirati Arabi Uniti riflette i forti legami tra i due Stati e lo stretto lavoro e la cooperazione tra loro in diversi aspetti” e che l’Arabia Saudita è il più grande partner commerciale arabo di Dubai e il quinto a livello mondiale. I due Paesi hanno dato prova della loro forte unione anche nella cooperazione sociale. A tal riguardo, il 30 dicembre, Fatima bint Mubarak, Presidente dell’Unione generale delle donne (GWU) e della Fondazione per lo sviluppo familiare (FDF), ha sottolineato come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita abbiano rappresentano un esempio globale nel raggiungimento della coesione sociale tra famiglie arabe. In occasione del lancio del primo forum virtuale congiunto dei due paesi, dal titolo “Famiglia sicura, Comunità sicura”, la Madre degli Emirati Arabi Uniti ha ricordato il significativo sviluppo dei legami storici tra Emirati Arabi e Arabia Saudita.

L’asse Riyadh-Abu Dhabi a dura prova in Yemen 

Con la fine del regime di Saleh e quella che i media occidentali hanno definito come Primavere arabe, il territorio yemenita è stato risucchiato in anni di proteste e interferenze transnazionali. La transizione politica avviata dal Consiglio di Cooperazione del Golfo, a posteriori, ha incentivato le proteste dei gruppi separatisti fedeli all’ex presidente e dello schieramento sciita Houthi, appoggiato dalla Repubblica Islamica dell’Iran, andando a delineare due sfere d’influenza nel territorio: una con base a Sana’a e l’altra con sede a Aden.

A quasi sei anni dal suo inizio, il dossier yemenita non sembra mutato e si presenta come uno dei più complessi della regione nel quale l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti vestono ancora i panni dei protagonisti (ma non sono i soli). Le critiche sollevate nell’ultimo anno sono giustificate da una serie di eventi che sembrano affievolire sempre di più quel fronte saudita-emiratino del 2015. Il Consiglio di Transizione Meridionale (STC), sostenuto da Abu Dhabi, si è rivelato nell’ultimo anno uno dei nodi più complessi per Riyadh, specie dopo l’episodio risalente a maggio 2020, quando alcuni pirati armati attaccarono deliberatamente una chimera nel Golfo di Aden. Il governo yemenita, sostenuto da Riad, paventa che proprio l’STC possa promuovere attività di contrabbando nel Golfo, in particolare si teme un corridoio diretto Iran-Houthi, favorito proprio dal Consiglio di Transizione.

La situazione è estremamente complicata: contrastare il Consiglio di Transizione Meridionale vorrebbe dire contrastare indirettamente gli Emirati Arabi Uniti; allo stesso modo, opporsi al governo yemenita significherebbe inimicarsi l’Arabia Saudita. Sebbene Riad sembri favorevole alla creazione di un governo congiunto (coinvolgendo se necessario anche i gruppi separatisti), una tale azione significherebbe assecondare le volontà emiratine e separatiste, interrompendo la supremazia del governo yemenita.

Ai già noti punti di frizione, è doveroso aggiungere una volontà espansionistica degli Emirati Arabi Uniti, al fine di accrescere la loro influenza nel Golfo arabo-persico non solo politicamente ma anche economicamente. Entrambi i Paesi non sembrerebbero pronti ad un mutuo addio, in quanto il clima che andrebbe a crearsi nella regione sarebbe a vantaggio unicamente della Repubblica Islamica, focus sul quale l’asse Riyadh-Abu Dhabi sembra intenzionata a concentrarsi. Avvalorando ulteriormente questa posizione, il 16 gennaio 2021, gli Emirati Arabi Uniti hanno fermamente condannato i ribelli Houthi, colpevoli di svariati attacchi contro le forze saudite per mezzo di droni balistici. La condanna si conclude con una proclamazione di fedeltà emiratina verso l’Arabia Saudita, chiarendo che qualsiasi ulteriore attacco ai danni delle forze saudite verrà considerato parimenti dalle milizie emiratine.


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Il rebus mediorientale del  41° vertice del GCC

L’esito del 41° vertice del GCC sembra rivelarsi come l’ennesimo rebus mediorientale da decifrare più che la risoluzione delle frizioni nel Golfo. La Dichiarazione di Al Ula, contrariamente alle aspettative, rischia di evolversi in una pace bilaterale tra Arabia Saudita e Qatar e non nel presupposto per l’allineamento politico dei Paesi del Golfo. Sono infatti questi due Paesi ad aver beneficiato maggiormente dei vantaggi della fine dell’embargo. Il Qatar risulta essere il vero vincitore della crisi in quanto, di fatto, non ha dovuto rispondere delle 13 domande che il Quartetto arabo (Arabia Saudita, EAU, Bahrein e Egitto) presentò come ultimatum per porre fine all’isolamento. Tra queste vi era la chiusura del canale Al Jazeera, la fine del finanziamento di organizzazioni considerate terroristiche, prima tra tutte la Fratellanza Musulmana, e l’allontanamento da Iran e Turchia. Da parte sua, il cambio di rotta saudita va interpretato come il tentativo di “strizzare l’occhio” al nuovo Presidente statunitense Joe Biden, che già aveva espresso forti preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani nel Paese a seguito dell’assassinio del giornalista Kashoggi. La chiusura di un dossier scottante come la crisi qatariota e la volontà di rinsaldare le alleanze all’interno del GCC concorrono alla creazione di un’immagine nuova e moderna del Regno, che non a caso si incarna nella figura del giovane principe ereditario Muhammad bin Salman.

Le principali ostilità apparentemente emerse al 41° GCC sono da ricercare nell’assenza dell’Emiro di Abu Dhabi Muhammad bin Zayed, fervido sostenitore delle misure di embargo nel 2017. L’avversione emiratina verso Doha è ben nota agli studiosi mediorientali; visto come principale fonte destabilizzatrice nella penisola arabica, per il suo legame con la Repubblica Islamica dell’Iran e all’islam politico, il Qatar è consapevole delle difficoltà che dovrà affrontare nel cammino di riconciliazione con gli Emirati Arabi, sottolineate dal Ministro Anwar Gargash che vide nel tempo, l’unica speranza per una rinnovata fiducia tra i due Paesi.

Nel contesto di riconciliazione, Abu Dhabi è certamente stata la provocatrice per eccellenza, scegliendo di non prendere parte al Consiglio di Cooperazione del Golfo e delegare, invece, la rappresentanza al sovrano di Dubai, Muhammad bin Rashid Al Maktoum. Verosimilmente, a causa della sua fitta rete di alleanze (parte integrante della sua politica estera) mostratesi entusiaste ad un ripristino delle relazioni qatariote, gli EAU sono stati presi in contropiede. Lo dimostra la volontà di MbS nel trovare unilateralmente una soluzione al dossier qatariota, preferendo tale approccio allo storico bilateralismo con gli Emirati Arabi, conscio della riluttanza di MbZ di partecipare ai negoziati. E’ plausibile che gli Abu Dhabi veda tutt’ora il Qatar come uno dei principali problemi del Golfo, sostenitore di un Islam politico che gli stessi EAU hanno cercato di combattere in molti teatri, come Yemen, Egitto e Libia. Se i timori dei sauditi nei confronti del c.d. effetto-Biden siano fondati o meno, è presto per dirlo; certamente, dopo la normalizzazione dei rapporti con Israele con gli Accordi di Abramo, i membri della penisola arabica sembrano rinvigoriti.

Nodo importante rimane la Repubblica Islamica dell’Iran, nei confronti della quale, nella dichiarazione conclusiva del recente vertice, il Consiglio Supremo del GCC ribadisce la denuncia dell’interferenza iraniana nelle questioni interne al GCC e la necessità che quest’ultimo aderisca ai principi sanciti nella Carta ONU e nelle carte di diritto internazionale, non dimenticando la questione nucleare, anch’essa bisognevole di un ridimensionamento. Con tali presupposti, la riconciliazione qatariota con i Paesi del Golfo avrebbe potuto far presagire una rottura con Teheran. Tuttavia ad avvalorare la tesi secondo cui Doha non vorrebbe rinunciare al suo rapporto speciale con l’Iran è la proposta, giunta nei giorni scorsi tramite Al Jazeera, di mediare una riconciliazione tra la penisola arabica e l’Iran. Un ulteriore punto da prendere in considerazione è la questione sospesa fra EAU e Iran per il possesso delle tre isole emiratine di Greater Tunb, Abu Musa e Lesser Tunb, importante punto di frizione fra Abu Dhabi e Teheran, ribadito nel 41° GCC. 

L’asse Arabia Saudita–Emirati Arabi Uniti poggia le sue fondamenta non tanto su obiettivi comuni da perseguire, quanto piuttosto su un comune accordo riguardante una serie di focus e tematiche “spinose”. Le Primavere arabe sono state il terreno perfetto per testare questo matrimonio di convenienza (decisamente riuscito), poi il conflitto yemenita, dove i due videro nell’Iran un nemico da contenere e infine la vicinanza di quest’ultimo al Qatar. Tuttavia, non sempre i due Paesi hanno battuto la stessa strada nel produrre i risultati auspicati; a tal proposito è sufficiente ricordare l’atteggiamento divisorio di Abu Dhabi in Yemen a fronte di una Riyadh unificatrice.

Nonostante alcune discontinuità e diverse criticità, sembra che il vertice di Al Ula abbia ravvivato i rapporti dell’intera penisola arabica. Avvalorando tale prospettiva, è bene notare le recenti dichiarazioni dei rispettivi Ministeri degli Esteri emiratino e qatariota, i quali, a seguito dell’ingresso nello spazio aereo saudita di un missile balistico proveniente dall’organizzazione Houthi yemenita, hanno espresso profonda solidarietà verso Riyadh facendo propria la minaccia. 

In conclusione, sarà interessante vedere quanta influenza avrà su Riyadh e Abu Dhabi la dichiarazione unilaterale di un Qatar-mediatore verso la Repubblica islamica dell’Iran.  

Jessica Pulsone e Noemi Sanna,
Geopolitica.info