Doha e Abu Dhabi: così vicine, così lontane

Il recente summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo sembra aver sancito la pace tra Doha e il quartetto arabo, dopo tre anni di totale isolamento in cui addirittura si era favoleggiata l’ipotesi di scavare un canale così da relegare il Qatar in un’isola. Al di là della retorica, se è vero che la ricomposizione della frattura voluta da Riad è da intendersi come una mossa da buon padre di famiglia per compiacere il nuovo inquilino della Casa Bianca, è altrettanto vero che Abu Dhabi non ha alcuna intenzione di riabbracciare il figliol prodigo, che dalla metà degli anni ’90 veste i panni del battitore libero ed è considerato dagli Emirati una quinta colonna da riallineare al più presto.

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Le radici comuni e l’indipendenza

I due Stati, oggi vicini solo geograficamente, hanno in realtà un trascorso storico largamente condiviso, differenziatosi solo a partire dal XVIII° secolo. Nell’antichità, infatti, la regione orientale della penisola arabica fu inglobata nella periferia dell’Impero Seleucide fino alla conquista dei persiani; in seguito alla conversione all’Islam, però, le confinanti tribù arabe conquistarono la Persia e il territorio fu dunque assoggettato al Califfato, al quale seguì una fase in cui si affacciarono sul Golfo sia portoghesi che ottomani, interessati alle rotte marittime e ai traffici delle perle e degli schiavi. A questo punto della storia, i destini dei due Paesi si incrociarono per la prima volta con i piani di Londra; nel caso del Qatar, i britannici insediarono sul trono Mohammed, capostipite dell’odierna dinastia Al Thani, che pur non riuscì a opporsi al protettorato ottomano, mentre negli attuali Emirati – all’epoca sceiccati che patrocinavano la pirateria – la marina di Sua Maestà intervenne in armi fino alla stipula di una tregua (1853), prodromo del protettorato vero e proprio (1892). Nel primo dopoguerra, grazie alle concessioni petrolifere assegnate alla Anglo-Iranian Oil Company, entrò a gravitare nell’orbita britannica anche il Qatar, che nell’oro nero trovò il traino per lo sviluppo. Sul finire degli anni ‘60 – quando Londra annunciò il suo ritiro dal Golfo Persico – iniziarono i negoziati tra Qatar, Stati della Tregua e Bahrein per la nascita di una federazione, ma le dispute regionali spinsero Qatar e Bahrein a proclamare unilateralmente l’indipendenza (1971) mentre gli altri emirati si federarono, diventando così gli attuali Emirati Arabi Uniti; il peso preponderante della capitale Abu Dhabi e di Dubai si concretizzò nella Presidenza, affidata agli Al Nahyan di Abu Dhabi, e nel Premierato, di appannaggio invece degli Al Maktoum di Dubai.

La postura storica di Qatar ed Emirati

Tradizionalmente, Qatar ed Emirati hanno sposato una politica estera sulla falsariga di quella saudita e sono membri delle Nazioni Unite, della Lega Araba e co-fondatori del Consiglio di Cooperazione del Golfo (1981). Come i sauditi, i rapporti con Washington sono sempre stati stretti – in Qatar ha sede l’hub CentCom mentre è in fase avanzata la commessa di cinquanta F-35 agli EAU – e tanto Doha quanto Abu Dhabi hanno risposto positivamente alla war on terror iniziata dopo il 9/11, anche se gli Emirati hanno meritato sul campo i galloni di Piccola Sparta, al contrario del wahabita Qatar, spesso accusato di alimentare la galassia radicale jihadista tramite le sue charities, pur non rinunciando al ruolo di mediatore in numerose crisi regionali, come in Libano (2008), in Darfur (2010) e Afghanistan (2020). La postura di Qatar ed Emirati ha però iniziato a divergere alla metà degli anni ’90, con l’avvento di Hamad sul trono di Doha e l’esilio emiratino del padre deposto; il nuovo Emiro ha infatti impresso una svolta assertiva alla politica estera qatariota, desideroso di smarcarsi dall’Arabia Saudita per elevare il piccolo emirato a player regionale. Dal canto loro, i vicini Emirati non potevano che raccoglierne la sfida; grazie alle precarie condizioni di salute dell’attuale Presidente Khalifa bin Zayed, si è fatto strada il fratellastro Mohammed (MBZ), che con il suo omologo saudita Mohammed bin Salman (MBS) ha rilanciato le relazioni con Riad dopo un periodo di appannamento.

La Primavera Araba

Sarebbe però limitativo ridurre la crisi nei rapporti tra Qatar ed Emirati all’incompatibilità delle ambizioni dei rispettivi sovrani senza introdurre una necessaria premessa d’insieme. Attualmente, il mondo musulmano è solcato da una duplice frattura; quella tra le sunnite monarchie del Golfo e la sciita Repubblica Islamica dell’Iran e quella interna allo stesso mondo sunnita, che divide da una parte l’Arabia Saudita e i suoi satelliti/alleati e dall’altra la Turchia, a contendersi la guida della corrente maggioritaria dell’Islam. Per quanto riguarda la prima faglia, il Qatar si è pericolosamente sbilanciato verso la sponda iraniana del Golfo, vista anche la comproprietà con Teheran di South Pars/North Dome, il giacimento di gas naturale più vasto al mondo. Nella seconda crepa, che riguarda sostanzialmente il ruolo dell’Islam negli affari nazionali, Abu Dhabi e Riad sostengono l’idea di un Islam di Stato, inteso sì come parte essenziale dell’identità nazionale ma indirizzato dalle dinastie regnanti, mentre Qatar e Turchia sono tra i principali sponsor della Fratellanza Musulmana, federazione internazionale di partiti uniti sotto lo stendardo dell’Islam politico. È ora chiaro come la Primavera Araba abbia solamente catalizzato un irrigidimento di due schieramenti già in fase di delineamento. Grazie all’emittente di Stato Al Jazeera – arci-rivale di Al Arabiya, l’emittente saudita con sede a Dubai – il Qatar ha assicurato alla Fratellanza un’ampia copertura mediatica oltre che ingenti finanziamenti, tanto da spingere i Fratelli ad agguantare il potere in Marocco – con il Partito della Giustizia e dello Sviluppo – brevemente in Tunisia – con il partito Ennahda a danno di Ben Ali – ed Egitto – con la deposizione di Mubarak per Morsi – oltre che riuscire ad infiltrarsi nella Libia post-Gheddafi e a coagulare l’opposizione contro il regime di Assad in Siria.  

La Crisi del Golfo

Dopo il primo disallineamento della Primavera Araba, il perdurante sostegno di Doha ai gruppi radicali e l’attivismo mediatico di Al Jazeera provocarono nel 2014 una seconda spaccatura, con Emirati, Arabia Saudita e Bahrein che accusarono il Qatar di aver violato un’intesa di non ingerenza, anche se la crisi vera e propria scoppiò nel giugno 2017; il pretesto furono delle dichiarazioni dell’Emiro Tamim Al Thani di supporto all’Iran e di ostilità verso gli USA, bollate dall’interessato come fake news. Conseguentemente, fu imposto sul Qatar un embargo diplomatico, economico e logistico, intimando al piccolo emirato l’allontanamento dall’Iran, la chiusura di una base turca vicino Doha, l’oscuramento di Al Jazeera e l’interruzione del finanziamento del terrorismo per un totale di tredici punti negoziali, rispediti tutti al mittente.

Lo scontro a tutto campo

Come visto, nonostante l’acutizzazione della crisi sia recente, l’antagonismo tra Qatar e quartetto arabo – Emirati, Arabia Saudita, Bahrein ed Egitto – si è trasposto in un’aperta contrapposizione già dai tempi della Primavera Araba. I rapporti tra Qatar e Kuwait sono in stand-by; in seguito alla crisi, il defunto Sabah Al Sabah ha agito da mediatore, vista la neutralità del Paese e i buoni rapporti dell’Emiro con ambo le parti. Le relazioni con il Bahrein sono invece ai minimi storici; dopo la disputa sulle isole Hawar – risolta dalla Corte Internazionale di Giustizia (2001) a favore del Bahrein in cambio di Zubarah – la Primavera Araba fomentata da Al Jazeera ha rischiato di rovesciare il regime sunnita degli Al Khalifa, salvati solo dall’intervento di Abu Dhabi e Riad. Visioni inconciliabili anche in Egitto – con il Qatar dalla parte dei Fratelli Musulmani e gli Emirati del golpista Al-Sisi – e in Libia, con Doha sponsor delle milizie islamiste a sostegno del Governo onusiano di Fayez Al Serraj e Abu Dhabi dei mercenari del generale insorto Haftar. Per quanto concerne l’Oman, la rigida neutralità del Paese ha permesso al Qatar di conservare le relazioni diplomatiche, con il sultanato che ha agito da hub per inviare all’emirato gran parte delle merci rimaste bloccate dall’embargo. Nello Stato fallito dello Yemen, nonostante l’intervento (2015) al fianco della coalizione saudi-emiratina fino alla sua espulsione (2017), il Qatar aveva mostrato un atteggiamento più incline ai rivoltosi Houthi, mentre Riad si è schierata al fianco del riconosciuto Presidente Hadi, con Abu Dhabi che sostiene gli scissionisti del Sud, momentaneamente alleati con Hadi contro i ribelli filo-sciiti. In un teatro complesso come la Siria, invece, le tessere del puzzle si sono mescolate; tanto il Qatar quanto l’Arabia Saudita hanno finanziato le frange più radicali dell’opposizione ad Assad, seppur con finalità divergenti – Doha per sostenere le ambizioni pan-islamiste delle milizie e Riad per stroncare la presenza sciita filo-iraniana nel Paese – con gli emiratini però in disaccordo coi sauditi. Discorso diverso per il Sudan, Paese-granaio mira delle ambizioni di tutte le monarchie del Golfo, che nonostante la crisi ha continuato a ricevere fondi da entrambi gli schieramenti, con Abu Dhabi e Riad che vedono nel generale Burhan l’omologo sudanese di Al-Sisi. Con l’Iran, se il Qatar ha interessi comuni in ambito energetico, gli Emirati hanno invece un rapporto tormentato; i motivi del contendere riguardano lo status delle isole di Abu Musa e di Grande/Piccola Tunb nello Stretto di Hormuz, la presenza di una base francese (Camp de la Paix) negli Emirati nonché la complicità iraniana nell’attacco all’ambasciata saudita a Teheran (2016), oltre ovviamente al supporto stesso al Qatar e ai proxy sciiti che destabilizzano l’area MENA. Nel caso di Israele, invece, gli Accordi di Abramo hanno riavvicinato lo Stato ebraico agli Emirati, mentre il Qatar ha mediato tra Hamas e il Governo israeliano consentendo una tregua, consistente nell’interruzione degli attacchi in cambio di forniture di carburante, necessario a garantire l’elettricità a Gaza.

La fine della Crisi del Golfo (?)

L’Accordo di Stabilità e Solidarietà siglato recentemente che ha messo fine all’isolamento del Qatar vede quest’ultimo vincitore su tutta la linea; nonostante l’impegno all’alleggerimento della pressione mediatica di Al Jazeera sull’erede al trono saudita, Doha non ha dovuto accettare alcuno dei tredici diktat imposti dal quartetto. Oltretutto, è lampante che la ricomposizione della frattura sia unicamente funzionale ad ingraziarsi il nuovo Presidente Joe Biden, storicamente freddo verso Riad come buona parte del partito dell’asinello. Cooptati da MBS, gli Emirati – nonostante alimentino la retorica della riconciliazione – sono radicalmente contrari: al di là dei dossier regionali, gli hard-liner del Golfo continuano a reputare il Qatar uno Stato canaglia e a considerare la Turchia come il principale rivale geo-politico del prossimo avvenire.