Dobriy den Mr. President: le relazioni Mosca-Washington con l’arrivo di Biden

NATO, sanzioni, New START e Pechino. Questi sembrano essere i primi punti focali che Biden dovrà affrontare nelle relazioni con Mosca. Nella sua precedente esperienza con il Cremlino, durante l’amministrazione Obama, i rapporti rimasero di distacco e freddezza istituzionale. In questa occasione però, sarà Biden a poter dettare le politiche da adottare nello Studio Ovale, lasciando spazio ad un possibile progressivo cambiamento rispetto alle idee sposate nella pregressa vicepresidenza.

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Con il 2021, gli Stati Uniti accoglieranno il nuovo Presidente nello Studio Ovale, pronto a cambiare rotta rispetto al suo predecessore, Donald Trump. Sebbene le due figure abbiano ideologie politiche distanti, le relazioni internazionali potrebbero rappresentare uno dei settori in cui vi sarà minor distacco ideologico, quantomeno sull’asse Mosca-Washington.  Di fatto, l’arrivo di Biden non porterà ad un’apertura a 360 gradi verso il Cremlino: le sanzioni persisteranno, così come l’idea che Mosca sia un attore internazionale problematico e invadente che potrà dare fastidio agli interessi statunitensi in Europa e Medio Oriente. Ciononostante, il cambio di presidenza dovrebbe portare ad un cambio di passo con Mosca, dove il pragmatismo bideniano prenderà il posto dell’effimera platealità trumpiana. Gli Stati Uniti hanno infatti modo di migliorare le proprie relazioni con il Cremlino tramite una migliore gestione delle sanzioni, delle forze militari NATO e del patto per l’anti-proliferazione nucleare, stando attenti ai nuovi possibili allineamenti sino-russi.

Le sanzioni economiche e commerciali

L’approccio sanzionatorio statunitense verso Mosca risale ai tempi dell’Unione Sovietica e, con il tempo, ha visto accumularsi nuove risoluzioni risultanti dalle azioni di disturbo russo, nei confronti degli interessi statunitensi.  Gli Stati Uniti hanno ora sanzionato la Russia per la sua aggressione contro l’Ucraina, le attività di interferenza cibernetica e disinformazione volte a influenzare la politica interna degli Stati Uniti, oltre che per il sostegno alla Siria e al Venezuela. Precedentemente, le sanzioni applicate contro l’Unione Sovietica e la Russia scaturirono dalle preoccupazioni in materia di diritti umani.  L’emendamento Jackson-Vanik del 1974 negò all’Unione Sovietica il normale status di relazioni commerciali permanenti fino a quando Mosca non ha permesso alle minoranze religiose di emigrare. La legge Magnitsky del 2012 ha sanzionato i funzionari russi coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani come la tortura o le esecuzioni extragiudiziali. Questa legislazione venne successivamente modificata per essere applicata anche ad altri Paesi, dove però la Russia funse come apripista giuridico.

Le sanzioni derivano sia da ordini esecutivi che da legislazioni. Alcuni prendono di mira le persone con il rifiuto del visto e il congelamento dei beni. Altre sanzioni colpiscono aziende specifiche. Altre ancora mirano a elementi chiave dell’economia russa, in particolare il settore finanziario, energetico e dell’alta tecnologia. Tali iniziative hanno avuto un impatto sulla crescita economica della Russia, anche se l’importo esatto è difficile da misurare ed è oggetto di dibattito. Ad esempio, le misure che negano alle aziende russe l’accesso alla tecnologia e ai finanziamenti americani per lo sviluppo di nuovi giacimenti petroliferi non limitano la produzione petrolifera russa. Limiteranno, tuttavia, la capacità della Russia di sviluppare nuovi giacimenti petroliferi che richiedono tecniche di estrazione ad alta tecnologia, dato che i pozzi attuali si stanno esaurendo.

La revoca delle sanzioni è stata un punto chiave durante l’intervento di Vladimir Putin al vertice virtuale del G20 di novembre. Di fatto, nella maggior parte dei casi le sanzioni non hanno raggiunto l’obiettivo desiderato. La Russia non ha messo fine al conflitto contro l’Ucraina nel Donabss. Le misure statunitensi, tuttavia, potrebbero aver dissuaso il Cremlino dal compiere altri passi. Le forze russe e filorusse non hanno tentato di impadronirsi di Mariupol e Putin ha rinunciato alla iniziale rivendicazione della Novorossiya.


L’amministrazione Biden dovrebbe inserire le sanzioni in una più ampia politica statunitense nei confronti della Russia.  Se l’amministrazione Trump aveva una politica generale nei confronti di Mosca, questa non è mai stata propriamente articolata. In assenza di un quadro più ampio e dettagliato, è sembrato che le sanzioni assumessero vita propria. Una politica generale dovrebbe includere misure forti, integrando il rafforzamento della posizione militare della NATO nella regione baltica e il sostegno all’Ucraina con le sanzioni. In secondo luogo, le misure di rappresaglia economica non sono fini a sé stesse e non dovrebbero essere trattate come tali. Esse offrono un mezzo per raggiungere un obiettivo politico e, quindi, dovrebbero essere chiaramente collegate a tale obiettivo. L’obiettivo delle sanzioni dovrebbe essere quello di influenzare i calcoli del Cremlino sui benefici e i costi delle sue azioni, sperando di rovesciare il bilancio contro quegli atti volti a minacciare i principali interessi occidentali.
Infine, il coordinamento con gli alleati, in particolare con l’Unione Europea può aumentare drasticamente l’impatto delle sanzioni. Le sanzioni multilaterali inviano un messaggio politico più forte. Esse generano anche un maggiore impatto economico. Quando gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno iniziato a consultarsi sulle sanzioni contro la Russia dopo l’annessione/invasione della Crimea, gli scambi commerciali tra l’UE e la Russia hanno reso vani gli scambi tra Stati Uniti e Russia.

Attualmente, il destino del gasdotto Nordstream 2 potrebbe complicare il coordinamento delle sanzioni con l’Europa. Il governo degli Stati Uniti ha buone ragioni per opporsi al Nordstream 2. Ristrutturare i gasdotti ucraini sarebbe stato molto più economico, ma la Russia vuole aggirare l’Ucraina per ragioni geopolitiche.

L’anti Proliferazione nucleare del patto START e la multilateralità

Fondamentale sarà l’approccio al trattato New START sul controllo degli armamenti nucleari. Questo scadrà il 5 febbraio, appena due settimane dopo l’inaugurazione di Biden. Il patto, se prorogato, potrebbe fornire una base positiva per iniziare a lavorare sulle numerose questioni controverse che separano la Casa Bianca e il Cremlino. Queste includono una Cina in ascesa e nuove tecnologie, compresi i sistemi convenzionali di precisione a lungo raggio, l’ipersonica, le armi cibernetiche e l’IA. Inoltre, un ritorno a forum multinazionali come gli Accordi di Parigi, il Piano d’azione globale congiunto, ovvero l’accordo nucleare con l’Iran, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità rimetterebbe i diplomatici, i burocrati e gli scienziati statunitensi e russi in contatto e coordinamento su questioni chiave, tra cui il cambiamento climatico, la salute globale, lo spazio e la proliferazione delle armi nucleari.

Dopo tutto, la cooperazione strategica e il controllo degli armamenti erano tra le priorità per Obama, e anche Biden vi si atterrà. Inoltre, il Presidente eletto potrebbe cercare di tornare all’accordo nucleare iraniano, da cui Trump si è ritirato nel maggio 2018 e la Russia potrebbe essere coinvolta in questo processo come uno dei suoi principali stakeholder.


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L’influenza del Dragone

I rapporti sino-russi potrebbero essere un grosso problema per l’amministrazione Biden. Il presidente Trump ha stabilito un nuovo consenso a Washington secondo cui la Cina non ha alcuna possibilità di essere integrata nell’ordine internazionale a guida statunitense. In questo nuovo quadro ideologico, la Cina dovrà confrontarsi con gli Stati Uniti a livello diplomatico, militare, economico e tecnologico. Come per la Russia e l’Europa, l’amministrazione Biden affronterà la sfida della Cina con l’intento di costruire un’alleanza durevole. Malgrado queste intenzioni di partenza, è indubbio che Cina e Russia si siano avvicinate dal 2014. L’amministrazione Biden non utilizzerà questo fatto per sostenere, come ha fatto occasionalmente il presidente Trump, che gli Stati Uniti dovrebbero riparare le loro relazioni con la Russia per contrastare la Cina. Una strategia dal volto kissingeriano che sarebbe considerata troppo realista da Biden e dalla squadra di sicurezza nazionale. L’amministrazione Biden sarà quindi probabilmente un osservatore delle relazioni sino-russe, privo di strumenti per orientarle a proprio piacimento, sperando che le imprescindibili contraddizioni interne del rapporto tra Pechino e Mosca ne frenino il successo.

Le azioni verso Pechino dovranno però essere distillate con attenzione. Il desiderio di Biden di occuparsi delle violazioni dei diritti umani cinesi a Hong Kong, Tibet e Xinjiang e di essere più efficace di Trump nel promuovere la democrazia in Cina rafforzerebbe un’agenda antiamericana comune tra Mosca e Pechino. D’altro canto, la Russia di Putin, che condivide l’avversione cinese all’egemonia statunitense, non sembra pronta ad essere un partner della Cina nella costruzione di un ordine mondiale sino-centrico. La politica della Russia nei confronti della Cina è correlata al crollo delle relazioni USA-Russia e UE-Russia dopo l’annessione della Crimea. Sotto le sanzioni dell’Occidente, la Cina sta diventando un partner chiave della Russia e l’amministrazione di Biden non potrà ignorare il rapporto tra Pechino e Mosca.