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Niente è concordato finché tutto non è stato concordato: il (dis)accordo sul nucleare iraniano

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Le prospettive di un ritorno all’Accordo sul Nucleare Iraniano sono più vacue che mai. Le negoziazioni per un revival dell’Accordo, il cui naufragio iniziale è da attribuire alla Presidenza Trump, erano riprese nell’aprile 2021 guidate dagli E3 (Francia, Germania e Regno Unito) e su volontà degli Stati Uniti. Ma dopo più di otto round diplomatici convenuti a Vienna, il cambio di presidenza iraniana nel giugno 2021, l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 e altri fattori geopolitici che gravano sul testo dell’Accordo la distanza tra le parti è più vasta che mai. Il ponte europeo trema.

Parvenza di un Accordo

Teheran e Washington erano giunte a una formulazione soddisfacente dell’Accordo sul Nucleare Iraniano a marzo. La prima avrebbe ridotto il programma nucleare nel rispetto dell’Accordo e Washington aveva dato prova delle sanzioni che avrebbe ridotto. In parallelo, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e l’Iran avevano concordato su un set di quesiti tesi a valutare la passata condotta iraniana in relazione all’arricchimento dell’uranio in tre siti non dichiarati. Tuttavia, l’investigazione si è arenata e il Paese ha dato voce alle sue remore circa un’investigazione che assumerebbe sempre più caratteri politici.

Inoltre, l’ultima versione dell’Accordo presentata all’Iran è stata accolta con diverse riserve, il testo è stato considerato negoziabile ma non accettabile in toto. Il Segretario di Stato Blinken ha dichiarato che è stato fatto un passo indietro nei negoziati, rendendo improbabile il raggiungimento di un accordo nel breve periodo. Secondo alcune fonti, i diplomatici statunitensi non risponderanno ai commenti iraniani sino alla fine delle elezioni americane di metà mandato.

La crescente reticenza iraniana è acuita dal continuo diniego statunitense: l’Amministrazione Biden non può in alcun modo garantire che le successive Amministrazioni statunitensi non si ritirino nuovamente dall’Accordo, riducendo i benefici per l’Iran. Mentre ulteriori modifiche all’Accordo sono confluite nella bozza consolidata ad agosto, continuano le controproposte e si allontana la possibilità di raggiungere il consenso nel breve termine. Questo perché sussistono tre fondamentali aree di divergenza tra Washington e Teheran.

Aree di divergenza

In primis, e come accennato in precedenza, l’Iran si oppone all’investigazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica circa le passate attività del Paese in materia di nucleare. Nel corso delle cosiddette Vienna talks, il Paese aveva cercato di strappare un termine ultimo che non rendesse l’indagine internazionale indeterminata, ma ha incontrato l’opposizione della controparte e anche dei mediatori. L’investigazione, la spada di Damocle di Teheran, o meglio la sua sospensione, è divenuta un’altra precondizione per ritornare all’Accordo. Tuttavia, le potenze occidentali non intendono porre pressioni su un’agenzia delle Nazioni Unite né su come questa dovrebbe esercitare il suo mandato. Inoltre, le giustificazioni addotte da Teheran non sembrano credibili agli occhi dell’Agenzia. Un ulteriore tentativo di compromesso è stato avanzato dall’Unione Europea ad agosto, ma l’obiettivo iraniano ultimo rimane non tenere in considerazione l’esito dell’indagine.

La seconda area di divergenza concerne il perimetro di revoca delle sanzioni, incentrata sulla decisione trumpiana di designare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica come un’organizzazione terroristica, decisione senza precedenti dato il coinvolgimento di un’entità statuale. Dal suo insediamento l’Amministrazione Biden ha tentato due volte, pur apponendo delle condizioni, di rovesciare il lascito di Trump. Il primo tentativo è emerso nel maggio 2021, richiedendo un Accordo più duraturo ed estensivo, seguito da un altro nel marzo 2022, in cui è stato richiesto un impegno da ambo le parti affinché ufficiali ed ex-ufficiali statunitensi non divenissero target di attacchi per vendicare la morte – avvenuta per mano statunitense – del Generale Soleimani. Se Teheran aveva rifiutato prontamente il primo tentativo, il secondo ha richiesto una maggiore riflessione ma l’outcome è rimasto invariato. Ad ogni modo, pur rimuovendo la decisione trumpiana, Biden riterrebbe il potere di sanzionare qualunque individuo coinvolto in atti di terrorismo.

Il terzo motivo di divergenza potrebbe essere il più complesso da affrontare in quanto non ruota intorno alla volontà delle parti, e in particolare degli Stati Uniti di Biden: la longevità della revoca delle sanzioni e l’affidabilità degli Stati Uniti nel futuro. Anche se Biden volesse, l’Amministrazione democratica non può in alcun modo assicurare all’Iran che i prossimi inquilini della Casa Bianca non rescinderanno l’Accordo sul Nucleare Iraniano. Non c’è alcun modo, secondo il diritto statunitense, per gli Stati Uniti garantire che i benefici dell’Accordo per l’Iran non saranno messi in discussione nel 2025, nella migliore delle ipotesi. Infatti, si potrebbe anche sostenere che il termine ultimo sia fissato a novembre 2022, quando i repubblicani potrebbero ottenere la maggioranza in Congresso e dunque ostacolare l’implementazione dell’Accordo.

Gli Stati Uniti verso l’escalation

Di fronte alla magnitudo di tali divergenze e a fronte di una controparte risoluta a perseguire la condotta del “tutto o niente”, Biden ha affilato i suoi strumenti di coercizione nel tentativo di spingere Teheran al compromesso. Sin da marzo, l’Amministrazione ha imposto nuove sanzioni per colpire il programma di sviluppo di missili balistici, e il commercio iraniano relativo al petrolio e al settore petrolchimico. Biden ha anche abbandonato qualche cautela dichiarando che l’azione militare rimane l’ultima opzione contro il programma nucleare iraniano, mentre le pressioni economiche e diplomatiche a carico dell’Iran proseguono.

Inoltre, l’invio di droni alla Russia, negato dall’Iran, per supportare il conflitto in Ucraina, ha causato l’imposizione di nuove sanzioni da parte degli Stati Uniti ai danni di individui e società iraniani. Il ministro dell’Intelligence iraniano nonché il ministero stesso sono stati colpiti da altrettante sanzioni in quanto hanno permesso la conduzione di azioni malevoli cyber contro gli Stati Uniti e gli alleati almeno sin dal 2007. La condanna è stata supportata anche dal Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Josep Borrell. Il Dipartimento di Stato ha anche applicato l’ordine esecutivo 13694, emanato dal presidente Biden, congelando i beni e impedendo di concludere transazioni con gli individui coinvolti.

Alle azioni diplomatiche, si aggiunge l’iniziativa Middle East Air Defense Alliance volta a incrementare il potere di deterrenza degli Stati Uniti e degli alleati regionali senza aumentare il coinvolgimento nell’area cioè senza intraprendere più azioni combat di quanto non sia necessario. Non a caso, l’impianto fungerà da sito in cui combattere le tecnologie emergenti, tra cui i velivoli senza piloti.

L’Iran alla ricerca di uno spazio

Se per l’Occidente l’invasione dell’Ucraina ha ridotto inevitabilmente la priorità di giungere all’Accordo sul Nucleare Iraniano, l’Iran vede nella guerra in Ucraina e nella crisi energetica scaturita un perno su cui accrescere la propria posizione di fronte all’Occidente e quindi al tavolo negoziale. Di recente Teheran si è infatti posta come esportatrice di gas, laddove l’Accordo veda la luce e le sanzioni periscano nel buio. Le posizioni in Europa divergono ma sono un segnale importante per l’Iran che avrebbe toccato un tasto dolente. Se è vero che le risorse energetiche iraniane siano un’alternativa a quelle provenienti dalla Russia, bisogna anche considerare che l’Iran non dispone di risorse tali da soddisfare il fabbisogno energetico europeo nel breve termine, nonostante potrebbe contribuire a ridurre i prezzi del gas sul mercato.

Il secondo Paese per riserve di gas naturale ha quindi iniziato, da una parte, a rinsaldare sempre di più il legame tra l’esito dei colloqui sull’Accordo e la crisi energetica europea e, dall’altra, ha fornito supporto militare al Cremlino, in un pericoloso gioco di equilibrio tra i due blocchi.

Ad ogni modo, il portavoce del ministero degli Esteri Nasser Kanaani non ha escluso la possibilità di un incontro a margine dell’Assemblea Generale annuale delle Nazioni Unite a New York per continuare le negoziazioni sull’Accordo sul Nucleare. Rimane, tuttavia, altamente improbabile la prospettiva di un incontro tra Washington e Teheran a New York. L’Iran ha anche fatto ricorso alla cooperazione economica e commerciale per aggirare le sanzioni occidentali. Il Paese ha infatti confermato l’adesione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai in qualità di membro permanente, accanto a Paesi quali Russia e Cina.

Riflessioni

Secondo Ehud Barak, Ministro della Difesa Israeliano tra il 1999 e il 2001, l’Iran non si fermerà finché non avrà sviluppato un’arma nucleare, bisogna imparare a conviverci. Secondo quanto recentemente condiviso dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, l’Iran starebbe già arricchendo uranio fino al 60%, valore associabile alle armi. 

Il punto, però, non sembra essere accettare la capacità nucleare dell’Iran o meno. Tale capacità non è solo una minaccia in sé, ma va considerata nella regione in cui l’Iran è collocato e interagisce. È difficile ipotizzare che Israele non irrigidirà ulteriormente la sua postura nei confronti dell’Iran. L’Arabia Saudita ha già dichiarato che se l’Iran acquisirà una capacità nucleare, il Paese seguirà lo stesso sentiero. La Guerra Fredda potrebbe essere cattiva maestra, la stabilità che ha caratterizzato il bipolarismo potrebbe non essere replicata in Medio Oriente. Stati Uniti e Unione Sovietica detenevano entrambi capacità di contrattacco. Al netto di Israele, ciò non è vero in Medio Oriente.

Un Medio Oriente nucleare implicherebbe la fine del Trattato di Non Proliferazione Nucleare.

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